Venerdì 22 Novembre 2019
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Spotify: quanto ne sai?

 

Spotify rappresenta oggigiorno il sinonimo made in Sweden di “streaming on demand”, con 75 milioni di utenti iscritti in 60 paesi registrati a giugno 2015. Lanciato nel 2006 a Stoccolma da Daniel Ek e Martin Lorentzon (co-fondatore di Tradedoubler), la sede principale è oggi a Londra, mentre quella di Stoccolma si occupa unicamente di ricerca e sviluppo per la piattaforma. Perché Spotify è così importante? Semplicemente è arrivato prima di tutti. Come tutte le piattaforme airplay anche Spotify è pienamente coinvolto nella tempesta dei diritti d’autore online ma il tema è particolarmente scottante per la società svedese, motivo per cui la affronteremo con maggiore cura rispetto al nostro precedente capitolo dedicato a Soundcloud.

COME GUADAGNA SPOTIFY?

Sostanzialmente con gli account Premium, con gli acquisti online in negozi partner e con il servizio di advertising, i cui spot pubblicitari sono passati dal massimo di 30 secondi al minuto intero. Ciò che caratterizza e costituisce vantaggio per Spotify è innanzitutto la sua versione Free, ritenuta universalmente la più completa tra quelle che offrono le varie piattaforme streaming. Senza alcun costo si possono creare playlist, ascoltare brani illimitatamente (è stato rimosso il limite delle ore ascoltabili) e seguire artisti o amici. Con la versione Premium è possibile ascoltare quanto si vuole senza l’incubo della pubblicità, accedere alla modalità d’ascolto offline e usufruire di altre funzioni tra cui lo streaming con un maggior numero di bitrate (320 kb/s). Ciò su cui conta Spotify è il tasso di conversione degli utenti, ovvero la percentuale di iscritti a Spotify che aggiorna la propria versione da free a premium. La percentuale è abbastanza stabile, considerando che nel 2013 ha toccato il 20% e da lì non si è particolarmente evoluta. Tuttavia la piattaforma aggiorna continuamente le proprie funzioni tentando di estendere il più possibile la propria platea e puntando a restare il servizio numero uno al mondo nel settore. Negli ultimi due anni gli upgrade hanno compreso il servizio connected car, il collegamento con Facebook e Twitter (è notizia proprio di oggi l’integrazione della piattaforma con Facebook Messenger), Artist Radio, Fresh Find, la compatibilità con praticamente tutti i servizi mobile e davvero tanto altro ancora, su cui vi consiglio di informarvi perché davvero estese. A ciò si uniscono gli accordi con tutte e tre le major discografiche, a testimonianza della fiducia che l’intero settore discografico ripone nello streaming di Ek e Lorentzon. Questo perché Spotify costituisce oggi la più grande audioteca musicale al mondo, nella quale ci si può perdere infinitamente tra le sue playlist, radio ed interazioni social: fino a qualche anno fa, una vetrina online così efficiente era solo lontanamente ipotizzabile.

A differenza dei suoi concorrenti, Spotify versa il condizioni economiche più che stabili, un dato interessante considerando che nel 2009 la percentuali di debiti sui ricavi della piattaforma toccava il 147% del fatturato (il dato si è dimezzato già nel 2010, andando affievolendosi negli anni successivi). E’ notizia di appena un mese fa il versamento della bellezza di 500 milioni di dollari da parte della compagnia d’investimenti TGP Capital a favore di Spotify, che a fatto lievitare la raccolta fondi totale della piattaforma ad oltre un miliardo di dollari totali. Questo perché il suo modello di business ha convinto e sostanzialmente perché è un dato di fatto che Spotify non abbia al momento un concorrente alla sua altezza: Apple Music e Pandora sono gli unici due servizi airplay in ascesa (sebbene la seconda sia sempre più ricoperta di debiti) ma non ancora abbastanza da poter destare preoccupazioni.

DIRITTI D’AUTORE, UN TEMA CHE SCOTTA

Ho già affrontato la questione settimana scorsa parlando delle controversie relative a Soundcloud e alle richieste delle label, e se la situazione vi è sembrata complicata aspettate di sentire i dati relativi a Spotify. Al momento, Spotify paga gli artisti con una media tra gli 0,006 e 0,008 centesimi ($) per play. Vi sembra poco? Considerate che è più del doppio dei compensi degli altri servizi streaming online. E’ lo stesso Spotify a spiegarcelo, tramite il sito Spotifyartists.com, dove la piattaforma si dedica a render noto al proprio pubblico il dato relativo al pagamento di royalty, l’ammontare del revenue, il numero di iscritti e la media di soldi spesi per-user (intorno i 45$ per gli utenti free, 120$ per quelli premium) e molto altro. Quindi, cosa si dice a riguardo del pagamento di royalty? Innanzitutto è bene sapere che Spotify negli anni ha versato più di tre miliardi di dollari in compensi per artisti, circa il 70% dei guadagni totali. Il compenso è organizzato secondo singoli accordi, non vi è dunque un metodo universale (per questo vi dicevo che i compensi oscillano tra due cifre). Come probabilmente non immaginavate, Spotify non vi paga in base ad un modello “più ti ascoltano più soldi prendi”. In un certo senso sì, ma ci sono delle varianti che vanno ad influenzare radicalmente il compenso finale: il paese di provenienza dell’user che ha ascoltato la tua canzone, se è un utente free o premium (si guadagna di più con gli utenti premium ovviamente), la visibilità dell’artista in questione, eccetera. Nello schema di seguito è spiegato l’intero processo.

I dati relativi ad alcuni tra i maggiori album di successo del 2013 certificano che ogni raccolta ha fatturato in media 425.000 dollari al mese. Si parla di tre anni fa, ma i numeri non sono cambiati. Tuttavia è facile parlare dei ricavi di global hit album: come se la passano gli artisti – per così dire – “minori”, o semplicemente emergenti? Non molto bene. E’ interessante il caso della band funk Vulpeck, che qualche tempo fa creò un album intitolato ‘Sleepify’ con una serie di brani totalmente muti da trenta secondi l’uno. La band affermava che tenendo l’album “silenzioso” in repeat per una notte intera si sarebbe generato un compenso di 4$. L’album è stato rimosso poco dopo da Spotify per “violazione di termini e condizioni”, ma la band ha comunque totalizzato 20.000$. Da Jay-Z a Taylor Swift, la polemica sui diritti d’autore di Spotify si è sempre riaccesa nel momento in cui un big della scena avesse deciso di alzare la voce. L’idea in comune nella polemica è che Spotify stia privando l’operato degli artisti del loro effettivo valore. Taylor Swift in particolare ha paragonato Spotify alla pirateria online, rimuovendo tutti i suoi album dalle piattaforme streaming e non facendoci mai uscire il suo celebre 1989. Se si considera il valore economico di un album acquistato in store o su Itunes, e il compenso di royalty conferite all’artista per uno streaming completo dell’album ovviamente il dislivello è notevole; Coldplay, Beyoncè, Black Keys, e Radiohead sono solo alcuni dei grandi nomi che hanno seguito l’esempio di Taylor. Il discorso però sembra aver senso solo per quegli artisti che godono già di una finestra di visibilità abbastanza ampia da non necessitare un “incentivo” proveniente dallo streaming, che anzi andrebbe a svalutare le raccolte, ma vale lo stesso discorso per gli artisti che di questa enorme visibilità non ne stiano godendo? Spotify non costituisce ad oggi la miglior vetrina musicale online per chi di quella visibilità necessita quasi più dell’introito economico? Qualunque sia la vostra opinioni, tutte le maggiori statistiche relative a royalty, guadagni, passivi e utenti di Spotify sono chiarificati in questo articolo su Spotifyartists.

DAVID LOWERY vs SPOTIFY 

Ci sono anche questioni legali in corso. Spotify ha più volte dichiarato, soprattutto nel caso del catalogo statunitense, le sue difficoltà a risalire ai legittimi detentori di diritto d’autore su alcune composizioni, che rimangono così molto spesso “sganciate” da un proprietario e di fatto non retribuite. Il musicista statunitense David Lowery ha avviato quella che di fatto è una class action contro Spotify, denunciando un ammontare di royalty non conferite che supera i 150 milioni di dollari di penale. Alla sua causa si stanno unendo gradualmente un gran numero di artisti che reclamano i propri diritti sulla piattaforma streaming di Stoccolma, dando sempre più rilevanza alla questione. Dal canto suo Spotify ha porto l’orecchio sulla questione ed ha già dichiarato di essere a lavoro su un nuovo sistema di individuazione di detentori di diritti su brani all’interno della piattaforma. La polveriera sollevata da Lowery è bene ricordare che va a rivolgersi al solo 1% dei contenuti musicali della piattaforma.

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Penna di DJ Mag dal 2013, redattore e social media strategist di m2o dal 2019.

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