Mercoledì 27 Maggio 2020
Interviste

Tech in the studio with: Gazebo e la troppa tecnologia in circolazione

Il produttore che sogna colleghi visionari, con alle spalle dischi d’oro e di platino, oggi dice: in studio fidatevi sempre della prima impressione.

Paul Mazzolini è nato in Libano, a Beirut, all’inizio degli anni Sessanta. Negli anni Ottanta è diventato Gazebo, un cantante, musicista, arrangiatore e produttore discografico che grazie al filone musicale della Italo disco ha appeso alle mura di casa una sequela di trionfi e una sequenza di dischi d’oro e di platino da far rabbrividire i grandi nomi del pop internazionale, odierno e passato. Suoi gli evergreen ‘Masterpiece’, ‘I Like Chopin’ e ‘Lunatic’.

Gazebo ha inaugurato il suo studio di registrazione partendo dall’acquisto di uno Studer A80 e di una consolle della AMEC, la TAC Matchless, nel 1986. Ma inaugurò lo spazio per l’uso di conto terzi due anni dopo. “Anche se ultimamente le occasioni per produrre cose interessanti si sono azzerate. Il mercato vuole trap e latino e per fare questa roba basta anche un iPad, dice ridendo l’artista.

Il seminterrato del suo “villino”, chiamato affettuosamente “GazCave”, è diventato uno dei più sognati laboratori musicali presenti sulla terra. All’inizio è il Lunatic Studios, poi si cambia in Softworks Studios. “Ho impostato tutto con il mio fonico di fiducia Emanuele Donnini”. Qui è stato realizzato l’ultimo lavoro di Gazebo, ovviamente: ‘Italo By Numbers’, nel 2018.

 

 

La tecnologia, all’epoca, era ancora basata sui multitraccia a nastro da due pollici e sulle consolle analogiche. Com’era la tecnologia?
Stavano uscendo le prime workstation digitali, quelle di prima classe dai costi esorbitanti, come Synclavier e Fairlight, e quelle più accessibili con sequenze Midi. I primi su Commodore 64, poi Atari ST e MacIntosh, e l’apparizione dei campionatori AKAI S-900 ed EMU. Avendo mantenuto il mio set analogico (ho solo sostituito la Matchless con un Soundtracs IL 4832 e aggiunto un Dolby SR sui 24 canali dello Studer), ho cercato di mandare avanti le due filosofie. Nel tempo siamo passati a mixare sui DAT ed ad usare ProTools con le varie evoluzioni software e hardware.

Oggi con cosa lavori?
Con una serie di DAW, ognuna con un compito specifico (non credo nella macchina che fa tutto da sola). Gestisco un affidabilissimo ProTools HD8 (con interfacce Digidesign 192 e Apogee AD8000) su un altrettanto affidabile Apple G5 per la parte audio: tutto passa lì dentro per essere convogliato in analogico in un SSL Sigma Delta. La parte di sequencing è affidata a Logic X su un MacPro 12 core coadiuvato da altri due Mac Pro (un 8 core e un 4 core) che uso con VSL per sfruttare le loro capacità di calcolo esterno.

Mixi sempre in Logic X?
Sì, su un MacMini che è collegato in firewire con un Apogee Rosetta. Questo mi permette di mixare anche ad alte risoluzioni visto che l’audio arriva in analogico dal Delta. Ho tutta una serie di vecchi Mac e PC per la compatibilità con le vecchie sessioni. Il mio outboard analogico è ancora consistente con pre, equalizzatori e processori di dinamica e di ambiente di ogni tipo (valvola, FET ed ibridi) cablati in modo che possa convogliarli di volta in volta ed a secondo delle necessità o nella Soundtracs, il Sigma o addirittura nel Logic del 12 core attraverso due Mackie DL32 che mi permettono di avere a portata di mano nella arrange di Logic tutto l’outboard analogico e tutti i miei vecchi synth ed expander analogici e non, dal Minimoog al riverbero a molle della Klark Technics.

 

Per quanto riguarda plugin, i virtual instrument?
Ho le librerie di Waves, Native Instruments, Arturia, Korg e varie. Gestisco in Rewire Propellerheads Reason ed Ableton Live. Ho inoltre un Mac Book Pro per il set dal vivo.

Per ‘Italo By Numbers’ hai usato rigorosamente tutti i sintetizzatori dell’epoca?
Esattamente. Mantenendo la catena analogica fino al passaggio finale in Pro Tools. Per la Simmons abbiamo chiamato un vero batterista, tutti i fills sono stati suonati e registrati senza interventi posticci. Tutti i synths sono passati dentro un pre di Neve, il Portico, e convertiti con Apogee Rosetta. Compressori ed equalizzatori valvolari (Tubetech, Mindprint e Drawmer), Microfoni valvolari AKG (C12 VR) e SE (Gemini).

Hai deciso di dare un taglio alle produzioni esterne?
Ho rallentato. Le etichette mirano al costo zero ma nel mio set up ciò è impossibile. Collaboro talvolta in cose estemporanee: ultimamente ad esempio seguo un progetto progressive del mio amico Marco Zatterin, con Luigi Venegoni, in quel di Torino.

 

 

Gli anni dopo gli Ottanta sono stati difficili?
Dai Novanta in poi gli studi mi hanno permesso di vivere come volevo; è stata comunque una grande mossa quella di investire nello studio. All’epoca i macchinari costavano veramente tanto. Con quello che spendevi per uno Studer e per un mixer di medio livello, ti potevi tranquillamente acquistare una villa sulla Cassia. Tuttavia, l’investimento ha creato le basi per tutto ciò che ho fatto successivamente. Lo studio è sempre stato un mio pallino, da quando facevo gli esperimenti su un vecchio Geloso a nastro, poi un Teac 4 piste, l’8 piste fino ad decidermi di prendere lo Studer e lavorare a casa. L’atmosfera nei altri studi era spesso glaciale e poco creativa. Mi metteva soggezione e avevo bisogno di scrivere e sperimentare senza pensare al tassametro e alle pause mensa.

Il lavoro e il business sono molto cambiati in quasi quarant’anni.
Anche l’impronta personale è molto difficile da intuire. C’è troppa tecnologia, in giro. Quando c’è una bella canzone o una bella idea però… Io credo ancora in queste cose. La produzione è al servizio della musica, non viceversa.

Ti affezioni agli strumenti?
Li vendo con molta difficoltà e cosi mi ritrovo un numero imprecisato di attrezzi vari, batterie elettroniche, synth e microfoni. Ma li tengo pronti all’uso, non si sa mai.

 

 

Sei davvero fuori dal mondo dei dj, oggi?
La musica di oggi è francamente ostica per le mie orecchie e non ne sono attratto. Uno con il quale avrei collaborato è Armin Van Buuren. La trance resta interessante.

Lavori ancora con Chris Athens?
Certo, per il mastering. Chris è un tecnico che conobbi allo Sterling Sound di New York attraverso il mio amico e grande batterista Jerry Marotta. Per ‘Italo By Numbers’, abbiamo masterizzato il tutto invece al Forward Studios di Roma con la supervisione di Marcello Spiridioni.

La tecnologia ora permette di fare moltissimo e a basso costo.
Se si spende poco si rischia poco, no? Mettere su uno studio serio oggi come oggi è decisamente un nonsense, a meno che non si abbiano già un serie di commesse in tasca. Resto molto incuriosito dalle nuove tecnologie, anche se sono quasi tutte basate ormai su programmazione e algoritmi. È rimasto così poco da sperimentare. È stato fatto (quasi) tutto. La sperimentazione più interessante resta nell’acustica: nei microfonaggi e nei fattori umani.

 

 

L’analogico è il tuo passo finale, in fase di produzione?
Quando scrivo, per praticità e velocità lavoro in digitale con strumenti virtuali e plugin vari. Ho sempre ammirato il lavoro di Trevor Horn, una perfetta sintonia tra analogico e digitale. Non avendolo mai visto all’opera personalmente, non credo però di poterlo considerare un mio maestro. Amo la vecchia scuola. Amo i produttori… umani, con i quali bevi una birra, sperimenti senza ansie di prestazione; tutta gente che però sa come microfonare, sa risolvere i problemi senza diventarne uno a loro volta.

Il produttore deve essere un visionario?
Devi vedere oltre. Deve capire come verrà fuori un prodotto già dall’inizio. A tutti dico: fidatevi sempre della prima impressione.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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