Martedì 20 Agosto 2019
Interviste

Skizo, Alien Army e l’hip hop (seconda parte)

“The difference” di Alien Army è uscito lo scorso 15 gennaio. Un’intervista a Skizo, leader della dj-band e personaggio assolutamente unico nel panorama del djing e dell’hip hop italiano, era prevista per quel periodo. Poi ci sono stati ritardi, vari impegni reciproci, e una serie di imprevisti che hanno fatto slittare a qualche settimana fa la nostra chiacchierata virtuale. Lunedì 15 giugno ne avevamo pubblicato la prima parte. Oggi vi facciamo leggere la seconda, e anche qui non mancano domande scomode e risposte non scontate, sul mondo del rap, sull’hip hop e su uuna visione artistica sicuramente unica.

Tu hai fama di essere un “duro e puro” della old school dell’hip hop italiano. Un integralista. Io sono combattuto: da un lato mi viene da dire che hai ragione quando affermi l’appartenenza a un hip hop che incarna un concetto culturale molto preciso e a suo modo quasi marziale; dall’altra, a volte ho la sensazione che diversi esponenti storici dell’HH del nostro Paese, di quelli che hanno contribuito a fare la storia di questa cultura, si siano auto-ghettizzati in una sorta di eterni anni ’90, precludendosi parecchi stimoli e occasioni di evoluzione. Non senti di correre questo rischio? In che cosa l’hip hop di oggi non è “credibile”, secondo te?
Rispondo volentieri a questa, che sembra essere la domanda più in voga degli ultimi dieci anni. Tanti sono gli anni passati e ancora non riuscite a farvi una ragione della cosa a livello di comunicazione e giornalistico. Parli di “concetto culturale molto preciso e a suo modo quasi marziale” e dunque si presume che, laddove ci sia la più piccola presenza della parola “culturale”, ci debba essere di riscontro una ricerca di natura culturale attraverso un metodo che viene consegnato da maestro ad allievo cercando di non alterare il linguaggio e il metodo di trasmissione al fine di consegnare alle generazioni una “cultura in evoluzione”. Hip hop e cultura viaggiano assieme dal giorno uno della nascita di questo movimento, e lo studio, l’uomo, l’evoluzione e la rivoluzione hanno di conseguenza il potere di rendere l’uomo libero, non di “ghettizzarlo”, come suggerisci tu. Non sono io in grado di dirti perché il suono che viene impropriamente accostato alla nostra cultura e’ poco “credibile”. Dovresti chiederlo alle major, agli uffici stampa e a tutti gli organi di potere discografico abili manipolatori di burattini musicali. Io so che l’arte è libera per natura e il gesto di un artista è spesso associato ad un concetto di dignità collegato a quello che il cuore gli comanda. Chiunque esegua un gesto libero e consapevole, che sia nell’ambito della danza, del djing, del writing, del mcing sta percorrendo la strada giusta verso la libertà, totalmente inserito nel contesto attuale e non in una sorta di “eterni anni ’90”. Il resto sono chiacchere da bar.

Spesso la nuova generazione di rapper italiani parla appunto di rap e non di hip hop, intendendo il genere musicale e prendendo volutamente le distanze dai “dogmi” – passami il termine – di questa cultura. Come vedi il successo così virale del rap di questi anni, lontanissimo dalla mentalità di cui ti parlavo prima?
Penso che nella tua domanda ci sia già la risposta. La rap music è solo un aspetto all’interno di un vasto contenitore culturale con dei suoi sistemi di sviluppo, che tu chiami in maniera errata “dogmi”, ma che in realtà sono semplicemente un prezioso gioiello che e’ stato consegnato ai giovani per evolverlo, crescerlo e portarlo al livello successivo. Il successo di un aspetto o di una cosa non segue di pari passo l’aspetto tecnico culturale della stessa e l’Italia ne è un esempio lampante. Dall’altra parte della barricata esistono comunque ottimi artisti che si barcamenano nel quotidiano, cercando di portare un messaggio positivo e concreto alle generazioni che sono in ascolto, attraverso un rap di qualità che racconta le realtà delle nostre città e non sbattendo in faccia droga oro culi e malessere mentale con la scusa di esser portatori di una realtà’ stradale, che oltretutto, nella maggior parte dei casi, cozza con le origini borghesi degli stessi “rapper “.

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Secondo te ha davvero senso parlare di “valori originali”? Te lo chiedo perché, volenti o nolenti, dagli USA fin quaggiù, l’hip hop è ormai un fenomeno di così ampia popolarità e portata che è difficile trovarne un’identità univoca.
Mi spiace contraddirti ancora una volta ma quello che viene percepito dagli USA in Italia è solo quello che grandi canali radio e TV decidono di darti in pasto a livello globale. Il movimento hip hop esiste, è più vivo che mai con i suoi padri fondatori, le sue regole, pregi, difetti e contraddizioni, che comunque hanno dato e stanno dando tantissimo in termini di cultura ed hanno consegnato un vero proprio movimento artistico alle generazioni a venire . Please once again: don’t believe the hype!

Torniamo alla tua musica e ad Alien Army. Farete un tour nei prossimi mesi? Qual è la modalità con cui porti in giro il progetto dal vivo, e con chi?
Skizo, Simo G, Type, Mandrayq. Questa è la formazione tour di Alien Army che sta girando, abbiamo già toccato parecchie città italiane presentando il nostro disco “The difference” dal vivo, eseguendolo assieme a vecchi nostri successi dei dischi passati come “The End” o “Orgasmi Meccanici”. Abbiamo uno show complesso e di lungo, con parti assieme e altre dove si evidenziano le qualità singole sugli strumenti oltre ad un efficace video set di Type.

Ti chiedessero di essere il tour dj di un artista italiano, con chi accetteresti di lavorare? E al di fuori dell’Italia?
Mi viene in mente Mike Patton, con il quale ho diviso il palco per una stagione, forse uno dei più grandi che abbia potuto incrociare.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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