Martedì 14 Luglio 2020
Costume e Società

TOP DJ: un piccolo errore di valutazione

 

 

Quando a fine febbraio venne presentata la giuria della nuova edizione di TOP DJ, si scatenò l’inferno. Un po’ perché i cambiamenti destabilizzano, un po’ per l’affetto verso i giudici delle passate edizioni, un po’ perché, in generale, ai dj non piace essere mai giudicati. Di punto in bianco è sembrato che il programma avesse perso di credibilità, che il format non funzionasse più, che si fossero spente le luci sul palco. Come testata abbiamo preferito non esprimerci. Fino ad oggi. Sì, lo sappiamo, stiamo parlando di uno show televisivo, tutto è finalizzato alla mesa in onda e gli si sta dando più importanza di quello che realmente ha, ma qualcosa lasciatecelo dire, siamo pur sempre una testata di settore.

Siamo sinceri, TOP DJ è sempre stato un programma banale, debole e fragile. Banale perché il format è un patchwork di cose trite e ritrite. Debole perché i tempi televisivi non conciliano con quelli di un set e spesso, il telespettatore assiste a dissertazioni su passaggi mai andati in onda o montati in modo da rendere difficile la comprensione perfino a chi lavora in questo settore. Fragile perché per quanto virtuoso, un dj non riesce a dare sfogo alla propria arte in pochi istanti e crolla sotto il peso degli impietosi tempi televisivi. Dopo avere visto le prime quattro puntate possiamo aggiungere che il programma ci sembra un enorme carosello pubblicitario all’interno del quale è stato inserito (a forza) un contenuto come tanti. Il programma non coinvolge e non affascina, invece di appassionare, fotografa (male) e racconta (ancora peggio) un mondo sconosciuto al pubblico della televisione generalista. Se a questo aggiungiamo che in un talent, i concorrenti sono gli agnelli sacrificali dei giudici, un conto è farsi giudicare da chi conosce la materia, un conto è farsi “condannare” da chi non coglie la tua arte. Quando si parla ex cathedra bisogna essere autorevoli e inattaccabili come lo erano Albertino, Stefano Fontana e Lele Sacchi nelle passate edizioni e come, nelle intenzioni degli autori, avrebbe dovuto esserlo David Morales. Il curriculum di chi giudica deve essere una garanzia per chi viene giudicato, uno stimolo per migliorarsi, perfino un motivo di orgoglio. Altrimenti torniamo al sei politico e tana libera tutti. L’errore che si è fatto quest’anno, non è stato cambiare i giudici, quelle sono dinamiche televisive che vanno oltre le conoscenze di noi spettatori, l’errore è stato pensare che il programma fosse forte a prescindere senza capire che l’unico punto di forza stava nella credibilità di Albertino, Stefano e Lele, cosa che garantiva al format autorevolezza e una sorta di immunità. Insomma, un piccolo errore di valutazione.

 

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