Giovedì 17 Ottobre 2019
Interviste

In the studio with: Danti, la divina produzione

Le sue rime migliori nascono dai suoi clienti. “È un bagno nella vita reale che mi da spunti per creare musica”. Daniele Lazzarin, in arte Danti, è stato il cantante dei Two Fingerz. Ora è a fianco di Fiorello su Radio Deejay.

Daniele Lazzarin è un artista ricco di energia, pieno di idee. Spazia in tantissimi campi, dalla produzione musicale a quella a più ampio spettro nell’intrattenimento. Vorrebbe affermarsi come autore, rivelò mesi fa durante un programma radiofonico, e investire nel progetto Danti. Mentre riecheggiano ancora nell’etere singoli come ‘Carnevale’ e ‘Marginale’, quest’ultimo nato con Colapesce sulla base di ‘Englishman in New York’ di Sting, lui è sempre al fianco di Fiorello nello show ‘Il Rosario della Sera’ in onda su Radio Deejay. Siamo entrati nel suo mondo, e… nel suo studio.

 

Praticamente stai vivendo su treni ad alta velocità e aerei. Non è così?
Sono impegnato sia a Roma che a Milano, per lavoro. Ma fino a fine maggio. Per il programma con Fiorello mi occupo delle parti musicali, interagisco per l’intervento degli ospiti insieme al maestro Cremonesi.

Intanto molte radio passano ancora ‘Carnevale’, il tuo ultimo singolo.
Sto producendo cose diverse da quello che facevo sino a qualche anno fa. Sono nato come rapper e finire in cose molto indie, come queste con Colapesce (come anche in ‘Marginale’), mi fa riflettere. Delle session di scrittura nate per altri sono diventate canzoni in cui sono protagonista. ‘Marginale’ l’abbiamo fatta ascoltare a parecchie persone e Sony Music ha dimostrato subito un grande interesse. L’idea del video ci è venuta dopo. C’è stato un cambio di passo ultimamente dal quale ho capito che Danti in futuro sarà una figura pop. Non mi ci sento nella settorialità di oggi. Ho sempre voluto uscire da certi standard. Quando stai sino alle 3 di notte al lavoro su una canzone, e il tempo vola, è un segnale importante: il caos in me deve generare aspetti interessanti, creativi e deve evolvermi. Vorrei meno certezze e più sfide. Anche sul fronte nuovo della produzione: mi dedico al sound design e ultimamente alla scrittura. Una base, delle melodie, le parole: sono tre aspetti fondamentali nell’ideazione. Sono tornato a produrre partendo da precisi incipit. Siamo in un’epoca di pieno collage.

 

Quindi sei in controtendenza con i figli delle sound bank, dei suoni pronti all’uso? Niente si inventa e tutto si remixa?
Non è detto. ‘Umbrella’ di Rihanna era un loop di Apple. Qualsiasi cosa fatta con la testa ha sempre una magia: devi saper cogliere l’attimo e lavorare sull’idea. Sì, niente si inventa e tutto si remixa. La coverizzazione delle canzoni è finita: oggi si prende tutto, se uno sa dove pescare. Siamo la somma delle persone che abbiamo incontrato nella nostra vita. Le canzoni sono esperienze, storie di vita. E comunque, è… ‘colpa’ di mio padre e di mia madre se… ascolto e faccio ciò che produco.

Su cosa stai lavorando?
Ho ormai pronto un album con Michele Canova. La musica non va lavorata a livello “burocratico”. Ho scelto lui come persona, per la sua umanità. Non l’ho fatto per andare a Los Angeles: ho scoperto in lui l’impeto e la gioia di un bambino, che cerca il suono di Moog e non accende un software a caso. Michele usa tecnica e psicologia. Avere quattro compressori valvolari da 40mila euro e non saperli usare e lavorare poi solo in the box, non ha senso. E poi litighiamo spesso e il confronto mi stimola e mi insegna. Con lui si può lavorare su più fronti. Ci deve essere il fuoco, in un rapporto. Bisogna farle, ‘ste hit, e buttarle fuori subito. Perchè ci sono pezzi che invecchiano e ci sono cose ti cambiano.

Non ti è mai venuta l’idea di fare qualcosa in inglese?
Mi capita al contrario: magari di mettere delle parole in italiano su basi straniere.

 

Al quotidiano La Repubblica hai detto che le tue rime ‘nascono in poltrona’. Puoi spiegarti meglio?
Mi riferivo al periodo in cui avevo il negozio di parrucchiere. C’era una clientela che mi stimolava ogni giorno. Ma è un capitolo ormai chiuso, quello. Firmando con Sony ATV mi sono reso conto di essere a una svolta. Certo, mi manca il rapporto con certe persone: a volte la cosa era imbarazzante, quando ti entravano mamme coi bambini a chiedere autografi e farsi un taglio all’ultimo grido. La situazione però è cambiata: era costruttiva e oggi è solo differente. Da quando è nato il rapporto con Fiorello per l’Edicola è cambiato il ritmo della mia giornata.

Dargen D’Amico, Simon de Jano, Fedez, Gabry Ponte, Fiorello: da cosa nascono tutti questi featuring?
Quasi tutto è dettato da dei tweet. In modo naturale. ‘Che Ne Sanno I 2000’ è nato da un mio pezzo mai uscito.

 

In cosa sei specializzato, oggi?
Il mio carattere è la mia qualità: tiro il fuori il meglio dalle persone quando siamo nella session in studio. Quello fa la differenza nel prodotto. E quando lo faccio per gli altri, il vestito mi viene meglio.

Cosa è cambiato da ‘Mouse Music’ a oggi?
Molto. Prima delle produzioni se ne occupava Roofio. Ma il processo è lo stesso. Parto da spunti vari, magari da qualche tool di Splice.

Torneranno mai i Two Fingerz?
Io e Roofio abbiamo solo preso dei percorsi diversi. Two Fingerz è un gruppo, se c’è il fuoco che arde in modo differente, come si può fare? Col trascorrere del tempo poi si cambia. Per me non esiste l’ispirazione: esiste il lavoro. Poi l’atteggiamento può cambiare di giorno in giorno.

 

 

Hip-hop o hip-pop, rap o trap? Cosa sta accadendo alla scena che collega certi ambiti e certi artisti?
Si è generato il caos e paradossalmente lì si trova un equilibrio. Nella stessa playlist la gente ora ha Rovazzi e Salmo. Più ci sono commistioni e meglio è. Non bisogna avere paraocchi. L’autorato nella fase 2.0 potrebbe portare dei nuovi Battisti. La scrittura è fondamentale quanto la contaminazione.

Lavori con i campionamenti, un po’ old skool?
Mi piacerebbe tornare a lavorare con quella tipologia ma il campionamento 2.0 sarà diverso: la novità sarà prendere dei sample più recenti, magari dagli anni Novanta.

Ti senti un nerd?
Nerd non tanto ma amante della tecnologia sì. Mi occupo di fare la prima bozza, nella produzione. Ho provato ad appassionarmi al mix ma non è il mio mondo. Mi occupo della parte creativa. Ho visto tanti fare cose incredibili e penso che ognuno debba specializzarsi in qualcosa. Credo di essere diverso dagli altri perché trovo la cosa più giusta per l’artista. Vorrei non solo dare delle canzoni ma anche suggerimenti: vorrei fare una specie di consulenza a chi ne ha bisogno.

Quando sei arrivato a dire: mi faccio il mio studio?
Da 15 anni, quando facevo i graffiti.

 

Hai studiato tanto, per trasformare un hobby in lavoro?
Ho studiato da parrucchiere. Quando becchi le persone è alchimia.

Chi ti ha curato la sonorizzazione dello studio?
Mi sono sempre fatto consigliare da Pat Simonini e da Marco Zangirolami. Nell’ultimo studio di Milano facevo già speakeraggio. Il Two Fingerz Studio è rimasto dov’era. A Paderno, alle porte di Milano, c’è poi il Karmadillo.

Qual è il produttore che ti piace di più?
Ora che ho conosciuto Canova, sono di parte, grazie a questo considero il ruolo di produttore in modo nuovo. Poi ci sono Big Fish e Roofio.

Se dovessi scegliere un artista a cui produrre un pezzo, chi sceglieresti?
Federica Carta, mi stimola tantissimo. Spaccherà. La colonna sonora che ha fatto per un film di Natale con Paola Cortellesi, ‘Mondovisione’, è bellissima. Lei sembra Alessia Cara da giovane. Ci sono in ballo le persone, a fare certe scelte. A tavolino si cerca il budget, si gestisce. Ma bisogna lavorare liberi e sereni. Devi credere nelle cose che fai. Non puoi copiare un brano con lo stampino: stai cercando di emulare una cosa non tua, stai copiando una storia non tua. Senza limiti, senza paranoie, le collaborazioni con gli artisti spesso nascono dal caso. Come per i brani: la cosa viene fuori dalla somma delle persone. Da Canova verranno fuori cose interessanti, vedrete. Anche ‘Troppo Commerciale’ ha segnato un passo importante per me, mi ha fatto crescere. Si dovrebbe lavorare con persone positive anche se devi fare i conti con la pratica. Non ci sono cattive idee ma è facile avere pessimi sviluppi.

Da Albertino mesi fa hai detto: “I testi di Rovazzi li ho scritti io”. Quali ruoli hanno coperto invece Sissa e Merk & Kremont?
Rovazzi è un genio perché c’è il suo carattere in ogni produzione che ha fatto. L’ho conosciuto da Sorci Verdi, lo show di J-Ax su Rai Due, e ho compreso la sua bravura nel prendere un elemento, come l’hashtag di ‘Andiamo a Comandare’, e tirarne fuori un successo. Abbiamo scritto il testo insieme, gli ho dato le linee melodiche. Ma in realtà lui ha fatto tutto. I video suoi poi sono illuminanti, geniali. Alla fine c’è stato un grande lavoro di squadra.

Come concepisci e realizzi un brano?
Scrivo tutto su ogni supporto ma la nota vocale è quella che uso di più. Poi o prendo un type beat o cerco al volo il produttore giusto. Alla fine creo un megamix di lavoro: il network è la chiave del lavoro, come appena detto. Non tutti hanno le stesse armi in mano.

Che software usi?
Logic perché Ableton Live lo uso un po’ meno. Se l’idea nasce per strada, poi torno subito in studio. I produttori li porto anche da me. Matteo Corradi interviene molto nel processo di produzione. Questo mio tipo di ricerca non si interrompe mai. Ci sono degli spunti creativi in giro che sono incredibili. Cerchi lo spunto in tutto. Sono sempre impegnato a intraprendere dei percorsi. Credo molto nella mia carriera. Starò magari dietro le quinte quando avrò qualche anno di troppo.

Hai qualche trucco da studio da svelare?
Nella produzione cerco, e penso si noti, di creare dei punti luce che permettano di comprendere proprio… quei punti luce. Le pause sono importanti. Le stesure lo sono. La gente riconosce questo inconsciamente.
 
 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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