Domenica 20 Ottobre 2019
Interviste

The Chainsmokers si raccontano a DJ Mag

 

Mercoledì 28 giugno The Chainsmokers arrivano all’Ippodromo di Milano per una tappa del loro tour estivo all’interno del Milano Summer Festival. Tornano in Italia dopo il successo del live dello scorso autunno. Da qualche settimana sono invece nelle edicole, i loro volti stampati sulla copertina di DJ Mag e un ricchissimo servizio su di loro all’interno del giornale. Naturalmente, c’è anche una lunga intervista, davvero intrigante, perchè ci hanno raccontato molte cose su di loro. Come tutti gli artisti molto amati, The Chainsmokers hanno la loro bella schiera di haters pronti a criticare il gusto troppo pop dei loro dischi, la voce di Andrew Taggart, il loro modo di intendere la dance. Di questo e di molto altro abbiamo parlato , in un’intervista senza fronzoli e con molte verità sulla loro musica. Ci sembrava bello e giusto regalarvene un assaggio, prendetela come un riscaldamento in vista di mercoledì. Gran parte di questo dialogo è avvenuto con Alex Pall, mentre Andrew Taggart è intervenuto su un tema decisamente personale. Se pensavate al duo più chiacchierato del momento come a una coppia di bellocci senza spina dorsale, dovrete ricredervi. Questi ragazzi sanno il fatto loro.

 

State vivendo un momento di straordinario successo, sembra quasi che abbiate trovato la formula per le hit planetarie. Ma conoscendo la vostra storia, dietro questo successo ci sono anni di ricerche e tentativi. Quanto è difficile cominciare un progetto discografico da zero, ed essere capaci di mettere a fuoco ogni dettaglio fino ad arrivare all’obiettivo?
Alex: Ti ringrazio per queste gentili parole, innanzitutto. Non siamo sicuri di aver trovato una vera formula, ammesso che esista, ma ci fa piacere vedere che alle persone la nostra musica piaccia tanto. Iniziare un progetto musicale è un processo davvero duro, una sfida enorme. Crediamo sia altrettanto difficile per qualunque impresa, che sia una start up o un ristorante, così come per un artista. La ricerca della propria identità è una strada, bisogna avere perseveranza. Andrai incontro a migliaia di dubbi, avversità, a causa tua o di chi ti sta intorno, non saprai mai esattamente se ciò che stai facendo è giusto o sbagliato, perciò il meglio che tu possa fare è cercare di costruire un team di persone fidate che ti supportino e che siano lì ad ascoltarti e siano disposte a seguirti attraverso qualsiasi avvenimento con tutto il loro cuore. Farai degli errori e delle mosse azzeccate, ma se credi davvero in ciò che stai facendo e sei pronto a lavorare più duramente di chiunque altro per raggiungere un obiettivo, beh, questo farà la differenza. Poi arriverà un giorno in cui le cose sembreranno più chiare e imparerai a capire quali cose funzionano e quali no, e quale sia la direzione migliore da seguire.

Siete insieme da qualche anno, all’inizio The Chainsmokers era un duo EDM più “convenzionale”, poi avete trasformato il vostro suono in quella che io amo chiamare “post-EDM”, una sorta di evoluzione che guarda a una direzione più esplicitamente pop. Sei d’accordo se dico che state cambiando le regole del gioco nella dance?
Tutti sembrano avere una specie di etichetta da piazzarci addosso… è divertente perché noi stiamo facendo musica e probabilmente siamo le ultime persone al mondo che pensano a come classificare il proprio lavoro. Le nostre influenze sono sicuramente ben radicate nella dance ma anche in altri generi. All’inizio, quando stavamo ancora cercando di capire cosa volessimo fare, sapevamo che la dance era il luogo su cui il nostro sound gravitava con maggiore naturalezza, ma quando abbiamo trovato la nostra identità e il nostro stile, abbiamo cominciato a inserire elementi di altri generi musicali che durante le nostre vite hanno avuto un ascendente su di noi, e immagino sia il momento che tu indichi come quello in cui abbiamo cambiato rotta. Non abbiamo idea di quale sia in definitiva il genere verso cui siamo maggiormente debitori, le persone e gli artisti che hanno avuto un impatto sul nostro sound sono davvero tanti ed eterogenei. Ma questo è il bello  della dance, che sa sempre reinventarsi e trasformarsi!

Nelle vostre prime produzioni usufruivate della collaborazione di vocalist esterni al gruppo, ma i grandi successi sono arrivati quando Andrew si è messo a cantare i vostri stessi brani. Come siete arrivati a questa scelta?
Abbiamo sempre giocato con l’idea che Drew potesse cantare, ma abbiamo aspettato che arrivasse il momento giusto. ‘Closer’ era una canzone molto personale nel testo, nel messaggio e nel significato che aveva per noi, e onestamente era anche un modo per mettersi a nudo, perciò sapevamo che non sarebbe stato solo un tentativo di cantare ma avrebbe avuto, per Drew, una ragione molto precisa. Così abbiamo pensato che fosse giunto il momento di giocare questa carta.

 

Andrew, trovo interessante che diverse riviste critichino la tua voce, soprattuto nelle esibizioni dal vivo. Da parte mia, posso dirti che molti dei miei cantanti preferiti non hanno delle grandissime voci, e credo che essere espressivi e saper dare intensità alla propria interpretazione sia molto più importante che avere una voce “educata” nell’intonazione. Ti danno fastidio queste critiche?
Andrew: No, non mi hanno mai dato fastidio. Ovviamente essendo agli esordi come cantante sarebbe molto carino sentire gente commentare cose tipo “wow! che voce pazzesca!”. Mi darebbe molta sicurezza e consapevolezza dei miei mezzi. Ma nonostante tutto ‘Closer’ è un grande pezzo ed è stata per me motivo di grande crescita e apprendimento. Da che la canzone è esplosa, mi sono messo seriamente a studiare per diventare un cantante migliore e sebbene non abbia mai fatto studi vocali classici, con lezioni e tutto l’apprendimento musicare e tecnico necessario, credo nella mia voce e non lascerò certo che qualche critica possa avere un impatto su ciò che faccio. Semmai le critiche sono uno sprone per migliorare.

Alex da New York City, Andrew da Portland in Oregon. Venite da due angoli opposti degli Stati Uniti. Quali sono le differenze nei vostri background? Come siete cresciuti e qual era il vostro rapporto con la musica quando eravate dei ragazzi?
Alex: È una gran bella domanda e spesso ne abbiamo discusso insieme, anche a lungo. La cosa pazzesca è che non solo siamo di due città diverse ma non siamo nemmeno coetanei. Tuttavia abbiamo dei gusti molto simili e una storia musicale pressoché identica. Siamo passati entrambi attraverso un interesse ossessivo verso diversi generi musicali, passando da uno all’altro, dall’heavy metal all’emo, dal rap alla dance. E se la musica ha rivestito un ruolo essenziale nella nostra crescita, puoi facilmente immaginare la conseguenza: siamo entrambi stati in diverse band durante l’adolescenza. La musica ci ha permesso di sognare, era il nostro passaporto per una fuga dalla realtà, ci ha sempre permesso di vivere una vita molto intensa e sicuramente più luminosa e felice di quanto potevamo avere a disposizione nella vita di tutti i giorni.

Dando un’occhiata al vostro sito, vedo una lista interminabile di date, siete stati in giro senza sosta per tutta la primavera e lo sarete anche in estate, tra l’altro anche a Milano il 28 giugno. Cosa ci dobbiamo aspettare dal vostro show?
Sai, siamo continuamente impegnati a fare musica, ma davvero sempre, e a parte questo siamo sempre in tour, quindi le due cose si intersecano. Per noi sia l’aspetto performativo sia quello della produzione dello show sono importantissimi. Vogliamo dare al pubblico qualcosa di potente e unico, uno spettacolo travolgente. Il concerto che stiamo portando in giro negli USA è qualcosa che per metà è il live di una band e per metà dj set. Non vogliamo metterci in bocca parole che possono suonare spavalde, ma pensiamo di essere riusciti a trovare un ottimo equilibrio tra l’energia e le rave ribes da portare al nostro pubblico e il legame emotivo che si può avere con una live band. Per noi la cosa più importante è pensare che le persone che vengono a sentirci tornino a casa potendo dire di aver vissuto l’esperienza più divertente della loro vita, ma anche di aver visto qualcosa di assolutamente inaspettato.

 

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Avete numerose serate a Las Vegas. Avete una casa lì? Dove vivete? Qual è il posto che chiamate “casa”?
No, non viviamo a Las Vegas anche se potremmo tranquillamente pensare di avere una base in città, considerando quanto tempo ci passiamo. Al momento, per noi la parola “casa” più che un luogo fisico è uno stato mentale, visto che viaggiamo davvero tanto. Ma per ora le nostre case, quelle con quattro mura, intendo, sono a Los Angeles.

 

Le vostre canzoni sono spesso sentimentali, con un’impressione melanconica e nostalgica sull’amore e sui sentimenti più intimi. Ci sono dei riferimenti autobiografici?
Assolutamente, anzi ti dirò di più, molti dei nostri brani e dei messaggi in esse contenuti sono esplicitamente autobiografici… Siamo gli autori di una larghissima parte dei nostri pezzi, intendo dire di quasi ogni aspetto in ogni canzone, e ci buttiamo dentro messaggi ed esperienze personali, del nostro passato o del nostro presente. Per noi è importante che la nostra musica abbia una credibilità “organica”, è la ragione per cui ci piace pubblicare così frequentemente, in modo che gli argomenti di cui parliamo siano attuali e ci rappresentino in quel preciso momento.

 

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Vorrei concentrarmi sul vostro album ‘Memories… Do Not Open’: Come avete dato forma al corpus dell’intero lavoro? Quali sono le vostra tracce preferite?

Wow, grande domandona. Non sono sicuro di poter rispondere in modo sintetico e conciso. Vediamo. Per fartela semplice, abbiamo sempre desiderato fare un album, ma non eravamo mai così sicuri di esserne pronti. Sapevamo che se avessimo voluto farlo, avremmo dovuto avere chiara la visione generale del disco. Via via che lavoravamo ai nostri singoli più recenti, ci siamo resi conto che c’era una specie di tema ricorrente, un filo conduttore musicale che è stato un po’ la risposta implicita ai nostri dubbi, e ci siamo detti che forse era giunta l’ora di accarezzare l’idea di scrivere questo album. Ed è stato un lavoro davvero molto stimolante… siamo molto orgogliosi di ciò che abbiamo creato ma tutto questo ci ha insegnato molto su noi stessi e sul processo che per noi ha significato raccogliere delle “memories”, dei ricordi, delle emozioni, dei sentimenti del nostro passato recente. È una specie di riflessione, una collezione di attimi che sentiamo importanti per noi stessi e abbiamo fatto del nostro meglio per catturarli e tradurli in musica. Per quanto riguarda i pezzi che preferiamo, mmm… siamo molto fieri di ‘Paris’, ‘Something Just like This’, ‘BloodStream’ e ‘Honest’. Ma questa è una risposta che cambia di frequente.

So che può sembrare una domanda stupida da farvi, visto che ‘Memories’ è un grande successo, ma ha ancora senso lavorare a un intero album invece di focalizzarsi solo sui singoli? Dopotutto il vostro è un caso che sembra dar ragione a quella filosofia.
Ahahah invece non è per nulla una domanda stupida. Noi pensiamo che per la maggior parte degli artisti – e forse anche noi – i singoli sono il futuro, anzi già il presente. Tuttavia ci sono delle eccezioni alle regole, no? Ci sono artisti che sanno immaginare, progettare e forgiare un album e intendo dire un album perfetto, come Kanye West. Non siamo così sicuri che gli album esisteranno ancora tra cinque anni, perciò per noi il momento di farlo è ora, avevamo un messaggio e volevamo provarci. Ma in generale ti do ragione, i singoli sono ciò che oggigiorno il sistema sociale tende a veicolare per sua natura come metodo vincente, e quindi tutto è configurato verso quel modo di pubblicare la musica.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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