Martedì 20 Agosto 2019
Storie

Questione di ego: storia completa degli Swedish House Mafia

Dal cartaceo di dicembre/gennaio 2019, il racconto delle tappe fondamentali dell'ascesa del trio dj più famoso della storia

Gli Swedish House Mafia costituiscono il campione perfetto della metamorfosi che ha coinvolto lo star system della scena dance e che, probabilmente, deve i suoi riflettori anche al lavoro svolto dai tre svedesi Axwell, Sebastian Ingrosso e Steve Angello. Qualche mese fa, ho avuto l’occasione di trascorrere una settimana a Londra in compagnia di Amy Thomson, la storica manager con cui il trio ha diviso le strade solo recentemente, ma che rappresenta l’effettiva artefice della maggior parte delle tappe fondamentali – soprattutto in termini di comunicazione – degli Swedish House Mafia. La visione di Amy consisteva nell’aprire gli occhi del pubblico e svelare un nuovo fenomeno che non era certo quello del dj (Tiësto aveva già suonato alle Olimpiadi e tra Daft Punk e David Guetta si delineavano già le prime star) ma quello della “EDM”. Un termine che oggi ci sta stretto e ci suona usurato, ma che al tempo veniva ricollegato al mero genere musicale riconducibile ad “Electronic Dance Music”. La Thomson sorvolava il discorso dei generi: nei primi del duemila quello di coloro-che-girano-dischi si era già dimostrato come un vero e proprio movimento culturale, e i dj possedevano il DNA per poterlo portare al “next level, quello della fama a trecentosessanta gradi. Era sotto gli occhi di tutti, serviva il coraggio e l’ambizione per mettere la realtà nero su bianco.


  
Primo passo: costruire l’ego. Cos’è una pop star? Un idolo, una figura mitologica, una divinità in terra, ma nella definizione più elementare di dj è basilare il concetto di club, intimità, interazione con il pubblico. Nei primi del Duemila, termini come “dj superstar” potevano risultare azzardati, ossimorici. Costruire l’ego, dunque. Gli Swedish House Mafia non dovevano apparire come un trio di dj, ma come una vera e propria rock band. Prima dei tre svedesi, chi avrebbe mai pensato che ventimila persone sarebbero state disposte a riempire il Madison Square Garden, per assistere ad uno solo show di due ore? Seduti, sugli spalti, sorseggiando una birra, facendo video col flash. Prima degli Swedish House Mafia, chi avrebbe mai concepito un dj set anticipato da una intro di due minuti? E ancora, prima di Axwell, Sebastian e Steve, chi avrebbe mai fantasticato su un docufilm nei cinema di tutto il mondo, dedicato a tre miti dell’house che fanno un tour nelle arene, vendendo più di un milione di biglietti e facendo parlare di sé tra feste nei backstage, escandescenze e mega hit?


  
Era il 2007 quando il termine “Swedish House Mafia” – una definizione giornalistica dei tempi in cui il gruppo non aveva ancora un nome – ha iniziato a girare all’interno della Miami Winter Conference, il più grande appuntamento per addetti ai lavori della dance negli Stati Uniti. Nessun singolo all’attivo, giusto un collettivo di dj svedesi con un interessante background, che aveva deciso di suonare qua e là tutti insieme. Axwell, Sebastian Ingrosso, Steve Angello, Eric Prydz, Laidback Luke. Il quinto si trova bene con il gruppo – in particolare con i primi tre – e nel 2007 lavorano fianco a fianco alla produzione di ‘Get Dumb’. La sintonia c’è, la strategia per l’ascesa non è ancora ben definita ma l’idea di formare un collettivo per bruciare le tappe è buona. Non è d’accordo Prydz che, nonostante l’eccellente iter musicale che lo aveva già messo sotto i riflettori, ha preferito prendere una strada solitaria dopo solo un anno. Indipendenza e mania del controllo in studio sono state decisive, e la storia gli ha dato ragione. Nel 2009 continuano invece i lavori con Laidback Luke e nasce la collaborazione ‘Leave The World Behind’, che non vede la luce fino alla compilation ‘Until One’ nel 2010, pubblicata via Virgin/EMI, ma che diviene inevitabilmente il primo identikit dei tre, ai quali Laidback Luke si accosta come collaboratore. Tra il 2007 e il 2009 l’hype intorno agli Swedish House Mafia, ormai considerati un trio a tutti gli effetti, è cresciuto mese dopo mese. L’intera scena svedese sta iniziando a calare i propri assi, la dj mania si sta diffondendo a macchia d’olio e gli ingranaggi iniziano ben presto a girare veloci, complice la prima mega hit del trio.


  
Si chiama ‘One’ e la première mondiale avviene sul palco dell’Ultra Music Festival di Miami. Oltre alla portata della produzione, cui si è aggiunto il vocal di Pharrell Williams (grazie ad un nuovo accordo con la Polydor) e che ha conquistato otto dischi di platino e cinque d’oro, l’intero show è stato studiato alla perfezione: iconica è la intro, firmata dal regista svedese Christian Larson, proiettata su un telone bianco che cade scenograficamente sulle note di ‘Leave The World Behind’. Pelle d’oca da rockstar: l’idea del telo bianco ha un sapore epico e impazzano i video su Youtube. ‘One’ fa subito parlare di sé e apre la discussione sul “fenomeno Swedish House Mafia”, alternata a momenti di prestigiosa intimità – come la residency Masquerade Motel al Pacha di Ibiza – ed eccessi da backstage, come l’acceso diverbio tra Steve Angello e Paris Hilton, finito subito nei socialAd ottobre del 2010 esce ‘Miami 2 Ibiza’, il secondo singolo con Tinie Tempah, ed è un altro grande successo. L’exploit è talmente vistoso che a novembre vede la luce ‘Take One’, il docufilm dedicato ai primi due anni di Swedish House Mafia, con filmati esclusivi degli oltre 250 show realizzati in due anni e altre riprese private in studio. La metamorfosi da dj a band continua: l’obiettivo di ‘Take One’ è portare il mass appeal degli Swedish House Mafia oltre i confini della dance e del festival circuit. Tutto il mondo deve (ri)conoscerli non solo a livello sonoro ma anche visivo, e si lavora a creare un simbolismo impeccabile: il ‘black dot’, la giacca in pelle nera (di lì a poco universalmente imitata da tutta la scena), i primi prestigiosi accordi commerciali con i brand, le foto rigorosamente in bianco e nero. Viene così spianata la strada per un 2011 di fuoco e fiamme.


  
I segnali arrivano già dalla primavera: i tre non vengono rinnovati sul main stage dell’Ultra Music Festival ma in risposta fanno tutto esaurito con un festival autonomo su Miami South Beach sfidando con successo il festival elettronico più potente del pianeta. Pochi mesi dopo esce ‘Save The World’, disco di platino in Svezia e disco d’oro in Italia, Australia, Belgio e Danimarca, quindi il grande passo per l’immortalità: Madison Square Garden, 16 dicembre 2011. Il Garden conta ventimila posti, è un’arena dedicata ad eventi sportivi e concerti pop, e rappresenta una di quelle venue che nella mappa dei dj (fino a quel momento) non hanno motivo logico (e logistico) di figurare. Al momento dell’annuncio, in diretta con Pete Tong per BBC Radio 1, l’iniziativa viene considerata una follia. Eppure, la one night va sold out in appena dieci minuti. Ne verrà fuori un’esibizione mastodontica, ben condita dai pyro e dagli altri effetti speciali (ma niente Co2, “troppo cafoni” secondo la Thomson), che farà la scuola dello show design elettronico e che è possibile ripercorrere ampiamente su Youtube. Il 2012 si apre con ‘Greyhound’, un progetto progressive house dai suoni oscuri e taglienti, presentato al pubblico con la partnership di Absolut Vodka, a fianco di cui viene pubblicato un video-spot le cui riprese costano un milione di dollari. Come se non bastasse, in estate i tre fanno esplodere Milton Keynes Bowl, un’arena senza posti da oltre 65.000 anime di capienza nel Regno Unito; inutile dirlo, altro sold out, e stavolta va in scena quella che sarà la world première più importante della loro carriera. il nuovo singolo ‘Don’t You Worry Child’, con John Martin.


  
“Ai tre manca la hit definitiva” si diceva al tempo tra i vari blog, “per consacrarsi tra le superstar del pianeta”. Gli svedesi giocavano a fare le rockstar, ma erano (soltanto) dei dj e i loro brani – nonostante il successo – erano ancora ben collocabili nell’universo degli inni da festival. ‘Don’t You Worry Child’ è l’equazione perfetta. Con 33 dischi di platino, 7 dischi d’oro e una candidatura ai Grammy’s, il brano è indelebile nella colonna sonora definitiva del ventunesimo secolo e scrive il nome della Swedish House Mafia nel firmamento della dance. Più in alto di così non si può arrivare. In più, il peso della fama inizia a farsi sentire nelle vite personali dei tre. Viene annunciata la fine del progetto, con un ultimo tour mondiale che venderà più di un milione di biglietti in ogni angolo del globo e che sarà raccontato al dettaglio nel secondo capitolo cinematografico, ‘Leave The World Behind’. Il mondo va in tilt, i social in buzz. La storia di Axwell, Sebastian e Steve finisce a marzo 2013, sul palco dell’Ultra Music Festival di Miami. Ne nasce un film, ancora una volta sotto la guida di Larson. Tutto riprenderà proprio da lì, da Miami, con un reunion show ben disegnato dal fedele Nicolas Caeyers e con un rarissimo hype sapientemente alimentato con la partecipazione di Virgil Abloh. Una graduale dose di indizi che tiene tutto in bilico fino a poche ore dallo show, che viene seguito in streaming da tutto il mondo. Lì, in quella folla impazzita, c’eravamo anche noi.


  
A seconda di come le si consideri, le reunion hanno sapori differenti. Quella emozionale e romantica, del ritorno in scena degli idoli, ma anche quella artistica, che è la sfida più ardua da intraprendere per chi nella propria breve carriera ha saputo infrangere record storici e cambiare i connotati ad un settore, quello della dance, che oggi è così globale e ramificato anche grazie al trio svedese. Il ritorno in scena arriva in una fase non poco delicata. La musica elettronica sta vivendo una crisi di identità, e non è un segreto. Nella DJ Mag Top 100 capeggia un talentuosissimo ventenne e non si vedono particolari pretendenti al trono; il principale movimento musicale degli ultimi tempi ha perso la sua forza trainante e i suoi esponenti cercano riparo nei loro porti di partenza; è appena trascorsa un’estate senza vere e proprie global hit e la presenza di Spotify e Apple Music negli smartphone di tutti noi ha definitivamente cambiato il modo di usufruire la musica, sempre più mortale e malinconicamente stagionale. Se il ritorno del trio andrà a buon fine, con dischi convincenti e un altro tour mozzafiato, verrà scritto un nuovo capitolo di storia della musica; se dovesse andar male, verrà macchiato un cammino che fino a questo momento era stato perfetto, a tratti leggendario. E allora godiamoci lo spettacolo: le luci si riaccenderanno, e avremo tutte le risposte. 

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando le playlist di Spotify.

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