Giovedì 19 Settembre 2019
Festival, News

Suntribe: dedicato a chi osa

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foto di Carlo Roscioli 

C’è un detto: “life begins at the end of your comfort zone“. Facile a dirsi, ma che significa? Come si fa a capire quando ci si trova con i piedi paralleli sulla linea che preclude la nostra zona di comfort? E soprattutto cos’è la zona di comfort?

Ci piace parlare, a tutti quanti. Amiamo commentare, criticare, obiettare. Per ogni persona che sta facendo qualcosa, ce n’è sempre una accanto che dice di saperla fare meglio ma che non la farà. Il nostro paese poi, porta cucito in petto con fierezza lo stemma reale dei Criticoni. Questo non va bene, quello forse sì ma andava fatto meglio. Leoni da tastiera, insulti gratuiti, saccenza a secchiate. Eppure nessuno fa niente. Lì, esattamente tra il dire e il fare, c’è la linea della tua comfort zone. Il tracciato che separa il mondo del conosciuto e facile da accettare, dall’ignoto e dal precipizio. Quell’ignoto che tanto ci inquieta, per la paura di fallire o di cimentarci in qualcosa per cui crediamo di non essere ancora all’altezza. Il problema è che troppo spesso chi fa (per quel poco che si fa) è colui che dovrebbe stare a guardare.

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Ogni tanto mi viene in mente la storia della gazzella nella Savana: ogni mattina nella Savana, una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più veloce del leone per non finire sbranata. Una cosa del genere. Da noi invece, ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare un festival. Prende le sue centinaia di migliaia di budget (beato lui che sa come racimolarle), mette insieme qualche PR, contatta una booking agency e strapaga i primi tre artisti mainstream che gli passano per la testa, dando il nome “festival” al tutto. Già, “festival”, perché ci sono più di due artisti. Previsioni? Guadagno netto, perché il mainstream si chiama così per un motivo, ovvero perché muove tanti paganti. Ne abbiamo visti di individui così, e adesso probabilmente stanno leggendo questo articolo con una montagna di debiti da pagare e un sogno (più che altro una brama) richiuso per sempre nel suo cassetto.

Non funziona così. Che tu abbia venti, trenta, quarant’anni, se questa sarà la tua equazione hai messo una bella ed elegante firma sulla tua condanna a morte.

Eventi di un certo tipo vanno fatti fiorire nel tempo, non sbocciare da un giorno all’altro. Non siamo negli States, né in Olanda. Centomila persone non verranno alla tua festa perché tu hai dei nomi grossi. Centomila persone verranno alla tua festa perché la tua festa funziona e l’hai dimostrato negli anni. Il tuo obiettivo è portare la gente all’X Festival, non a sentire Y dj. Falli sentire a casa, falli affezionare, fagli respirare qualcosa che in Italia, o nella loro città, non hanno mai respirato. La gente è stufa di sentire gli stessi nomi, e se forse fino a due anni fa la compagnia della big room olandese ti garantiva un leggero indotto a sé oggi, nel 2015, i tempi sono cambiati e quell’affluenza non te la garantisce neanche il dj EDM più in voga del momento (gli esempi sono lampanti). Il tuo prodotto funzionerà nel momento in cui la tua gente comprerà i biglietti prima ancora di conoscere la line-up, o nel momento in cui il nome dell’evento sarà scritto più grande di chi ci suona dentro. Partite con umiltà e consapevolezza dei vostri mezzi. Non scoraggiatevi alle prime spese, e alle eventuali perdite. Focalizzatevi sul vostro obiettivo, valorizzate i punti forti e corazzate nel tempo i punti deboli. Aspettate a fare il grande salto ma non stando fermi, bensì prendendo passo passo la rincorsa giusta. Non vi azzardate a dire che in Italia nessuno è così. Vi basta guardare cosa sta succedendo dal 2013 nei pressi di Lecco. So per certo che sapete di chi e di cosa sto parlando, ma oggi voglio darvi un altro esempio.

Un certo Thomas Wayne diceva a suo figlio: “Sai perché cadiamo, Bruce? Per imparare a rimetterci in piedi”. Prendi il Suntribe festival.

Una realtà nata dal nulla o poco più. Uno school party divenuto un’abitudine tutta romana sulle sponde del litorale di Fregene, a due passi dalla capitale. Hardwell nel 2012, come prima guest internazionale incastonata in una timida consolle sulla sabbia, quindi Deorro, Martin Garrix, Ralvero, Congorock, Tommy Trash (i primi due per la prima volta in Italia). Ospiti scelti con intelligenza ed edizioni curate senza troppa ambizione ma con tanta voglia di divertirsi e di offrire qualcosa di valido al proprio pubblico. Una folla più che altro di amici, conoscenti, persone che abitano nello stesso quartiere e condividono gran parte delle abitudini. Per farla breve, in due anni Suntribe è diventata una grande famiglia, che muoveva un totale di quasi diecimila persone distribuite in due edizioni estive all’anno. Estate 2015, qui è caduto Bruce. Suntribe annuncia Steve Aoki, guest superstar conosciuta in tutto il mondo e potenziale salto nel vuoto del festival, che ad un grande nome accompagnava spese di una serietà sicuramente maggiore. Tutto sembrava procedere per il meglio, poi si è intromessa lei. Burocrazia, la più antipatica delle guastafeste. L’evento è annullato, per la prima volta dal 2012 l’estate non si aprirà con il consueto Suntribe.

Agosto 2015, l’annuncio. Suntribe tornerà, e lo farà il 13 settembre con il suo dj promesso. Niente sabbia, niente gazebi, niente tramonto sul mare. Il bagno stavolta si fa in piscina, nel parco acquatico di Hydromania. Saltano a bordo Emix e d-Lewis, i Marnik, Blasterz e i rappers Briga e LowLow, e per la prima volta a Roma è sembrato che qualcuno non avesse fatto fold, bensì rilanciato. Una manciata di ragazzi di età compresa tra i ventuno e i venticinque anni ha deciso di violare la propria comfort zone.

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Il meteo ci ha messo del suo, negando la bellezza di un sole infuocato fin dalle prime ore del festival, per poi delirare in uno scrosciante acquazzone che ha spezzato le prime note del main stage e fatto tremare i cuori di tutti. Poi anche Giove Pluvio si è rassegnato, ed il main stage di Suntribe (almeno cinque volte più grande del palco delle scorse edizioni) ha iniziato a darci dentro. Emix, poi i rappers, quindi l’opening act dei nostri Marnik. Poi arriva lui, e le migliaia di teste presenti sono letteralmente impazzite. Aoki esalta, tira torte, sboccia sulla folla e fa dimenticare a tutti il nubifragio che solo poche ore prima si era abbattuto sulla vallata. C’è chi all’idea del dj-spara-torte arriccia il naso e si prepara a scrivere un insulto sulla propria tastiera, ma quello che veramente conta è che i ragazzi, provenuti da tutta Roma, hanno passato una serata che nella capitale non si era mai vista, o perlomeno non si vedeva da tempo. Una prova è sicuramente la folla rimasta compatta e massiccia fino agli ultimi dischi dei talents romani, che hanno chiuso in bellezza uno show che ha violato tutte le aspettative, con le prevedibili ma non così gravi lacune.

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Cosa sarebbe successo se i ragazzi di Suntribe avessero deciso di gettare la spugna dopo la stangata di giugno? La figuraccia sarebbe stata tale da garantire la chiusura di un ennesimo triste capitolo dell’intrattenimento romano. Invece no, hanno scelto di osare e rischiare tutto per il proprio pubblico e per la propria creatura. Hanno capito di esser costretti a fare un passo molto più lungo della gamba, contando di farsi crescere l’arto nel giro di un mese. Avventati? Secondo me no. Non si tratta di investitori senza scrupoli con scarsa conoscenza del mercato e del pubblico, né di avidi di guadagno pronti a speculare su qualsiasi aspetto della festa pur di tornare a casa con le tasche piene. Quelli sono gli avventati. Loro sono ragazzi, che hanno imparato una lezione – perché sicuramente, per quanto positiva, l’esperienza Suntribe è sicuramente migliorabile – e allo stesso tempo ne hanno data un’altra. Non lasciate che la paura di cambiare ostruisca i vostri sogni. Bruce si è rialzato, vediamo se l’anno prossimo ricomincia anche a camminare.

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando le playlist di Spotify.

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