Venerdì 30 Ottobre 2020
Interviste

Testa di Basso, un libro “sensazionale”

Saturnino è un personaggio unico e da un po’ di tempo mi sarebbe piaciuto intervistarlo. In primo luogo perché è comunque un dj di tutto rispetto, che si è ritagliato una sua nicchia come “spacciatore di sound” alle feste importanti e nelle situazioni più cool in circolazione, e in questi anni – in cui tutti vogliono fare i dj entrando a gamba tesa nel circuito dei club – non ha mai approfittato del suo nome per cercare di infilarsi in consolle che non gli appartengono; questo fa di lui un artista estremamente intelligente e di ottimo gusto (e profilo). In secondo luogo perché è uno da cui è un piacere sentirsi raccontare storie e aneddoti di ogni tipo: grande frequentatore di club, è una persona che sa trarre il lato ludico dalle situazioni seriose e cogliere il lato serio da quelle più spensierate. Così, ho colto l’occasione dell’uscita di “Testa di basso”, il libro autobiografico del più noto bassista del nostro Paese, scritto insieme a Massimo Poggini ed edito da Salani. Più che un’autobio, il libro è una “playlist di episodi”, una serie di capitoli non ordinati in senso strettamente cronologico (e neppure logico), dai quali comunque emerge la vita dell’autore; l’infanzia, l’adolescenza, la voglia di farcela e il cambio di prospettiva, dalla provincia alla grande città in cerca di opportunità. “Testa di basso” è davvero spassoso. Lo stesso spasso che si prova a scambiare domande e opinioni con Saturnino, sulla musica, su Milano, sul sesso, sulle opportunità della vita e sull’entusiasmo con cui viverla.

Hai da poco pubblicato un libro che ha lo stesso titolo di un tuo disco di vent’anni fa, “Testa di basso”. Ha anche la stessa foto di copertina, ma con te oggi. La prima domanda è: cos’è successo in questi venti anni e tra queste due foto?
Beh, se per esempio mi guardo indietro, la cosa pazzesca – so che sembra un luogo comune – è che questi anni sono passati molto, molto velocemente. Ogni tanto rifletto sul fatto che ho iniziato presto a fare tutto quello che solitamente si fa più tardi. Avevo poco più di vent’anni quando ho iniziato a registrare, ad andare in tour, a scrivere brani, ero co-autore di un brano come “Penso positivo”, che ha avuto un discreto successo… Insomma, dai…

Non era male…
…ho iniziato molto presto a fare quello che canta Lorenzo in “Megamix”, cioè “la vita che sognavo da bambino”. E tutto quello che è successo ha avuto intorno un grande affetto, io poi ho sempre vissuto tutto questo da una posizione davvero privilegiata, quella del bassista, protagonista ma spettatore.

Qual è l’esigenza di scrivere un libro del genere? Tu sei un personaggio unico perché non sei semplicemente “il bassista di Jovanotti”, sei diventato Saturnino, uno che brilla di luce propria, con la tua linea di accessori, gli occhiali, i dj set. Il libro nasce dalla voglia di raccontare che cosa?
Il libro nasce innanzitutto da un’idea di Massimo Poggini, uno dei più importanti e preparati giornalisti musicali italiani; tra l’altro fu il primo a dedicarmi un articolo su Max, tanti anni fa, con tanto di servizio fotografico posato per l’occasione. Io mi stupivo del fatto che qualcuno fosse interessato a me, alla mia opinione. Il libro infatti è denso di episodi divertenti in cui non mi prendo molto sul serio, come del resto non mi prendo sul serio oggi. Come ti dicevo, l’input è stato di Massimo, così come fu di Lorenzo l’input di farmi fare un disco da solista. Io in realtà mi sono sempre divertito, me la sono sempre vissuta bene, quando qualcuno mi proponeva un’idea interessante ero pronto a realizzarla. Come dice Luciana Delle Donne, persona straordinaria che ho conosciuto qualche anno fa, “la vita è fatta di scelte, non di occasioni”. Semplicemente, mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto.

Però tu hai sempre un “quid”, un qualcosa in più, nel metterti al centro delle cose, nell’avere uno scatto che ti permette di uscire da una storia in cui sei comprimario, co-protagonista, per interpretarne una dove sei invece protagonista. Non sei rimasto in un cono d’ombra comunque comodo, hai cercato e trovato un tuo spazio a fianco a quello.
Mi piace dire che nasco come “team player”, come giocatore di una squadra, e non come solista, nonostante mi siano poi capitate occasioni di intraprendere attività dove sono il principale attore. Gallo, bassista storico di Vasco, una volta prima di un concerto a un Heineken Jammin’ Festival mi disse: “non ci siamo mai conosciuti prima ma ti stimo molto, perché fai parte di una storia da tanto tempo”. Questa frase mi riempì di orgoglio, perché quando ci ripenso mi rendo conto di essere davvero da molto tempo in una storia, e quindi in questa storia c’è anche un po’ del mio DNA.

Tu sei anche un dj, ti sei ritagliato un ruolo ben preciso e importante in questo mestiere, hai una tua personalità.
Anche qui, non ci avevo pensato, ho iniziato grazie all’input di Marcelo Burlon – altro personaggio incredibile e multitasking – che mi invitò a mettere i dischi in una sua serata, “I pretend to be a dj”. Mi sono trovato in consolle con Neil Barrett e Alessandro Dell’Acqua, e mi sono divertito come un pazzo! Da lì non ho più smesso, ma dev’esserci la situazione adeguata. Mi chiamano in contesti dove ha un senso che ci sia io a mettere la musica. Perché io metto il cazzo che mi pare, non mi pongo limiti e non seguo, per dire, il bpm. Suono ciò che mi piace, e per il mio gusto ha senso avermi in una sfilata o in certe feste. Altrove sarei fuori luogo.

Non hai mai messo piede alla console di un club, infatti. Nemmeno in questo periodo in cui tutti vogliono starci.
Ma i club neanche mi chiamano, perciò non vado a bussare a certe porte. Mi sembra inutile. Io ho sempre frequentato i club dove si balla e si rimorchia, come il Plastic o l’Hollywood dei tempi.

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Posti in cui la la musica era libera, penso al Plastic degli anni ’90…
…Assolutamente. Ho ascoltato dei dj pazzeschi che sapevano far ballare e coinvolgere pur restando liberi di seguire solo il proprio istinto. Il più grande maestro rimane Lorenzo, in questo. Tutt’ora ha la mentalità di un dj in molti aspetti del suo lavoro.

Per esempio?
Quando facciamo le scalette dei concerti. In questo è un killer, è infallibile. Ci ragiona un sacco e funzionano sempre. Ora Noochie e Riccardo Onori, due membri della band, sono stati con lui a New York per una decina di giorni, iniziando a pensare agli show di quest’estate negli stadi. Poi Lorenzo mi ha mandato una mail con l’idea di apertura del concerto, ed è geniale! Io non ci avrei mai pensato, invece lui se n’è uscito con questo asso nella manica incredibile. Già non vedo l’ora di essere sul palco.

Sai che io me le studio le scalette dei concerti, e le vostre in particolare? Non sto scherzando. Le ultime due erano qualcosa di perfetto.
Beh, il Back Up Tour aveva un inizio sicuramente vincente, perché uscire e cantare “Ciao mamma” davanti allo stadio pieno ti mette già in condizione di avere il pubblico dalla tua.

Hai già vinto, perché iniziare un concerto con una canzone che dice “che bello è quando lo stadio è pieno” e dove il primo ritornello dello show lo canta il publlico…
Eh, sì. Per questo ti dicevo che Lorenzo nelle scalette è fenomenale.

E addirittura l’incipit di Ora Tour era ancora migliore, secondo me. Perché rompeva la “barriera” del second stage subito, raccogliendo il microfono da terra, dal punto più vicino al pubblico, e iniziava con un pezzo che dice “è questa la vita che sognavo da bambino”. Così ti metti già in comunicazione con chi hai davanti in un modo incredibile. Si crea subito una confidenza.
Proprio così. Un inizio sensazionale!

 

Senti, prima dicevi del fatto di rimorchiare. Nel libro e in tante interviste di questi giorni parli spesso di questo fatto, delle donne. Quanto è importante nella tua vita il rapporto con le donne?
Tantissimo. Ho sempre amato le donne, e il sesso in quanto tale, in quanto sesso, in quanto piacere. Fin da quando ero ragazzino e mi facevo comprare i giornaletti porno dai miei amici maggiorenni. Ci sarà chi nega di amare le donne, il sesso; chi si vergognerà di dirtelo apertamente. Io no, lo dico senza problemi. Amo il piacere. Conosci Laborit, “L’elogio della fuga”?

Il filosofo francese?
Sì. In questo libro spiega come alcune parole, in certe culture, siano viste come un tabù, come qualcosa da temere o di cui avere vergogna. La parola “piacere”, nel mondo cattolico, è una di queste. Si teme il piacere come fosse la fonte del male. Ma se fai un sondaggio, quanti cercano il piacere e quanti il dolore? Poi, oh, trovi pure quello che ama il dolore. Io amo il piacere! E suonando ti rendi conto che cade ogni barriera, ogni inibizione, la musica in questo senso è un mezzo potentissimo.

Sono d’accordo. Ti dirò di più: io penso che la sensualità sia una componente che non può mancare nella musica. Quando una musica, specialmente da ballare, specialmente nel groove, è prima di sensualità, c’è qualcosa di sbagliato.
Bravo, hai centrato il punto.

La musica dance è corteggiamento, è già sesso. Come può mancare di sensualità?
E’ già esplicita. Pensa che l’ultima serata dove ho ballato di gusto in un club è stata al Cavo Paradiso di Mykonos, c’era David Morales e ho fatto le cinque, non mi succedeva da un pezzo. Proprio perché c’era il feeling che dicevi.

Tu non fai tardi solitamente?
No, non faccio tardi perché non bevendo alcolici e non sconvolgendomi, a una cert’ora inizio a sentirmi affaticato. Per farmi fare tardi ci dev’essere la musica giusta, speciale. Se la musica e la compagnia sono quelle giuste, faccio tardi.

“Testa di basso” è concepito, lo hai detto anche tu, come una playlist di capitoli che si possono leggere anche in modo slegato tra loro. Mi spieghi questa scelta stilistica?
Oggi siamo tutti distratti, siamo multitasking e vogliamo saltare di palo in frasca tra i contenuti. Ma se un disco lo ascolti anche mentre fai altro, un libro non lo puoi leggere mentre guidi o cucini. Così volevo un volume che fosse possibile leggere anche a tratti, a capitoli, senza che si perda ciò che si è letto prima. Il concetto della playlist negli ultimi due, tre anni è quasi abusato, ma è la realtà ad essere diventata così. Il primo assaggio di questa concezione è stato il telecomando. La scelta, lo zapping, ci sembrava una semplice innovazione tecnologica ma era molto di più.

Stava cambiando la nostra mentalità.
In pratica sì, ha introdotto un modo nuovo di pensare alla fruizione dei contenuti. Per il resto che vuoi che ti dica, è la mia storia, raccontata dal punto di vista mio, cioè di una persona di 45 anni, fortunata, che ha sempre amato la vita. Perché questo è poi quello che sono, uno che ama la vita.

E trasmetti un certo entusiasmo, devo dire, che peraltro condivido. Adesso ti sembrerà una cazzata da manuale new age, ma io credo nella religione dell’entusiasmo.
Ma no, hai ragione, è una bella definizione. Ci vuole, bisogna essere positivi. Ti ricordi l’edonismo reaganiano? Negli anni ’80 tutti sorridevano, sembrava andasse tutto bene. Anche nei momenti in cui non era così, c’era questo ottimismo di fondo a far andare bene le cose.

Oggi mi sembra quasi che si abusi dell’opposto, del senso di pessimismo generale, levato come scudo, come scusa anche per i fallimenti, per non cercare di migliorarsi. “Tanto le cose vanno male”… ma che cazzo vuol dire? Facciamole andare bene!
Esatto, perchè invece è il contrario, anche nelle difficoltà bisogna trovare il alto positivo, cercare di sfruttare le situazioni negative a proprio vantaggio, in qualche modo. Certo, poi capita di avere a che fare con gli stronzi, e lì c’è poco da fare… una mia amica diceva questa frase storica: “caro Saturnino, gli stronzi non cambiano!”.

Quanto è stata fondamentale Milano in questa tua formazione, nel tuo percorso?
Tantissimo, tantissimo. Milano è una città di grandi opportunità; nel libro racconto di come il mio maestro di musica, che stava a Roma, anziché dirmi di trasferirmi lì, da Ascoli, mi consigliò di venire a Milano, perché era il posto giusto per le mie ambizioni. E aveva ragione, evidentemente. La città è cambiata tanto, da allora: oggi passavo in macchina davanti all’ex Palasharp ed è triste vederlo lì, come la carcassa di un dinosauro, perché è dismesso ma non si trovano i soldi per smantellarlo. Io lì ci ho visto alcuni dei concerti più significativi della mia vita.

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Tu in che anno sei venuto a Milano? Nel 1990?
Nel 1989.

Erano anni più carichi di aspettative, no? In Italia c’era l’edonismo craxiano, per così dire.
In realtà non c’erano grandi aspettative, c’era un entusiasmo diverso, già arrivare qua da Ascoli era confrontarmi con una città più grande, in tutti i sensi. L’aspettativa sei tu, sono le tue ambizioni e la tua volontà e la curiosità. Io ho cominciato a frequentare tutti, non solo i musicisti, fin dal primo periodo in cui stavo qua. Interagivo con tutte le comunità, per capire, allargare gli orizzonti. Ma tutt’ora se qualcuno mi invita a cena e ci sono tre persone che non conosco, ci vado più volentieri. Milano offre molto ed è accogliente, hai la sensazione costante di ricevere input.

Io mi incazzo moltissimo quando sento la frase “a Milano non c’è mai niente”. Ma se ogni sera ho l’imbarazzo della scelta tra concerti, mostre, eventi…
Stai scherzando? Milano ti dà tantissimo, bisogna saper cogliere il buono. E poi è una città “permeabile”: c’è sempre l’amico di un amico che ti invita e ti presenta qualcun altro, non esistono circoli chiusi. Questa è un’opportunità clamorosa per fare conoscenze.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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