Giovedì 17 Ottobre 2019
Interviste

“Servono artisti coraggiosi”, parola dei Prodigy

 

 

Un nome che è leggenda. Una band che ha portato la rave culture in classifica, ha inventato il live nella dance (o perlomeno lo ha portato su un altro livello), ha trasformato le arene e i festival rock in un grande dancefloor, e i club in posti da pogo. Un gruppo che ha shockato con video e estremi. E che – soprattutto – non ha mai perso l’illuminazione e l’ispirazione. Una storia che dura da 25 anni. The Prodigy. 

Insieme dal 1991, Liam Howlett, Keith Flint e Maxim Reality (un tempo c’era anche Leeroy Thornill, poi uscito dal gruppo) hanno scritto pagine importantissime nella storia della musica. Da ‘Charly’ a ‘Firestarter’, fino alle ultime hit come ‘Nasty’. Se il potenziale trasgressivo della band è nel tempo un po’ sbiadito (è anche fisoilogico che sia così), i tre continuano comunque a incendiare le platee con i loro live estremamente aggressivi, specchio di album che ricalcano ormai una formula ampiamente collaudata – ma sempre aggiornata – ad alta energia. Dopo un tour di quasi due anni, tante date estive, The Prodigy tornano in Italia il 2 settembre, a Treviso, headliner di Home Festival, dopo la tappa estiva di Gallipoli. Ho raggiunto Liam via mail per un’intervista dove abbiamo spaziato tra la storia dei Prodigy, il loro modo di fare live, gli album, e l’evoluzione della dance culture dal movimento rave in poi. Le sue risposte non tradiscono le aspettative: dirette, schiette, mai paracule. Mi piacerebbe confrontarmi più spesso in questo modo con gli artisti. Forse ci sarebbe un confronto critico più costruttivo e meno, come dire, meramente promozionale.

 

 

 

 

I Prodigy sono una delle più leggendarie live band in circolazione, e durante una lunga carriera il vostro show si è evoluto ed è cambiato. Come lo descriveresti oggi?

Non penso che sia cambiato così tanto, non stiamo cercando di cambiare ciò che facciamo e abbiamo sempre fatto. Certo, ci sono nuove luci ed effetti ma più che altro vogliamo tenere tutto semplice, diretto e grezzo come è stato per anni, senza ricorrere a particolari effetti speciali. Oggi credo che il nostro live sia come se un gruppo pop o un act EDM avesse messo in piedi un grande spettacolo teatrale, anche se ovviamente ci teniamo alla larga da quelle cazzate.

 

Riavvolgiamo il nastro: una ventina di anni fa siete stati uno dei primi act usciti dalla scena rave ad essere proiettati direttamente sui mainstage dei grandi festival internazionali. Come vi sentivate?

Abbiamo suonato ai rave fin dall’inizio, dal 1991. Mi ricordo che suonavamo di fronte a 20mila persone in ogni festa dove eravamo headliner, perciò avevamo già una buona conoscenza del palco e del pubblico quando siamo arrivati ai festival. Non era una grande novità per noi, avevamo tutta l’esperienza dei rave, eravamo già pronti per quel genere di live.

 

 

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Parlando di festival, sarete all’Home il 2 settembre, probabilmente il più grande festival in Italia in termini di pubblico. Quali aspettative avete per quella data?
Non ne ho, perchè non ci sono mai stato prima. Però ho delle aspettative sul pubblico, spero siano pronti per ciò che li aspetta.

 

Che rapporto avete con il pubblico italiano?

Abbiamo sempre avuto un legame molto forte con la gente in Italia, è il primo posto dove abbiamo suonato al di fuori dell’Inghilterra. Era il 1991, un rave appena fuori Roma, una festa selvaggia.

 

Da sempre fate parecchi festival durante la stagione estiva: vi sentite più a vostro agio a suonare all’aperto, ai festival, oppure nei vostri tour, magari nelle arene, con una produzione esclusivamente vostra?

Non ci interessa. Suoniamo ovunque ci sia del buio.

 

 

 

 

Immagino sia passato molto tempo da quando facevate tour o date nei club, in spazi piccoli. Non avete mai la tentazione di tornarci? Magari inserendo una parte di dj set nello show o addirittura con un dj set tour?

In realtà, a volte prima di affrontare i tour negli spazi grandi, come arene o festival, facciamo dei tour in posti più piccoli, e sono sempre serate pazzesche. Quindi nei club e nei locali più contenuti ci suoniamo, non abbiamo smesso del tutto di confrontarci con questa dimensione. Per quanto riguarda il dj set, non ho ben capito cosa tu intenda a riguardo, ma mi suona come un’idea terribile.

 

I vostri album hanno esplorato direzioni diverse negli anni, dalla definizione del suono rave a un breakbeat orientato verso il rock e ancora oltre. In ‘The Day Is My Enemy’ ho avvertito la sensazione di un album che deve fissare dei punti tra il passato e il presente per poter iniziare un’ulteriore evoluzione. Mi sbaglio?

Sì, ti sbagli. Non ci evolviamo attraverso un viaggio con delle coordinate prestabilite; la musica viene scritta in tempo reale in relazione a come ci sentiamo, a cosa ci succede intorno e acome tutto ciò influenza il nostor umore e i sentimenti che ci attraversano. Perciò non possiamo pianificare un processo del genere. E’ sempre una reazione a qualcosa, e non possiamo sapere come suonerà. Di recente ho pensato che le nostre prossime tracce – ho un paio di idee a cui sto lavorando – dovranno suonare old school. Ma chi lo sa? finché non entriamo in studio non lo sappiamo neppure noi.

 

I Prodigy sono sempre stati outsiders, nonostante il panorama della dance sia cambiato moltissimo durante questi anni. Come vi vedete adesso?

Personalmente amiamo molto essere degli outsiders, è un’etichetta che ci piace. Arriviamo dalla scena UK rave e questo sound non ci abbandonerà mai, anche se abbiamo sempre preso diversi stili mettendoli nella nostra musica. Io penso che in questo momento alla musica eletronica serva un cambiamento che porti nuova freschezza, come quando era apparso il dubstep qualche anno fa. Era grande, era una figata, perchè era vero, credibile, e arrivava dall’underground con una propria scena. Mi interessa molto vedere dove si andrà, ma serve gente che scriva e produca tracce nuove, diverse, gente coraggiosa che si prenda dei rischi senza copiare tutto quello che già si sente in giro.

 

 

 

 

Il periodo rave e tutta quella scena avevano un risvolto molto politico. Non politicizzato, ma proprio politico, sia tra il pubblico che tra gli artisti: era una vera e propria pulsione generazionale che attraversava l’Europa, e in Inghilterra fu davvero fortissima. Alcuni vostri brani, come ‘Their Law’, contenevano un manifesto molto forte. Vedi muoversi qualcosa del genere, in questo momento? Stiamo attraversando un periodo storico molto delicato, cosa provi? Quali sono le tue sensazioni? 

Eravamo coinvolti in modo diretto nell’era ‘fight for your right to party’, come artisti e anche come semplici persone che andavano fuori a divertirsi e vedevano un clima di repressione, molto teso. Non abbiamo mai visto ‘Their Law’ come un brano così “politico”, certo aveva un significato in quel momento. Oggi le cose sono diverse, i tempi sono fottuti, sono duri, ma credo che la musica sia una delle poche cose di cui quasi tutte le persone possono godere e con cui sentirsi unite.

 

Qual è il messaggio che daresti oggi alle persone?

Cercate di non perdetevi o di non restate uccisi prima del concerto!

 

 

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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