Lunedì 21 Ottobre 2019
Interviste

Tale Of Us: la nostra storia

 

Prima dell’estate abbiamo incontrato Carmine “Karm” Conte e Matteo Milleri che ci hanno raccontato a cuore aperto il loro viaggio musicale e umano che in soli cinque anni li ha portati ad essere dei giganti della techno, ridefinendone percezione e stile. Ecco un estratto della cover story pubblicata sul numero in edicola lo scorso luglio.

Come comincia la vostra storia?

MM: La nostra storia comincia in Italia nel 2008. Veniamo da due ambienti diversi. Non siamo coetanei ma ci siamo conosciuti nella stessa scuola di ingegneria del suono a Milano. Anche se eravamo lì per motivi diversi entrambi avevamo lasciato gli studi. Io facevo economia, Carmine faceva legge. Producevo già musica elettronica, non dance necessariamente mentre lui era già più legato alla scena club italiana e spagnola e così abbiamo iniziato a condividere i nostri gusti musicali.

CC: Sì già frequentavo Ibiza e nel 2007 già suonicchiavo al DC10 ma niente che definirei ancora rilevante. È dopo l’incontro nella scuola di musica a Milano che abbiamo cominciato a frequentarci e fare musica insieme e giorno per giorno abbiamo iniziato a creare un nostro suono. Ci siamo subito accorti che se unite le nostre capacità erano superiori rispetto alle nostre skills individuali. Il resto è venuto in maniera molto naturale e organica almeno all’inizio. Nel 2010 ci siamo trasferiti a Berlino dove abbiamo avuto i primi approcci con Seth (Troxler nda) e i ragazzi di Visionquest, con Manfredi (Romano aka Dj Tennis nda) e l’etichetta Life & Death che stava nascendo. Abbiamo portato avanti questi due discorsi parallelamente e quindi quando siamo usciti con i primi due remix e il primo disco inedito eravamo già a buon punto diciamo.

Vi siete trasferiti a Berlino proprio perché accadesse tutto ciò?

CC: Ci siamo trasferiti a Berlino perché a Milano non riuscivamo a trovare un ambiente fertile per i nostri progetti. L’Italia fa fatica a far emergere i nuovi talenti ma allo stesso tempo la scena è importante. Cercavamo un modo per essere rilevanti e il modo è stato quello di farci le ossa all’estero per poi riportare un prodotto valido nel nostro territorio.

Quindi se foste rimasti in Italia non sareste diventati i Tale Of Us?

CC: Questo non lo sappiamo, non possiamo dirlo.

MM: Tra il 2007 e il 2009 a Berlino c’era una bella energia intorno al nostro mondo. Se avessimo voluto fare i cuochi saremmo rimasti in Italia, non so come dire. Era il centro del nostro movimento. Ma comunque siamo italiani a Berlino, non siamo diventati tedeschi.

Tra l’altro Matteo il tuo trasferimento a Berlino è avvenuto in maniera conflittuale con la tua famiglia…

MM: Molto conflittuale. La mia famiglia è molto strutturata nella finanza di Milano. Avevo un po’ il percorso prestabilito come tanti miei coetanei però non mi sembrava una strada che potesse rendermi felice. Mio padre è un uomo di successo e io avrei dovuto seguire le sue orme, insomma quella storia li.

Quindi non ti hanno aiutato, ti sei dovuto arrangiare?

MM: Sì, quando mi sono trasferito a Berlino mi sono dovuto arrangiare. Abbiamo fatto tutto da soli. C’era comunque del supporto economico minimo.

CC: E’ stata una scelta che volevamo tanto. Volevamo metterci nella condizione di dover ripartire quasi da zero.

MM: Le famiglie non hanno cercato di rovinarci la vita. Semplicemente mi hanno detto “ok vai a Berlino però sono cazzi tuoi”.

Qual è stato il momento in cui avete capito di aver svoltato?

MM: E’ stato tutto molto veloce perché siamo stati tra i pionieri di un nuovo movimento deep-house che si stava creando in quegli anni. Ci siamo inseriti nella fase di transizione tra la scena techno e la minimal che però non ci rappresentava, era poco emozionale. Non era neppure una musica che rappresentava l’Italia. Volevamo creare una nostra storia e in questo senso siamo stati anche fortunati ad essere tra i primi del nuovo corso post-minimale. È difficile dire esattamente quando.

CC: Per me è stato quando ci siamo liberati da ogni tipo di preoccupazione e abbiamo deciso di fare quello che ci piaceva senza pensare alle conseguenze. È un momento molto precedente ad una gratificazione o a una release, un momento in cui abbiamo giocato un all in su quello che ci piaceva fottendocene di tutto. Ecco, quello è stato per me il momento in cui abbiamo svoltato perché da li in poi abbiamo avuto la forza di imporre il nostro suono.

 

Tale Of Us

 

Vi ricordate il giorno in cui siete diventati i Tale Of Us?

MM: Direi con l’uscita del remix di ‘Disco Gnome’ dei Thugfucker su Life & Death, disco che tra l’altro abbiamo prodotto a Milano. Anche se non sembra abbiamo fatto la nostra gavetta. Pensa che quando abbiamo firmato con Visionquest o Life & death praticamente non esistevano ancora. Era tutto all’inizio.

CC: Seth era un giovane deejay, forte, ma molto giovane e non ancora affermato, non era ancora l’headliner che è oggi capace di trascinare dietro a se un movimento cosa che gli riesce molto bene oggi.

Quindi la vostra fortuna, che è anche il vostro talento, è stata quella di aver trovato un suono che evidentemente serviva in quel momento storico.

MM: Più che altro sono le label ad aver trovato noi, il suono era già lì, non l’abbiamo fatto apposta.

CC: ‘Dark Song’ ad esempio l’avevamo prodotta due anni prima della sua uscita ufficiale.

MM: Con quella canzone abbiamo cercato di aprire un’etichetta nostra ma non ci siamo riusciti, siamo stati rimbalzati da alcuni distributori.

CC: Questo è il motivo per cui ci siamo trasferiti a Berlino, perché il distributore di ‘Dark Song’ è di Berlino.

Il vostro background musicale incide sulla vostra produzione. Cosa ascoltate?

CC: Se non faccio ricerca per il dj set ascolto molto la musica classica, compositori, colonne sonore, suoni con i quali cerchiamo di implementare il nostro set.

MM: Ambient.

A proposito di dj set, com’è organizzato? In cosa consiste il vostro setup?

CC: Abbiamo due computer collegati ad un mixer generalmente Allen & Heath, usiamo due canali a testa con uno o due cdj a testa a seconda dello spazio disponibile. È un setup abbastanza semplice, è un doppio act che suona come se fosse uno solo. Il nostro non è un back to back classico, non mettiamo un disco a testa, ci piace costruire il suono, segmentare le tracce in maniera da comporre al momento e andare avanti a step.

 

Tale Of Us Space

 

E in studio invece come siete organizzati?

MM: La maggior parte del tempo lo passiamo in due studi separati nei quali lavoriamo individualmente. Nella musica elettronica è difficile lavorare in due su una stessa idea perché alla fine hai sempre a che fare con computer solo. Non è una live jam come una band, quindi portiamo avanti le nostre idee poi ad un certo punto ci confrontiamo per decidere con quali proseguire e quali lasciar da parte.

CC: In realtà quando ci siamo conosciuti abbiamo cominciato subito a lavorare insieme. Ricordo che eravamo sempre al computer a scambiarci continuamente materiale su Skype, poi abbiamo iniziato a girare il mondo insieme e ultimamente abbiamo riscoperto la bellezza di fare musica per conto nostro per poi mandarci stems su cui lavorare.

Vi è mai capitato di chiudere una traccia individualmente e firmala a nome di tutti e due?

MM: Sì, ma comunque è lo stesso perché quando hai creato un sound come un act non è importante chi dei due lo fa.

CC: Andiamo perfettamente d’accordo sul nostro suono quindi non ci sono mai discussioni a tal proposito.

Quante tracce producete in un anno? Quante non vedono la luce?

CC: (ride) è impossibile dirlo con precisione.

MM: Possiamo dire che il 70% di quello che produciamo non è pronto per essere rilasciato. Magari lo suoniamo per un po’ poi se vediamo che non prende lo lasciamo stare. Ci sono tante tracce nel nostro deejay set che hanno funzionato solo. Non facciamo uscire tutto, anzi.

Il vostro suono è più adatto alle grandi o alle piccole platee?

MM: Adesso forse alle grandi sai. Inizialmente era un po’ più house e intimo ma nonostante questo secondo me per “casa” è sempre adatto. Per come suoniamo e ci relazioniamo in consolle non siamo adatti per suonare quindici ore in piccoli club, ci piacciono gli stage, il club grande. Ci piace suonare per quanta più gente possibile purché non sia troppa. Finché ci seguono, più ce n’è meglio è. Con i dieci mila del Social l’energia era di un altro livello.

 

Tale Of Us

 

Alcune voci di corridoi parlavano di una vostra possibile separazione…

MM: Sinceramente non ci abbiamo mai pensato. Io più di una volta ho pensato di smettere piuttosto. Specialmente all’inizio facevo un po’ fatica con la vita da tour. Sai, ho vissuto a Milano per quindici anni, andavo a prendere l’aperitivo vicino casa, ero un po’ viziato. Il primo volo in economy l’ho preso come Tale Of Us Quindi ho fatto un po’ fatica ma devo dire che mi ha rimesso in sesto anche a livello umano (ridono).

Come vedete la proiezione del vostro act nel futuro?

MM: Lo vogliamo spingere al limite del possibile senza compromettere il suono che deve avere una rilevanza culturale. Io vedo tanti artisti che diventano operazioni di marketing che va bene, capisco, dopo un po’ è lavoro, è la tua vita che devi fare? L’importante però è cercare di mantenere un equilibrio tra le cose. Se dopo diventa una cosa forzata, se la musica non è più la cosa principale, questo è il momento in cui potremo pensare di smettere. Nella musica ci sono due o tre corporazioni che controllano tutto e una volta che hai bisogno di questo tipo di sistema lobbistico per rimanere rilevante, tenendo magari nell’ombra nuovi artisti che potrebbero nascere, questo diventa molto negativo per la cultura. In alcuni generi musicali questa cosa è molto più fuori controllo rispetto alla nostra scena dove bene o male è tutto abbastanza organico, non vedo grosse forzature. Non c’è spazio per tutti. Nella scena mainstream invece il rischio è che la musica si appiattisca e risulti tutta uguale perché è diventata un’industria. Noi vogliamo essere indipendenti e non far parte dell’industria solo per lucro.

Volete dirmi che non avete mai fatto una scelta per soldi?

MM: Ovvio che sì, se però i soldi ti servono per fare delle cose è un conto, se ti servono per comprare la casa in campagna è un altro. Comunque per dare vita a certi progetti servono investimenti importanti. Ad esempio quello che stiamo per portare Ibiza ci costa un sacco di soldi. Serve comunque un compromesso, perché se fosse per me suoneremmo solo nei locali più fighi o eventi come il Social Music City, brand al quale siamo stati dietro fin dall’inizio e che non ti dico essere no profit, perché sennò i soci mi si incazzano, ma non ci guadagniamo molto. Lì prendiamo poco perché ci piace ma non può essere sempre così ma a volte si può anche andare a suonare ad esempio in un festival crossover-EDM in America. Sempre persone sono a sentirti, non è che faccia così schifo.

Infatti mi sembra che non vi dispiaccia anche quel tipo di situazione…

CC: No anzi, a volte è stato veramente bello trovarci in una situazione un po’ più crossover come ad esempio in Francia dove abbiamo suonato con i Die Antwoord.

MM: In Francia capita spesso di suonare con band da main stage in quelli che sono dei veri e proprio concerti.

Quindi l’EDM non vi fa schifo, non è il male assoluto?

MM: Sai cosa mi fa schifo a me? L’EDM marcia così come la techno marcia. È che nella scena EDM ci sono meno puristi del suono. Mi piacciono quei quattro o cinque pionieri che hanno creato la storia perché sento ancora il lampo di genio dentro. Tutto ciò che è venuto dopo è una brutta copia, una forzatura.

Stessa cosa si può dire della scena underground però!

MM: Certo, sai quante demo che mi arrivano e delle quali non so proprio cosa farci? Il fatto è che le etichette discografiche indipendenti così come gli eventi indipendenti avendo una capacità limitata sia di vendite che di accessibilità non dovendo per forza per pagare i dj che non costano come quelli mainstream possono mantenere una certa selezione quindi il compromesso di stare in questa scena è quello di avere a che fare con gente più interessata piuttosto che il passante casuale portato all’evento con il marketing e il PR per strada perché c’è più attenzione. È come guardare la TV o leggersi un libro. Una è molto più invasiva ma non è che è sia brutto guardare la TV, ci sono programmi belli e programmi brutti.

Non sarebbe l’ora di un album?

MM: Sì certo, infatti ne stiamo facendo un paio. Abbiamo sempre questo problema se fare musica ambient, sperimentale, dance quindi ne facciamo due. Uno dei due è già stato firmato e uscirà tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017. Afte life sarà anche un’etichetta discografica che lanceremo a breve con una bella release a fine giugno che rappresenterà il nostro sound di Ibiza. Ci saranno anche cose nostre.

Vi seguo da tempo e credo che la dimensione live potrebbe essere uno sfogo naturale al vostro sound. Ci avete mai pensato?

MM: il momento in cui andremo live sarà il momento in cui il deejay set dovrà passare in secondo piano perché fare entrambi ad un livello adeguato è un po’ pretenzioso. Quando vai live subentra il discorso radio e quindi dovremo essere pronti a intraprendere una nuova fase della nostra carriera. È un passo che stiamo aspettando di fare per farlo adeguatamente. Mettere insieme un mezzo live campato per aria giusto per fare notizia non ci interessa e poi non serve a niente.

 

 

Com’è la vita in tour?

Bisogna farsi forza perché non è sempre il sogno che tutti pensano ma non ci possiamo certo lamentare.

Magari è solo una questione di disciplina…

CC: Ci teniamo molto quindi cerchiamo di preservare e custodire il nostro sogno.

MM: Quando hai un obiettivo a lungo termine il tour diventa meno deleterio. Quando sei stato due o tre volte nella stessa città e hai suonato in quel club non tendi più a lasciarti tentare da stupefacenti, non hai più bisogno di essere alterato per divertirti perché comunque c’è un obiettivo più grande da inseguire, diventa un lavoro e tieni anche un po’ di più alla salute.

Hai toccato un tema delicato, quello del rapporto tra stupefacenti e mondo della notte. In Italia è ancora molto demonizzato. Dopo il fattaccio del Cocoricò la scorsa estate è ripartita una sorta di caccia alle streghe. Voi che girate il mondo e avete l’occasione di mettere diverse culture a confronto, vi siete fatti un’idea a riguardo?

MM: Guarda queste cose succedono ovunque, è successo in Argentina poco tempo fa (al Time Warp Buenos Aires nda). Non è solo l’Italia. Anzi, prendi il Social Music City ad esempio, è un evento legato al clubbing ma non alle droghe e alla notte. Lo facciamo di giorno e non ci sono stati episodi gravi anche perché è molto controllato. Poi non è che puoi controllare tutto però non mi sembra di aver visto risse o gente aperta in due. Che dire del Cocoricò? È un grandissimo locale, è difficile controllare tutto, dipende da tante cose, dai ragazzini che fai entrare ad esempio. Se i gestori delle serate non si mettono tutti d’accordo e non decidono di riformare e rinnovare la nostra club culture che è pochino datata ormai.

CC: Le strutture e le persone sono sempre le stesse.

MM: Ci sono tanti locali in Italia che comunque spingono nel divertimento healthy come al Sud, cito i ragazzi del Cromie e del Clorophilla.

Quando parlo di strutture faccio sempre il paragone con gli stadi della Serie A. Bisognerebbe seguire l’esempio della Juventus e rimodernare i club come hai giustamente detto.

MM: Più che altro bisognerebbe investire nei giovani, nella musica nuova, nella innovazione.

CC: Bisogna cercare di dare più spazio alle persone che frequentano i club, dargli un motivo in più per esserci. Farli sentire parte di un mondo che va al di là della serata stessa, farli sentire un po’ meno borderline.

A chi dovete dire grazie?

CC: A Matteo.

MM: Alla mamma di Carmine.

CC: Anche io alla mamma di Matteo!

MM: Perché alla fine le mamme ci hanno sempre supportato. La nostra poi è una famiglia, non abbiamo un manager ma un fantastico team. Anzi grazie anche a Gigi Urso che è il promoter di Afterlife ed è nostro socio nel brand e Aurelia che è la nostra agente.

 

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Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.

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