Lunedì 01 Marzo 2021
Storie

La rivincita della trance. Quella bella. Con un nome più brutto

La melodic techno è il vero trend delle ultime due stagioni. Uno stile che raccoglie l'eredità della trance e della prog-house di fine anni '90 e lo confeziona con i suoni e le dinamiche della musica del presente, guardando al futuro

Un appunto critico che spesso ci fanno lettori e follower è quello di occuparci poco, su DJ Mag Italia, di trance. E hanno ragione. La spiegazione è da ricercarsi in una serie di bug che da sempre, in Italia, viziano il genere. La trance ha goduto di una popolarità enorme in tutto il mondo dalla fine degli anni ’90 a metà degli anni ’00, fino a quando sulla ribalta dei grandi club (e poi dei festival) internazionali si iniziavano ad affacciare nomi e generi nuovi, vicini al circuito electro-house prima e schiettamente EDM poi. In questo contesto, la scena italiana non ha mai davvero permesso alla trance di attecchire a fondo come successo in altri Paesi europei. Da un lato, perché erano anni in cui la dance in Italia godeva di una popolarità di settore, un settore dove si è sempre preferito l’appeal underground di house e techno, più “serie” e fighette, esclusive; dall’altro, perché dopo la sbornia commerciale degli anni ’90, tutto ciò che era minimamente caciarone o euforico, veniva messo ai margini del sistema. La trance, detto in modo un po’ brutale, non era cool per il pubblico italiano. E soprattutto, non lo era per chi la musica la raccontava: dj, giornalisti, radio.

Perché la verità è un’altra: la trance, anche nel nostro Paese, ha sempre avuto un ampio e fedelissimo pubblico. Solo che non è mai stato raccontata a dovere, non ha mai trovato uno spazio adeguato, forse proprio perché considerato “meno interessante” di altro. E poi, c’è un grande equivoco di fondo: spesso, troppo spesso, con il termine trance si è intesa soltanto la sua versione più colorata, hooligana, uplifting. Quando le cose stanno in tutt’altra maniera: basta scorrere le release di fine anni ’90 anche di artisti giganti come Tiësto, Paul van Dyk o Sander Kleinenberg, per comprendere come la trance fosse sfaccettata e spesso elegante e raffinata nella scrittura e nella produzione dei brani. Non solo: la trance, all’alba dei ’90, nasce proprio come uno stile etereo, “colto”, con una maggiore consapevolezza armonica e melodica rispetto alle più meccaniche techno e (spesso) house. E poi, non dimentichiamo che all’apice del successo del genere, la trance era apprezzata e aveva una potenza di fuoco devastante soprattutto grazie a superstar planetarie come John Digweed o Sasha, che non erano esattamente affiliati a un suono facilone: la loro progr-trance, o progressive house (un concetto ben diverso da quello che in epoca EDM avrebbe indicato la stessa denominazione), era un mix equlibratissimo di elementi in bilico tra trance, techno, e house. Costruzioni lunghe, suoni rarefatti, melodie melanconiche e una certa propensione a un mondo onirico, sospeso. Tutto sorretto da un’estrema qualità delle produzioni.

 

Ed è qui che si attiva il link col presente. Pensateci. Le ultime due, tra stagioni sono state caratterizzate da pochi, precisi fenomeni: la techno, nella sua versione più dura e veloce, quella di Amelie Lens, di Charlotte de Witte e di Nina Kraviz; e la cosiddetta melodic techno, portata al grande pubblico dal successo di Solomun, di Artbat, di Agoria, di Ben Böhmer, di Kölsch. Ma che cos’è la melodic techno? Non è molto dissimile da quella che un tempo si chiamava appunto prog-trance. Gli elementi in campo, e soprattutto i punti di forza e le dinamiche, sono pressoché identiche. Brani dalle costruzioni di ampio respiro, con intro lunghe, un break e un build up molto comodi, che si prendono il loro tempo, e poi delle ripartenze dal forte impatto emotivo, melodiche, quasi mai aggressive, e dove pad e tappeti giocano un ruolo fondamentale per puntellare e sostenere la traccia. Certo, melodic techno suona molto peggio di prog-trance, il mood è molto più vicino a quello di un catalogo di accessori o di una library di sound design rispetto alle promesse di viaggi onirici (o lisergici…) della trance progressiva. Ma è tutto figlio del nostro tempo, un tempo dove tutto è pragmatico e funzionale, dove non c’è tempo per il romanticismo ma si deve arrivre subito al punto, in tutto (basti pensare che un’altra definizione tanto in voga è quella di business techno…).

 

Eppure, la melodic techno è di fatto la rivincita della trance. Di quella bella. È l’eredità di quel periodo magnifico. Di ‘My Lexicon’ di Sander Kleinenberg, di ‘Xpander’ di Sasha, degli Orbital, di Darren Emerson, della bedrock di John Digweed, di Nick Warren, dei jam & Spoon di ‘Stella’, per citare le origini. Di quel suono ipnotico e lascivo che ha portato la dance e i dj allo status di superstar pur senza cedere alle lusinghe del pop. La techno di oggi, nella sua accezione più prog, ha un forte legame con quel movimento. Se pensiamo a un album che ha dato certamente una svolta importante al suono oggi così di moda, ‘Biomorph’ di Enrico Sangiuliano, uscito nel 2018 e vero game changer, ritroviamo tanti elementi riconducibili a una certa techno di matrice trance: nei suoni, nella costruzione delle tracce, anche nel concept fantascientifico e di riflessione socio/ecologica che si porta appresso. E lo stesso possiamo dire, ad esempio, dei Tale Of Us, artefici di una techno sognante, sospesa, spesso dilatata in maniera quasi eccessiva. Eppure la chiave del loro successo è proprio in quella morbidezza melodica e in quelle soluzioni così eteree che ammantano il loro sound, ideale contraltare della robusta presenza ritmica dei loro brani. E ancora, i Bicep, già protagonisti assoluti del 2021 grazie al loro album ‘Isles’ che riprende breaks e atmosfere dei tardi anni ’90 rimescolando magnificamente gli ingredienti, con un disco che è la fotografia perfetta di questo momento storico così anomalo: i club sono chiusi e i Bicep fanno musica da club ma non proprio “da ballare”. O ancora, i Synästhesie, che con la loro ‘The Life You Letf Me’ ci stanno regalando una vera perla del genere, in bilico tra cassa in quattro, momenti sospesi e rimtiche spezzate, il tutto rivestito da un’aura decisamente sognante. 

 

Insomma, la trance “dura e pura”, quella molto colorata e uplifting di matrice centro/nordeuropea, continua a restare circoscritta al proprio pubblico di fedeli e inamorati ammiratori (con anche casi di notevoli success stories italiane, come Alessandra Roncone o il mitico Giuseppe Ottaviani, da una ventina d’anni tra i big del genere a livello planetario, amato e ammirato da fan e dj). Ma quella trance che flirtava con la techno, con la prog, con un suono ibrido di tante diverse suggestioni, si sta riprendendo il suo posto al sole, nel ciclo dei corsi e ricorsi storici. Peccato solo che oggi abbia il brutto, tremendo nome di melodic techno. Poco male.

Articolo PrecedenteArticolo Successivo
Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA MAILING LIST

Scoprirai in anteprima le promozioni riservate agli iscritti e potrai cancellarti in qualunque momento senza spese.




In mancanza del consenso, la richiesta di contatto non potrà essere erogata.