Lunedì 17 Giugno 2019
Interviste

The Blaze, musica elettronica per il tuo cuore

Abbiamo parlato di cinema, arte, musica, poesia e umanità con i The Blaze alla vigilia del loro esordio italiano, mercoledì 6 marzo al Fabrique di Milano. In poche parole, tanta musica

Per capire il progetto The Blaze occorre guardare attentamente i videoclip che accompagnano le loro produzioni. Questo meraviglioso lungometraggio inizia nelle prime settimane del 2016 quando la Bromance Records di Brodinski pubblica il primo della serie: ‘Virile’. L’etichetta che aveva supportato alcuni dei più importanti artisti francesi della nuova generazione – uno su tutti Gesaffelstein – chiuderà poco dopo. Ma questa è un’altra storia. Ci interessa piuttosto sapere che nel 2017 esce ‘Territory’ e due anni dopo ‘Heaven’. Quest’ultimo, insieme ad altre nove meraviglie, compone l’album d’esordio di The Blaze: ‘Dancehall’. La trama: un viaggio elettronico emotivo amplificato da meravigliosi cortometraggi scritti, composti e diretti  dai cugini trentenni Jonathan e Guillaume Alric. Jonathan è nato in Costa D’Avorio e frequenta la scuola di cinema di Bruxelles, ma è cresciuto in Francia insieme al cugino Guillaume che invece produce musica reggae.

Quando la composizione musicale e l’arte cinematografica si incontrano nasce il progetto The Blaze le cui creazioni sono dei sublimi manifesti del nostro tempo. Nel video di ‘Virile’, due uomini ballano, cantano e fumano una canna in una casa popolare di una periferia non specificata. Il feeling creato dalla musica è talmente intenso che i due ragazzi arrivano quasi a baciarsi. ‘Territory’ racconta invece il ritorno a casa di un emigrato verso Algeri, conteso tra le lacrime della famiglia e la gioia degli amici con i quali balla (e fuma) spensierato su un tetto che guarda il Mediterraneo. Elementi così sofisticati che solo un’elegante messa in scena ha potuto raccontarli senza eccedere. L’immagine di due ragazzi arabi che fondono le loro menti e i loro corpi in un piccolo appartamento di un condominio popolare è una fotografia di una potenza inaudita. La mia intervista parte proprio da questa immagine.


Amore, amicizia, famiglia, fratellanza. Di cosa parla esattamente ‘Virile’?
Parla esattamente di tutto questo. Vogliamo che ognuno abbia la sua interpretazione e vi trovi il messaggio che desidera.

Ma è vero che il video è costato solo 100 dollari?
Sì, ma è più importante concentrarsi sul video più che sul budget (ridono).

Dopo aver visto i videoclip di ‘Heaven’ e ‘Territory’, ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte ad un quadro più grande e profondo. Qual è il mondo che state mettendo in scena?
Il nostro messaggio è sempre profondo. Cerchiamo di concentrarci sull’essere umano e di risvegliare l’umanità in ognuno di noi. Fondamentalmente, la profondità è sempre la stessa ma su differenti gradi. Pensiamo sempre a tutto il quadro intero perché lavoriamo in simbiosi.

Seguite una routine creativa particolare?
Non abbiamo una routine. Cerchiamo in tutti i modi di mantenere il flusso della creatività il più naturale possibile. Possiamo iniziare con un’idea per una traccia, lavorarci sopra e poi passare al video o viceversa, ma cerchiamo sempre di avere molta libertà.

Foto: Paul Rousteau

La scorsa estate vi ho visti live a Les Plages Electronique Festival di Cannes. So che non vi piace più di tanto mostrare le vostre facce, ma dopo circa 10 minuti di intro senza la vostra presenza sul palco, ho realizzato che avreste anche potuto non apparire mai. Sarebbe stato così blasfemo?
L’introduzione di dieci minuti che hai visto a Cannes consente al pubblico di concentrarsi sulla musica e non su di noi. E per noi è lo stesso, ci permette di concentrarci sulla performance dal vivo. In questo modo cerchiamo sempre di mettere la musica in primo piano.

Cosa è cambiato da quel live show in termini di produzione e tracklist?
Proponiamo diverse versioni delle canzoni già edite insieme a nuove tracce. Anche il live nel suo insieme è nuovo.

L’intimità è un tema ricorrente nel vostro lavoro. Come mettete in relazione questo sentimento con i grandi spazi dei festival ad esempio?
L’intimità è presente ovunque, anche nei grandi spazi dei festival. Dipende da come ciascun individuo ricerca e trova la sua definizione.


Avete mai pensato che chiamare il vostro album di debutto ‘Dancehall’ potesse in qualche modo essere fuorviante per il pubblico?
La dancehall per noi è un luogo dove le persone si riuniscono e ballano e in questo caso – ovviamente – non ha niente a che fare con il sottogenere musicale del reggae.

Le canzoni dell’album sono caratterizzate dal vostro vocal pitchato. Sono previste collaborazioni in futuro oppure continuerete ad usare questa formula?
Al momento non pensiamo al futuro. Siamo più concentrati sul presente nel quale facciamo scorrere la nostra ispirazione.

Essere cugini è un vantaggio o uno svantaggio?
Tutte e due le cose, come in tutte le relazioni umane. Ma principalmente un vantaggio.

Approfitto del vostro background cinematografico per chiedervi i vostri videoclip preferiti di sempre?
Probabilmente ‘Pass this on’ di The Knife e ‘Iron Sky’ diretto da Daniel Wolfe per Paolo Nutini.

La musica di The Blaze è più adatta per un giorno nebbioso in Normandia o per un tramonto rosso in California?
Per entrambi nello stesso momento.

“È solo l’arte che conta”, avete dichiarato. È più poesia o epica la vostra?
Troviamo poesia nell’epica.

 

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Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.

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