Martedì 07 Luglio 2020
Interviste

Ecco l’album firmato The ReLOUD, tra realtà aumentata e un approccio multi-disciplinare

La musica, l'artwork, i video. La necessità di suonare "come nessun altro". Le collaborazioni eccellenti e quelle mancate con due nomi incredibili. The ReLOUD raccontano il loro "altro lato"

The ReLOUD tagliano un traguardo importante: esce ‘To The Other Side’, album ambizioso che ha richiesto una gestazione lunga e che arriva alla release con illustrazioni e artwork curatissimi (firmati Maddalena Bireau), oltre che con una serie di video ad accompagnare ciascun brano. Un lavoro certamente corposo, che investe diverse discipline partendo da un core musicale. Un disco di cui abbiamo già avuto ampie anticipazioni, perché Nello e Alex sono di casa da queste parti. Sono loro ad aver sviluppato un progetto come JÄGERMUSIC LAB, a cui la nostra testata collabora dalla prima edizione; e con la loro MAT Academy si occupano spesso di tutorial e articoli inerenti alla produzione musicale e ai consigli per chi vuole intraprendere un percorso artistico. 

Ma oggi The ReLOUD sono con noi “dall’altra parte”, per parafrasare il titolo del loro disco. Per un’intervista in cui, appunto, cerchiamo di capire come è nato e come si sviluppa un progetto del genere.

 

Parlatemi del disco. Perché due persone che hanno ormai una carriera di successo in tante attività musicali che non sono quella di producer in prima linea decidono di tornare a lavorare a un progetto impegnativo e ambizioso come un album?
Nello: La passione non finisce mai, se fai musica con amore non ci sono ostacoli. Avevamo bisogno di fermarci per ritrovare il nostro istinto musicale. Le nostre esperienze ci sono servite per rimettere in gioco il progetto e la nostra musica. L’idea è sempre quella di unire club e radio. Ed è quasi sempre impossibile, perché quando si ragiona troppo in una direzione si tende a escludere l’altra, ed è ancora peggio quando si tenta di raddrizzare il tiro andando a finire in un limbo che non sta né da una parte né dall’altra. Lavorando all’accademia abbiamo fatto decantare la nostra musica, l’abbiamo lasciata sopita per tanto tempo dedicandoci alle altre attività, per darle poi una botta di defibrillatore.
Alex: il motto di molte nostre attività è “sound like no one else” e abbiamo voluto esprimere questa urgenza, oltre alla musica anche le sensazioni sono quelle di un mondo poliedrico, siamo clubber e questo è ciò che viviamo. Ma la verità è che ci siamo accorti che non stavamo rispettando, noi per primi, il nostro motto. E si sentiva. Volevamo inconsciamente proprio suonare come gli altri, invece di cercare un personale watermark. Poi, negli ultimi due anni sono successe due cose: ci eravamo stufati di produrre solo musica da club; e ci volevamo definitivamente sbarazzare del personaggio che ancora cercepivamo di noi. Top DJ ci ha regalato emozioni fortissime ma anche la coscienza di non imprigionarci nel “personaggio del papillon”, della messa in scena di noi due con l’abito elegante e il set già preparato, perché quel tipo di show non ci appartiene così a fondo. E ci siamo messi a scrivere testi – cosa mai successa prima – e a tirare fuori le sensazioni che provavamo davvero. Si è creato un equilibrio nel quale non c’è giudizio, ci siamo sbloccati e si è liberata una magia. Il resto è venuto da sé.
N: l’interesse è che deve piacere a noi, oggi come tra dieci anni.

‘To The Other Side’ è un album sfaccettato che abbraccia diversi generi e stili. Come avete composto questo quadro?
N: Ognuno quando scrive ci mette del suo. E ovviamente vale anche per noi. Alcune cose arrivano non per voglia di avvicinarsi a un mondo ma perché sono influenze assimilate che diventano parte del nostro DNA di producer. È un processo istintivo, non sono reference cercate. Ci sono tanti generi e beat differenti nell’album, ma c’è una chiave che lega tutto ed è la parte elettronica, di synth, di produzione, ed è il filo conduttore, la nostra anima, l’anima del nostro sound. Il quadro si è composto senza particolari studi o ragionamenti a tavolino.
A: Abbiamo buttato una prima versione di ‘Rollercoaster’ che ci entusiasmava, perché era davvero forte. Ma riascoltandola si avvicinava troppo a ‘Sky And Sand’ di Paul e Fritz Kalkbrenner. Uno dei nostri obiettivi era quello di non assomigliare a nulla che si sentisse in giro, così abbiamo proprio preso il progetto e buttato nel cestino. Basta, Reset. A noi piace molto il “pop” alla Radiohead, cupo, non sfacciato, non banale. Ci siamo presi delle licenze: volevamo scrivere un blues elettronico e dentro ovviamente ci sono gli standard del blues, però vogliamo rifuggire le scopiazzature troppo evidenti, a costo di buttare dei progetti validi, delle pontenziali hit.

Una delle vostre attività, forse la più nota, è MAT Academy. Insegnando non si diventa “scolastici”? Non si corre il rischio di fare più attenzione a che un pezzo suoni correttamente anziché al suo lato creativo, puramente artistico?
N: Noi insegnamo questo: impara le regole e infrangile. C’è bisogno di conoscenze tecniche, addirittura scientifiche, che portano a dei risultati quadno si tratta di produrre musica, a maggior ragione con l’elettronica. Certe frequenze sono quelle e bast, a certi accorgimenti o dinamiche di mixaggio sono parte di un processo proprio matematico. Ma una volta capite e cassimilate queste regole, si è liberi di andare oltre il recinto. È come per un architetto: è essenziale che sappia costruire secondo le basi della sua disciplina per poter progettare palazzi obliqui che non cadano. Ci dev’essere un equilibrio tra la teoria, che va conosciuta e dominata, e la pratica, che dev’essere creativa, sconfinata, con i soli paletti della corretteza tecnica. Anche perché quest’ultima è utile per trasmettere meglio le proprie emozioni: se un pezzo suona bene, mi arriverà meglio anche alle orecchie.
A: Il nostro mantra sono le tre letttere. RDF: riconoscibile, distintivo e fresco. E non è semplice. Questi precetti hanno creato un conflitto per noi verso i nostri studenti. Non possiamo predicare questi “dogmi” e poi uscire con tracce che non li rispettano. Perdiamo credibilità. ‘Sutra’, nel nostro album, è l’esempio di come invece siamo finalmente arrivati a quel punto che volevamo raggiungere, e rispetto al passato ora siamo davvero RDF, mentre prima non ci riuscivamo.

Ci sono delle collaborazioni che avreste voluto in questo lavoro?
A: Volevamo due cantanti, ma sognando eh, puntanto all’inarrivabile: Björk e Thom Yorke. Invece siamo arrivati davvero a tanto così dalla prima, avevamo mandato la nsotra proposta e ricevuto addirittura la parte vocale da parte sua.

E poi?
A: Poi non c’è stato l’accordo, o meglio non si riuscivano a incastrare i nostri tempi con la lavorazione del suo nuovo disco, e così tutto è saltato al’ultimo. 

Invece con Thom Yorke?
N: Lì abbiamo avuto a che fare con il suo management. Abbiamo portato avanti la trattativa per un po’, anche lì siamo andati abbastanza vicini all’obiettivo. Ma poi non se n’è fatto nulla. Chissà, magari in futuro succederà. Invece siamo orgogliosi di avere un ospite che non è un cantante, ma uno dei musicisti più bravi e talentuosi al mondo: Saturnino. Un gigante. La collaborazione con lui è nata in modo spontaneo: ha sentito i brani e si è detto disposto a registrare, proprio lì al momento, perché era già in studio da noi per altre faccende. Ha chiesto di attaccare il basso e poter registrare. Tempo mezz’ora e avevamo due brani con il suo basso. Wow!
A: Così come siamo entusiasti di tutti gli altri ospiti: Alex Whitman, Deva Premal, Craig Lucas, Majozi, Jethro Tait.

Visto che veniamo da un periodo in cui tutto è stato bloccato, congelato, come vorreste promuovere questo album potendo partire da una condizione irripetibile?
N: Un’idea che stavamo progettando è quella di una mostra con le illustrazioni dell’artista che ci ha preparato l’artwork per i pezzi.  Si chiama Maddalena Bireau ed è davvero geniale, favolosa. La mostra prevede un percorso di dieci stanze, e nell’ultima il live. Ma non si può. Quindi stiamo pensando di farla in 3D in realtà aumentata. E di renderla interattiva.
A: mostre, live con band, situazioni interattive. Meno date e tour stressanti ma ai live set statici e a progetti arty. Questo è sicuramente un momento irripetibile e allora tanto vale ribaltare le regole. E per il 2021 vogliamo farlo.

Quanto ha influito la pandemia su ciò che fate e sul disco?
N: Tanto. Una settimana prima del lockdown stavamo preparando lo studio per le prove dei live. Ha smontato un processo che stavamo studiando e portando alla realizzazione. A livello di play sui singoli finora non ha influito eccessivamente. All’inizio la sensazione era che tutti fossero spaesati, anche noi, poi si sono formate nuove abitudini.
A: sulla preparazione del live è stato un black out completo. In generale, abbiamo deciso di non posticipare l’uscita o di rischdulare il programma. Dall’altra parte, abbiamo avuto la conferma che un progetto solido dal punto di vista dei contenuti, che può durare un anno, risente meno di scossoni vari ed eventuali. Una nave regge meglio il vento di un pedalò, per così dire. Un singolo sarebbe stato più difficile da valorizzare, un album con tutta la sua strategia non è così diverso da lavorare in questo periodo.
N: Doveva andare così. Ce ne facciamo una ragione.

 

 

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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