Mercoledì 08 Dicembre 2021
Interviste

Sophie Ellis-Bextor, regina della dance e mamma part-time

Con oltre vent’anni di carriera musicale, sei super hit mondiali, un doppio disco di platino e uno d’argento alle spalle, l’artista e modella inglese racconta di sé, della pandemia, di un tour. E del suo ultimo impegno discografico.

La data era quella di venerdì 13 novembre. Era il giorno della pubblicazione di ‘Songs from the Kitchen Disco: Sophie Ellis-Bextor’s Greatest Hits’, una collezione di successi che hanno fatto da colonna sonora alla cantate durante il lockdown. Il best of, anticipato dal singolo ‘Crying At The Discotheque’, remake della hit degli Alcazar, sembra il naturale proseguimento di ‘The Song Diaries’, la raccolta di circa un paio di anni fa dei suoi migliori brani in versione orchestrale.

“Sono davvero entusiasta di pubblicare questo lavoro. Sono brani miei e non solo, che cantavo quando ero impegnata negli show nei club. ‘Crying At The Discotheque’ poi l’ho sempre amata e cantata, anche durante le feste che facevo in cucina durante il lockdown”, ha rivelato Sophie Ellis-Bextor. “Sono tutte melodie che trovano un posto speciale nel mio cuore”. L’artista e modella inglese ha annunciato che l’anno prossimo porterà in tour la discoteca virtuale nata a fianco del tinello.

 

 

Il britannico ‘Kitchen Disco Tour’ previsto per il 2021 è un po’ figlio della crisi, della resilienza e del suo podcast, ‘Spinning Plates’, attraverso il quale affronta tematiche legate alla “gestione del difficile equilibrio tra l’essere madre e il lavoro”. La cantante ha trovato la via del sucesso proprio in Italia: nel 2000 ha cantato ‘Groovejet (If This Ain’t Love)’ di Spiller diventando un’icona delle discoteche e consacrando la sua carriera e quella del dj veneziano.

Come è nata l’idea di questo best of?
Ero sempre in cucina, difficilmente ci uscivo, e cantavo i miei successi. Mi sono detta: ecco, questo potrebbe essere il mio nuovo lavoro discografico. Sono versioni originali che arrivano dal catalogo e guarda caso sono quasi tutti mega successi. È stato un po’ come ripercorrere una strada a ritroso, basta leggere la tracklist.

E oggi come stai? Come sono le tue giornate in piena pandemia a fianco di tuo marito, bassista dei The Feeling?
Io sono felice. Sono piena di impegni: la promo con le telefoniche e poi i miei cinque figli: Mickey, Sonny, Kit, Ray e Jesse. Mio marito Richard (Jones) mi dà una grossa mano a gestire tutto.

 

Balli spesso, in casa, lo si nota dalle tue stories su Instagram. C’è un dj in particolare che ti ha lasciato dei bei ricordi in queste giornate difficili?
Quando posso, nel possibile, vado spesso a Ibiza. Lì ci incontriamo con Sander Kleinenberg e Calvin Harris, con cui abbiamo ottimi rapporti io e Richard. Sto pensando da un po’ di tempo di fare una collaborazione con loro.

Quindi sono loro due i tuoi dj preferiti?
Sì, ma mi piacciono tutti quelli che mi trasmettono delle belle sensazioni.

Qual è il tuo vero DNA? Sei nata grazie al pop ma sei arrivata alla fama grazie alla dance.
Penso che sia solo un discorso di crossover. Grazie a Pete Tong, e non solo a lui, qui in Inghilterra la dance viene presa molto sul serio ed è una fucina di talenti per il mainstream.

 

Cosa ne pensi della musica dance attuale?
Ci sono tante belle cose, in circolazione. Basta cercarle. Non ci si può limitare ad alcune playlist: nella musica devi fare ricerca, se la ami davvero. Penso che tutto sia mosso dalla passione, ormai, almeno dalla parte di chi la musica la cerca col cuore.

Intanto, lo sfogo della dance, ossia i club, restano chiusi. Cosa hai da dire in proposito?
Quello che dicono tutti: che è un casino, davvero. Questa cosa va sistemata e subito. Ne va del futuro di migliaia e migliaia di persone. Intanto bisogna anche cercare delle alternative. Bisogna crearsi una squadra, un gruppo di lavoro. Perché da soli non si va da nessuna parte.

Com’è possibile oggi pensare di produrre e cantare brani dance se i locali sono chiusi?
Bisogna avere spirito costruttivo, spalle larghe ed essere propositi: bisogna essere aperti a tante nuove strade. Resta il ritmo ad accompagnarci, a darci energia e stimoli per le nostre attività quotidiane. Ogni volta penso a questa cosa. Ovviamente tutto è legato allo stato morale di ognuno di noi. Io mi devo sentire libera, quando creo, sennò sto ferma e non lavoro. Ognuno reagisce in modo diverso. Deve solo essere onesto con se stesso, con i discografici e pertanto con il proprio pubblico.

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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