Sabato 23 Ottobre 2021
Speciali

The king of social

Luca Agnelli in copertina. Sì, le cose sono andate pressappoco così. Due mesi fa, attraverso la nostra pagina Facebook, vi abbiamo chiesto di scegliere i contenuti di questo numero. La risposta è stata pronta e massiccia. Tra questi vi abbiamo chiesto anche il nome che più di ogni altro meritava la copertina. Si è scatenato il putiferio e sul fil di lana ha vinto lui.

Dopo aver conversato con Luca mi sono reso conto che non è il solo talento musicale, per quanto elaborato, a completare un artista e renderlo popolare; servono anche una grande personalità e forti ideali musicali e non. Luca Agnelli possiede entrambi, strettamente uniti da una qualità sempre più rara in chi sta dietro la consolle: la semplicità. Questa deve essere la chiave di lettura di ogni artista pronto ad emergere: la capacità di trasmettere emozioni, stima e ammirazione attraverso semplici mosse. A ciò è da aggiungere ovviamente tanta costanza, umiltà, sacrificio e qualità, come lui stesso ha sempre sottolineato. Luca sul palco si esibisce con un repertorio che consiste nient’altro che nella sua personalità musicale, creando un forte legame col pubblico fin da subito, senza mai precludere spazi all’ispirazione e alla ricerca dell’innovazione. C’è chi dice che i dischi abbiano un linguaggio più limpido e diretto delle parole umane; basta avere la capacità di indirizzare dritto al cuore il messaggio della propria musica. Come con i dischi, anche a voce, con la sua inconfondibile parlata toscana, Luca sa essere lucido e coinvolgente senza troppi giri di parole: concetti ben precisi fissati nella mente, ideali privi di qualsiasi inquinamento, e tanta, tanta simpatia. Toscano, classe ’76, è attivo da quasi vent’anni, nei quali ha conosciuto molte piccole e grandi realtà italiane (per nominarne alcune il Cocoricò di Riccione, i Magazzini Generali di Milano e il Guendalina di Lecce) e grandi venues europee (come l’Amnesia di Ibiza, il Cocoon di Francoforte, il Cavo Paradiso di Mykonos). Nasce come dj, e dalle prime date al Roxy Rose alle grandi esperienze dell’Europa underground, esplora le galassie techno e tech house in costante sperimentazione musicale, unendo ai dj set le prime produzioni. Dal primo EP ‘Booster’, seguono numerosi successi personali e remix con la firma di importanti label tra le quali MBF, Laterra Recordings, Dirtybird, Get Physical, Four Twenty, Truesoul, Be As One, e Desolat. Proprio con Desolat, la label di Loco Dice e Martin Buttrich, ha pubblicato a giugno 2013 l’EP ‘Jambo’, in collaborazione con Marco Faraone con il quale gestisce Etruria Beat Records, che Luca ha fondato nel 2010. Etruria Beat è una label fortemente incentrata sui talenti italiani e sul loro decollo nello scenario elettronico, rimanendo però “libera dagli inciuci” come Luca stesso ci dice. Decollo che per Luca è già avvenuto e il cui atterraggio sembra ancora molto lontano: il suo ultimo singolo, ‘Dark Moon’ (rilasciato a Febbraio 2014 con Safari Numerique), ha ricevuto grande supporto da artisti di primo piano quali Adam Beyer, Truncate e Joseph Capriati, dando prova di un’ottima visibilità nella techno che conta.
Agnelli è un artista dotato di grande creatività, ecletticismo e talento che lo hanno reso oggi uno dei dj e produttori italiani più amati dal nostro pubblico e non solo, raggiungendo una maturità musicale di cui pochi in Italia possono vantarsi. Allo stesso tempo, in mia opinione, rappresenta quell’ideale di artista lontano dalla finzione e vicino alla pura essenza del proprio lavoro e al calore del suo pubblico. È sempre un grande piacere poter parlare di un italiano che vale tanto e lo dimostra, specialmente in un momento in cui è in piena forma. Tendiamo troppo spesso a focalizzarci su quanto di buono c’è all’estero e quanto siano bravi fuori dall’Italia a sfornare talenti ed eventi unici, ma in realtà la soluzione è proprio in casa nostra.

Ciao Luca.
Come migliore tradizione partiamo dall’inizio: le tue prime esperienze e il momento in cui hai raggiunto la consapevolezza che ciò che stavi facendo sarebbe stato la tua professione, diventando uno dei dj più conosciuti dello stivale.
Ciao Federico.
Ho cominciato a fare il dj a sedici anni quando ancora andavo a scuola. Ero il dj delle domeniche pomeriggio al Roxy Rose, un locale che per ovvi motivi mi rimarrà sempre nel cuore.
In quel momento le cose capitolavano abbastanza velocemente e, nel giro di pochi anni, diventai resident di alcuni locali della zona tra cui lo storico Le Mirage. 
Fino a lì era tutto molto divertente ma anche limitato nella realtà “provinciale”. La consapevolezza che questo sarebbe diventato il mio lavoro l’ho avuta solo quando arrivarono le richieste da altre zone d’Italia. Li è cambiata la mentalità: non solo divertimento ma anche responsabilità, quindi vero e proprio lavoro. Io nasco come dj, e non come produttore che dopo una o due buone release diventa dj.
Ci tengo parecchio a ribadirlo perché ho costruito la mia carriera serata dopo serata, dj set dopo dj set, facendo molta gavetta, lavorando soprattutto con e per il pubblico.
Sono anch’io produttore, è un aspetto ormai fondamentale di questo lavoro, perché esprimersi con la propria musica è un passaggio fondamentale per un dj che maneggia sempre musica degli altri, ma spesso questi due mestieri si mischiano troppo. Ho sempre creduto nel mio lavoro, e lo sto facendo ancora, perché credere in se stessi per inseguire i propri desideri ritengo sia alla base di tutto.

Cosa ne pensi della frequente associazione che si fa tra musica techno e droghe, soprattutto tra i giovani?
Credo che le due cose vadano di pari passo da molti anni, vari generi musicali sono stati legati a varie tipologie di droghe, dagli hippy fino ai tempi nostri; ognuno con la propria vita è libero di fare ciò che vuole, ma pur sempre rispettando il prossimo. Io non ho mai sentito il bisogno di aiutarmi con sostanze perchè la mia droga era la musica e la passione per essa, grazie anche all’educazione ricevuta dai miei genitori. Inoltre ho sempre cercato di sensibilizzare le persone al divertimento sano, perchè la vita è una sola e non possiamo giocare con essa; non sopporto chi dice che per ballare un certo tipo di musica ci vuole un certo tipo di droga, tutte cazzate. Se vuoi stare quindici ore di fila dentro ad un club magari non riesci a farlo proprio da lucido, e spesso gli esempi dietro le consolle non sono dei migliori, ma ribadisco che ognuno è libero di fare come vuole. Mi piacerebbe che una parte dell’opinione pubblica e le istituzioni smettessero di demonizzare le discoteche, magari agevolando il divertimento attraverso iniziative che possano educare e aiutare il popolo della notte, come servizi pullman, taxi fuori dai locali, pacchetti alberghieri economici e campagne in collaborazione con i diretti interessati, dj , promoter e clienti del club, magari nelle scuole e sul web.

Ci sono stati degli artisti in particolare che hanno contribuito al variare delle tue preferenze o è solo frutto della tua crescita musicale?
Direi più la seconda, ma è normale che la scoperta di alcuni artisti durante il mio percorso abbia influenzato anche il mio gusto. Il punto è questo: fare il dj per me significa continua ricerca musicale e perenne scoperta di nuove contaminazioni, di nuovi beat, di nuovi stimoli sonori che mi diano emozioni da trasmettere al pubblico che ho di fronte. Sono nato artisticamente con la musica house degli anni ‘90, in particolare il primo vinile che ho acquistato è stato di Lil Louis, ‘Club Lonely’, nel 1992. In tutti questi anni mi sono appassionato a tutto quello che mi dava gusto, che mi lasciava una sensazione, che mi faceva vibrare, senza pormi confini di generi: dall’ house più deep di Maw, Blaze, Funky Green Dogs, Todd Terry, Jovon, a quella più elettronica di Cassius, Anthony Rother, Isolee, Mylo, Bookashade, Savas Pascalidis, passando per la minimale di Plastikman, Paco Osuna, Carola, Loco Dice, la tech house di Buttrich, Guillame & Coutu Dumonts, Thomas Melchior, Luciano, Mike Shannon, Petre Inspirescu, e passando per la techno di Marcell Dettman, Ben Klock, Ryan Elliot, Adam Beyer, Robert Hood. Un’evoluzione continua!

Hai mai avuto problemi a conciliare il tuo gusto con quello del pubblico?
Quasi mai. Il dj ha la sua visione e la sua personalità. Un bravo dj riesce a guidare il pubblico che ha di fronte verso un percorso musicale che lo rappresenta, facendogli vivere emozioni e sensazioni che sono vicine al carattere del dj stesso.
Sono molto attento alle richieste delle serate che mi arrivano, ed è mia premura prendere più informazioni possibili sul club dove vado a suonare e capire se il suono che propongo possa essere adatto alla situazione.
Il dj deve suonare nel proprio habitat, dove sa di poter creare una relazione con il pubblico, con le singole persone.
Non è solo una questione di soldi, preferisco rinunciare ad una gig “fuori tema” piuttosto che andare a fare il “compitino”.
La musica è emozione, innanzitutto.

L’INTERVISTA COMPLETA È SU DJ MAG ITALIA 40 – MAGGIO 2014

DI FEDERICO PICCININI

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