Giovedì 22 Agosto 2019
Festival

Il Sónar, Homer Simpson e Massimo Bottura

Un festival nato come pur avanguardia celebra la sua 25esima edizione da protagnista mondiale assoluto, senza perdere colpi e anzi con un'annata da ricordare

testo di Albi Scotti
contributi di Dan McSword e Marco Ricompensa

Vi ricordate quel vecchio episodio dei Simpson in cui Homer diventa critico culinario? All’inizio è di bocca buona, e ogni piatto è buonissimo, delizioso. Poi entra nella parte e diventa sofisticato e schizzinoso, trovando difetti e critiche ovunque. Dovessi paragonarmi a Homer Simpson, so di essere decisamente più vicino alla descrizione del giornalista che cerca sempre il pelo nell’uovo, soprattutto quando devo raccontare un festival, rispetto a quello che si accontenta e parla “politicamente” sempre bene di tutto e tutti. Perché i festival sono ormai il momento più rilevante per capire lo stato di salute della musica – soprattutto elettronica -, delle sue derive audiovisive, comunicative, e del rapporto con il pubblico. Ai festival si cerca un’esperienza immersiva totale, dunque se sono particolarmente esigente come spettatore è proprio perché posso godere del punto di vista privilegiato di chi guarda con occhio clinico ogni dettaglio, e riesco spesso a vedere anche gli ingranaggi dietro le quinte e i meccanismi che li muovono. Non esiste un festival perfetto, anzi sì. È quello che ti emoziona di più, dove ti trovi bene come a casa e dove potresti passare un mese intero, dove non ci sono disservizi e se ci sono non pesano sull’atmosfera generale. Al mondo ne ho visti pochi di festival così. Sicuramente tra questi c’è il Sónar, ed è anche il festival più interessante del pianeta, per quanto mi riguarda. Difficile trovare dei veri difetti. Neanche nelle code al bar o ai baracchini per mangiare (per dire, i venditori di birra girano tra il pubblico attrezzati con uno zaino refrigerato e spillatore).


Non tradirsi mai

Il Sónar riesce ogni anno a migliorare la propria offerta, ad accrescere i propri numeri (quest’anno le presenze certificate sono state 126mila, un numero enorme) e, cosa più importante di tutte, a mantenere il proprio status di festival “nuovo” anche al suo venticinquesimo anniversario. Il mondo di oggi è radicalmente diverso da quello del 1994. Lo è nella mentalità collettiva, nel modo di viverlo, lo è nel modo di concepire e fruire la musica, a tutti i livelli. Un festival che nasceva nel 1994 a Barcellona con l’obiettivo dichiarato di mettere in scena musica nuova e alternativa al mainstream si poteva muovere su coordinate libere ma allo stesso tempo molto precise, doveva evitare certi nomi e meccanismi per costruirsi uno status e una credibilità. È chiaro che un festival anagraficamente non più giovane e con numeri e peso specifico così rilevanti deve configurarsi in maniera differente. Anche perché la musica che un tempo era alternativa è ora a tutti gli effetti establishment culturale. E come si affronta un’edizione che deve celebrare la propria storia guardando al futuro? Muovendosi come all’inizio, su coordinate libere ma allo stesso tempo molto precise. Un paradosso? No. Il Sónar ha dalla sua una dote molto importante: è cresciuto parallelamente a un certo ambiente musicale, anzi è stato parte fondamentale di questa crescita nell’immaginario collettivo mondiale. Quindi Laurent Garnier, nel 1994 un artista sicuramente fuori dai radar delle masse, è oggi un grande senatore della musica, non solo tra i dj. Ed è – guarda caso – anche un veterano del Sónar.

Il testimonial ideale per celebrare con un doppio set la storia e il futuro. E Thom Yorke incarna ancora di più lo spirito di chi dopo venticinque anni di carriera ancora sceglie nuove vie. Idem Damon Albarn con i suoi Gorillaz, side project diventato gigante da mainstage. Ma anche una sensation come Rosalia e buona parte degli act visti al De Dìa sono l’istantanea perfetta di questo festival. Che ha le radici ormai ben piantate per terra, una storia solidissima e uno status unico al mondo, e può permettersi i classici come LCD Soundsystem e DJ Harvey e i ghiribizzi come Chino Amobi e CYBER. E sfizi come Despacio. Tutto con coerenza e coesione, tanto che non sorprende vedere Diplo in line up: chi ne conosce la storia sa bene quale catalizzatore di musiche globali e marginali sia sempre stato, capace di portare in classifica il baile funk e il kuduro, la b-more e il reggaeton. Non che abbia brillato in console (un po’ prevedibile, lui come gli artisti “presented by” ma un bel festival nel festival tutto sommato), ma se qualche collega non gradisce proprio quando mette ‘Gasolina’ di Daddy Yankee, io dico che a suo modo è una chiusura del cerchio per quanto lo riguarda. Ma i migliori sono stati altri.


I migliori in campo

Despacio. Un vero e proprio salottino, dove si poteva accedere soltanto se armati di tanta pazienza (per la lunga coda per entrarci) e una soglia di sopportazione per il caldo superiore alla media. Fastidi più che trascurabili, che venivano azzerati dall’atmosfera che Despacio ha saputo creare per ore e ore, tre giorni su tre, grazie a James Murphy e 2Manydjs, all’impianto McIntosh curato in modo maniacale, alla selezione in vinile nerdissimamente ordinata per BPM.
Laurent Garnier. Il dj francese ha saputo dare l’ennesima prova della sua grandezza, sia giovedì al De Dìa che sabato al De Noche. Il set di giovedì è stata una vera e propria lezione di musica elettronica da imparare a memoria, e quando parte ‘Cripsy Bacon’ è l’inno nazionale del Sónar. Il sabato all’alba, momento altissimo la doppietta ‘Knights Of The Jaguar’-‘The Man With The Red Face’. Uno spettacolo puro. Il miglior dj del mondo.
LIBERATO. Ennesimo esame superato a pieni voti per l’artista napoletano, che ha affrontato il suo debutto internazionale con totale naturalezza e ampio entusiasmo del pubblico internazionale. Inarrestabile.
Rosalia. Hype isterico per lei, praticamente debuttante, con un’immagine e una comunicazione cucite addosso da veri pro, e con un sound customizzato da El Guincho (vero genio incompreso dell’ultimo decennio). Sala pienissima, a testimoniare come folk e beat globali siano ormai il presente della musica, e di come non esistano più barriere tra pop e avanguardia. Che poi è ciò che il Sónar ha sempre profetizzato.

 

Objekt. Clamoroso set di uno che è sempre rimasto nel limbo dei bravi-mai-esplosi-davvero. Da buon britannico, se la vive con profilo bassissimo, ma il suo set dopo il live di Yorke è violentissimo e storto quanto basta per far impazzire i presenti.
Octo Octa. Un set micidiale, un missile dopo l’altro. La gente incollata al dancefloor. Sicuramente uno dei migliori set dell’anno per quest’artista che sta sbocciando in modo significativo (siete avvisati).
Thom Yorke. A proposito di Yorke, il suo live è stato molto discusso, tra chi si annoia con le sue divagazioni ermetiche e chi si aspettava un po’ di repertorio Radiohead (non potevate stare a casa?). Però è stato un concerto epico se vissuto nel modo giusto, facendosi prendere per mano da un artista che vuole sempre andare oltre i limiti, che parte volutamente indecifrabile per concedere cassa e melodia lungo la via. Unico.
LCD Soundsystem. Uno dei due concerti più attesi, pienone per loro nel Sónar Club e show di due ore carico e divertente. Questi sono i classici del festival. L’alternativo diventato pop nella sua accezione migliore. Impeccabili e bellissimi.
Gorillaz. La palma dei migliori va a loro. A Damon Albarn che si muove dinoccolato con felpone giallo e jeans cargo, cantando nel microfono del CB (i baracchini dei camionisti, avete presente?), ai De La Soul e agli altri ospiti, alle hit, al futuro diventato presente di una band i cui personaggi sono dei cartoni animati. Un live che resterà negli annali.


Sónar
Francescano

De Dìa o De Noche? Di solito vince il primo, perché l’atmosfera è più rilassata e gli show sono più nuovi e curiosi. Quest’anno però l’offerta De Noche è stata di grandissimo livello, ed è difficile scegliere quale parte del festival sia stata la migliore. Tutto era sempre di alto livello. Visto che ho iniziato con un paragone in qualche modo vicino al mondo della cucina, concludo con un altro parallelismo che orbita intorno ai fornelli. A questo mondo ci sono ristoranti raffinati e curati, poi ci sono gli stellati, dove si va per cercare qualcosa di più del solito. E poi ci sono i fuoriclasse della cucina, quei posti in cui si cambia decisamente campionato. Ci sono moltissimi chef eccezionali, chi ama una cucina tradizionale, chi mette l’accento sull’innovazione, chi sugli aspetti più curiosi della gastronomia. Ma solo pochissimi sono i numeri uno assoluti. In questa similitudine, il Sónar non è un “semplice” ristorante a tre stelle, è l’Osteria Francescana di Massimo Bottura, dove si osa sapendo di poter osare con le novità più ardite ma dove si tiene ben stretta la tradizione nella sua migliore forma. Se ci pensate, esiste un parallelo nemmeno troppo azzardato tra la storia di Bottura e quella del Sónar: nel 1994 l’uno era un piccolo artigiano che non si accontentava di cucinare buoni piatti emiliani ma voleva ribaltare il mondo della cucina. Il Sónar un piccolo festival che voleva proporre l’insolito. Oggi, sono due realtà indiscutibili, due fari dei rispettivi settori, due eccellenze mondiali a cui si guarda come punto di arrivo. Che non perdono di vista l’innovazione ma nemmeno la propria tradizione. SOPHIE e Garnier, Rosalia e i Gorillaz, Rozzma e Richie Hawtin. Il profumo di arrosto distillato e la lasagna. Croccante.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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