Martedì 29 Settembre 2020
Interviste

Tech in the studio with: Simon Harris sulla musica usa e getta

Nel 1988 cambiò la scena dance con ‘Bass’. Oggi produce per Elrow Music e non ha nessuna intenzione di abbandonare i beat elettronici con possibilità da crossover. E intanto suggerisce ai giovani produttori di differenziare il proprio business

Quando ‘Bass (How Low Can You Go)’ di Simon Harris raggiunse la seconda posizione nella Club Charts di Billboard, vendendo un milione e seicentomila copie via FFRR, era il 1988, e il mondo della dance ricevette uno scossone. Le speranze dei produttori di musica pop iniziarono a vacillare, la vendita dei campionatori Akai schizzò alle stelle e dagli USA e in tutta Europa, passando dal Regno Unito, la moda della house trasmutò da laboratorio a mainstream in brevissimo tempo. Era la fine degli anni Ottanta, l’attimo cruciale del passaggio della Eurodisco e synth pop della PWL al suono nuovo fatto di campionamenti, di patchwork sonori, di furti belli e buoni da vinili e nastri e di estro infinito. Altro che mash-up.

Chi non ha poi mai campionato un sample dalle raccolte ‘Beats, Breaks & Scratches’ sulla iconica Music Of Life, forse oggi vive agiato nel mondo di Splice e dei VST. Quella fu un’altra e vincente mossa di mister Harris: una raccolta di groove, effetti, voci e campioni pronti all’uso perfetti per i live e per le produzioni. Oggi sembra banale, ai tempi fu la gallina dalle uova d’oro.

Ora che i brani non si fanno più con banchi Tascam, raramente si usano dei Moog e delle Tb-303, e i multitraccia analogici fanno capolino nei musei, Simon Harris fa parte di quella sfilza di statue irremovibili come Coldcut, Bomb The Bass ed S’Express che hanno vergato la storia della pop dance elettronica e che oggi si dedicano ad altro. Chi il discografico, chi l’artista, chi il produttore, sempre e comunque sempre più dietro le quinte. Come Simon Harris, nel suo Workroom.

 

Simon, che cosa hai fatto in questi ultimi 32 anni?
Brani. Musica. Sto ancora producendo musica dance. L’anno scorso sono uscito su Elrow Music con ‘This is Serious’ con Morrison; Dennis Cruz e Dennis Ferrer hanno fatto dei grandi interventi, tanto che BBC Radio 1 ci ha supportato in maniera molto intensa. Ora sto lavorando al follow-up in studio. Il mio studio è molto importante per me, lo aggiorno di continuo per cercare di produrre musica nel migliore dei modi.

Perché le persone campionano meno, nella dance? Perché esiste già (quasi) tutto nelle banche suoni?
Se si intende il campionamento da altri dischi, perché ora è troppo costoso, gli avvocati intraprendono alla svelta azioni legali contro chiunque, ma se si intende il campionamento di un groove di batteria, di un suono, penso che la pratica sia ancora in uso.

 

La produzione musicale è più smart, facile, rapida e intuitiva. Lo stesso processo di lavorazione si è velocizzato.
Questo è dovuto anche al fatto che chiunque può essere un dj e imparare attraverso tutorial e app e le DAW includono tutto quello che serve per fare musica e a costi molto accessibili. Anche l’hardware musicale ha una straordinaria scelta di strumenti, ora: prima c’erano le chitarre a consacrare gli idoli pop, ora con un synth e una drum machine puoi fare cose incredibili. Costruire un grande studio serve a chi dovrebbe organizzare, mixare e finalizzare molti prodotti. Poi l’esperienza fa il resto, la differenza sta nei risultati.

Come ricercare artisti con talento naturale e dotati di professionalità?
Quelli bravi adottano un atteggiamento speciale nei confronti della musica e dei suoi stessi adepti. L’errore che molte persone fanno ora è produrre una canzone e condividerla semplicemente su Soundcloud, invece di pubblicarla ufficialmente. Questo rende la musica usa e getta e finisce per non portare nulla a nessuno. Gli artisti che creano una canzone e la terminano e la pubblicano commercializzandola hanno una possibilità di successo maggiore. Ovviamente se trovano la nicchia giusta o hanno una fan base a supporto che ti aiuta in previsione delle esibizioni dal vivo. La vera promo inizia da lì.

 

Essere professionali nella musica significa svolgere un lavoro in modo intenso e dedito?
C’è una possibilità di successo se la musica viene pubblicata in modo attento e serio; in questo modo può essere sfruttata in comparti televisivi, cinematografici, pubblicitari o di ampio intrattenimento come i videogiochi. Non appena un artista capisce che si può andare ben oltre una semplice condivisione sui social, inizia un balzo evolutivo. Se si lavora sodo per realizzare un prodotto, si dovrebbe trovare il modo per trarne profitto. Le attività nascono in questo modo e spesso divertendosi.

Quanto sono importanti i dettagli nella produzione musicale?
Molto importante. Ora abbiamo gli strumenti per realizzare produzioni molto dettagliate e con possibilità illimitate. È importante però avere una buona messa a fuoco sull’obiettivo e non sovrapporre troppo il suono con i layering: l’ascoltatore non può ascoltare tutto in una sola volta. L’accordo è molto importante, tutto deve essere chiaro e pulito nel mix. Il corretto lavoro del mastering nasce dal passo successivo. La dinamica fa il resto.

 

Perché molti artisti mitizzano ancora oggi la posizione delle major discografiche?
Le maggiori case discografiche hanno risorse per portare l’artista a un grande successo. Se si ha un potenziale inespresso, forse una multinazionale può essere interessata a te dopo aver avuto notato i risultati come artista indipendente e aver già creato e consolidato una fan base. A volte sono le stesse canzoni i migliori biglietti da visita per dimostrare di essere dei professionisti con potenziale a lungo termine. Le major sono interessate soprattutto ad artisti che possono avere una carriera duratura.

Ci sono scorciatoie in questo settore?
Sì, ora più che mai e a causa della disponibilità di app, di siti per pubblicazioni automatiche, di etichette di piccole dimensioni, di strumenti da studio economici, di masterizzazioni a basso costo e tanto altro ancora. Ma questo esula dal discorso di creare una canzone fantastica, unica. Certe cose non nascono a tavolino.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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