Domenica 15 Dicembre 2019
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Seth Troxler: “i CamelPhat sono EDM travestita da house”, Eric Prydz li difende

Seth Troxler, proprio come qualche anno fa, torna alla carica contro ciò che piace e funziona. Eric Prydz non la prende benissimo

Era tempo che non assistevamo ad un’accesa polemica social – o beef, per dirlo all’americana – tra dj di primo piano. Anche se gli argomenti della lite ci sembrano un po’ fuori luogo a fine 2019, quando di tutto vorremmo parlare meno che del dualismo underground vs EDMsu cui ci sembra di aver detto abbastanza già quattro o cinque anni fa. Già lo stesso termine “EDM” lo abbiamo bandito nel 2017. Eppure Seth Troxler sembra avere ancora qualche cartuccia da sparare, e allora ecco a voi Seth Troxler vs CamelPhat vs Eric Prydz. Live on TwitterLo avremmo preferito come back 2 back 2 back. 

Tutto inizia sulle Instagram Story di Seth Troxler, che posta uno screenshot della descrizione del profilo Instagram dei CamelPhat che riporta la dicitura di “best selling Beaport artist and Grammy nominated”, due dei più importanti highlights degli ultimi anni di carriera del duo di Liverpool, autore di club hit come ‘Cola’ e ‘Panic Room’. Troxler commenta la cosa in diverse Stories, prima con un “uccidetemi“, poi con “sono tutti stupidi o cosa? Ma questi lo sanno che la loro musica durerà tanto quanto le drums dei loro brani?“. Poi la discussione, che coinvolge qualche fan, si sposta su Twitter, dove il dj americano parla dell’attuale stato della tech house (riferendosi alla scena rappresentata adesso da CamelPhat, Solardo, FISHER e compagnia) come il definitivo “white wash” (una sorta di appropriazione culturale dei bianchi) e come “EDM travestita da house”. 


  
A difesa del duo intervengono in vari anche perchè, inutile dirlo, nel giro di un’ora la cosa è già sotto i riflettori del vari blog, con tanto di hashtag #camelgate. Loro si esprimono con un semplice “vivi sereno“, ma chi proprio non ci sta è Eric Prydz, che decide di rispondere a tono. “L’astio nella scena musicale è sempre brutto“, dice, e poi aggiunge: “Seth Troxler, ti senti underground perchè semplicemente alla gente non piace la tua musica” . E quindi la proposta: “usa la tua musica e Twitter per farci capire cosa ci siamo persi, tra quel che hai fatto, che sia all’altezza di ‘Cola’ e ‘Costellations“. La polemica finisce lì. Seth, di risposta, si limita a difendere il suo diritto di dire ciò che pensa e di confessare quel che non gli piace. Tra cui i Beatles e il termine “selectors”. Mentre non gli dispiace l’ananas sulla pizza. 


  
Tralasciando l’anacronismo – già citato – della questione, lascia perplessi il fatto che Troxler se la sia andata a prendere proprio con uno dei nomi che, al contrario di quanto lui sostenga, abbia concesso una ventata di novità ad un panorama musicale che dirsi stanco e saturo, al concludersi della parabola discendente della big room, è un eufemismo. Certo, la tech house “2018” di stampo inglese non ha inventato nulla di rivoluzionario, semmai ripropone in una chiave più fresca certe sonorità che hanno contraddistinto i primi anni di una cultura che ha quarant’anni, ma se basta questo a catalogare il loro genere musicale come un’appropriazione culturale indesiderata cosa può dirsi davvero nuovo di quanto accaduto negli ultimi vent’anni? Soprattutto, è possibile nel 2020 perdere ancora tempo a combattere battaglie tra generi musicali? 

 

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Penna di DJ Mag dal 2013, redattore e social media strategist di m2o dal 2019.

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