Giovedì 20 Giugno 2019
Interviste

Molella: le hit, il Deejay Time, i rave, Jovanotti e Vasco

DJ, producer, conduttore radiofonico, protagonista della dance mondiale dagli anni ’80, la storia del Molly è unica

Cos’hanno in comune la Street Parade di Zurigo, Jovanotti, Radio Deejay, il Cocoricò, i dischi di platino, la trance, Vasco Rossi, l’hardcore e la gabber, gli 883? La risposta è nel nome di un dj italiano tra i più amati di sempre, ma forse vi spiazzerà. Molella. Volete saperne di più? Ok. Siete nel posto giusto. Questa è una delle interviste che ho sempre desiderato fare. Molly in trent’anni di carriera ha attraversato ogni territorio che un dj può affrontare, uscendone sempre bene: successi discografici mondiali come Gala, rivoluzioni radiofoniche come ‘1,2,3 Casino’ e ‘Molly 4 Deejay’, serate al Number One insieme a The Stunned Guys, alla Street Parade insieme a Paul Van Dyk e al Cocoricò insieme a Cirillo. E tantissimo altro.

Ciao Molly, non so davvero da che parte iniziare. Forse la cosa più furba è iniziare dal presente. Quest’estate sei uscito con un nuovo pezzo, ‘World’, diventato un’ennesima hit che sta resistendo anche ora che siamo già in ottobre, no?
Sì, il disco è uscito il 7 luglio, è stato l’anthem dell’Holi Dance Festival e ci sta regalando tante soddisfazioni. Si chiama ‘World’, la canta Roccuzzo, un ragazzo con un grande talento, e l’ho prodotta insieme a Valentini con cui sto lavorando spesso ultimamente, anche lui è davvero in gamba. È una canzone che si muove su un sound molto contemporaneo, melodico, mi piace. Ci sono diverse versioni, la mia preferita è la Original. Qualche mese fa invece era uscito un remake di ‘If You Wanna Party’, un mio vecchio successo del 1995 insieme agli Outhere Brothers. È una scelta che fa discutere, perché in tanti rifanno più o meno bene cose del passato. Il passato sembra intoccabile, ma non è così. So che l’originale è l’originale, sono passati già di vent’anni ma a me piace riprendere miei vecchi pezzi e rifarli con suoni più moderni, non è la prima volta che mi capita. Mi piace questo tipo di operazione.

Tu hai un passato davvero importante e ingombrante, come ti poni rispetto a tutto ciò?
Mi pongo con tanto rispetto, sono molto contento di quello che mi è successo e che sono riuscito a fare, però mi piace vivere il presente, vado avanti facendo musica nuova e aggiornando le mie vecchie hit. Certi brani resteranno insuperabili, ma non mi va di suonare sempre cose del passato, altrimenti finirei per fare solo quelle serate revival che sono un po’ tristi, non è il caso.

Cosa ti piace suonare oggi?
Proprio questo, un mio sound di ieri e di oggi aggiornato al presente, con suoni dance, “da discoteca”, perché purtroppo le cose nuove in giro non sono così dance. Sono techno, o house, ma tracce per le situazioni più “commerciali”, come quelle in cui ho sempre suonato io, dico anche EDM, scarseggiano. I big dei festival internazionali stanno facendo pezzi radiofonici, meno orientati al club, e se non li fanno loro finisce che tra due anni il trend sarà questo per tutti, e cosa suoneremo?

È una riflessione interessante. Tra l’altro, tu dici di aver sempre suonato in situazioni commerciali ma non è proprio vero, per lunghi anni sei stato una delle bandiere techno e trance in Italia, rispettassimo all’estero e con una presenza costante in club che all’epoca erano molto alternativi.
Sì, ho suonato diversi anni al Number One quando era “Il locale dell’impossibile”. Ho fatto ciò che mi piaceva nel momento in cui mi piaceva farlo. Techno, progressive, trance, hardcore, ho suonato in locali particolari: l’Amnesia a Ibiza, il Cocoricò quando nel ’99 abbiamo fatto Technodrome, montando il ring da boxe in mezzo alla Piramide. Una cosa che già oggi sarebbe suggestiva, o immagina vent’anni fa!

E poi i rave a Zurigo, tra l’altro sul mainstage…
Bravo, sì! L’Energy, la Street Parade, li ho fatti tutti. Io mi sono sempre reputato uno abbastanza “commerciale”, perché quando fai una cosa per tante persone puoi classificarla per generi, ma io mi sento una persona positiva, mi è sempre piaciuto creare aggregazione. Per me la trance e l’hardcore erano la commerciale di allora. Era più radiofonica. Pensa a Zombie Nation, Darude, quanti pezzi sono rimasti e tornati? Sono classici. Anche produzioni mie, ho fatto cose piuttosto pesanti, a 150 bpm. Z100, i remix per DJ Paul Elstak.

Non voglio parlare solo del passato, ma visto che ci siamo non posso tralasciare: Molly 4 Deejay?
Probabilmente con quel programma ho inconsapevolmente inventato un modo di fare radio che poi tanti hanno riadattato. Un cambiamento radicale della radiofonia.

Ma come è nata l’idea di questo frullatore ipercompresso che sembrava venire dal futuro?
Guarda, è un’idea che mi è venuta guardando Striscia La Notizia di allora, metà anni ’90. Adesso vedi Striscia spalmato e lento, ma all’epoca era un programma di venti minuti montato velocissimo, e in radio non c’era nulla di simile. Così ho pensato di fare un programma corto dove succedeva tutto in pochissimo tempo, in quindici-diciotto minuti ogni giorno, con le voci a taglio montate sui jingle e i pezzi mixati e tagliati.

Come veniva preparato fisicamente?
Registravo la mia voce la mattina tardi, poi tagliavamo tutto con gli inserti delle altre voci e degli effetti, dai Simpson ai vocalist alla Nonna Progressiva, una fatica perché non c’erano i software, era tagliato con i nastri Revox. E la musica era tutta quella che oggi definiremmo “impossibile”. Io la mettevo. Ero il commerciale della non-commerciale. Quello che oggi non fa più nessuno, perché quel mondo lì non esiste più.

Beh, è un mondo che è venuto verso il pop, molte produzioni pop oggi arrivano da un mondo “laterale”, e il discorso vale per Flume, Cashmere Cat e Rovazzi con la strumentale future di Lush & Simon per ‘Volare’, per dire che quando raddoppia potrebbe essere happy hardcore.
Eh sì, infatti io il Rovazzi di oggi lo paragono sempre al Mimmo Amerelli che avevo fatto io con Luca e Paolo ai tempi. Era un brano figlio di Ciro, un programma TV molto famoso di fine anni ’90, noi abbiamo sfruttato la scia dello sketch dello spacciatore Mimmo Amerelli, Rovazzi prende spunto dal web e dai tormentoni social. Quando ho sentito ‘Andiamo A Comandare’ mi sono detto “oh, era ora!”.

Ti sei mai posto il problema di passare da Mimmo Amerelli ai pezzi trance di Fragma, Blank & Jones, alla techno di Picotto?
No, perché ti ripeto, mi piace vedere la gente che si diverte, e quindi andava bene tutto. Oggi questo mischione è legittimo, nessuno si pone il problema. Vale tutto ed è una figata, perché la musica è bella tutta, bisogna solo avere il buon gusto di non oltrepassare il limite della decenza.

E oggi cosa noti quando vai in giro per club e festival?
Il festival ormai è un’esperienza, all’estero funziona da tempo questo format, per un dj è più facile: arrivi, suoni il tuo set, la gente si aspetta esattamente quello, non devi pensare al prima e al dopo, una parte del pubblico è lì più per il fatto di esserci che per non per sentire un dj in particolare. Nei club le differenze si notano di più. Già dieci anni fa quando andavo in Austria o in Germania a metà serata spezzavano la dance con l’hip hop, l’r’n’b. Quando lo raccontavo tutti erano perplessi, oggi questo mix di cose è arrivato serenamente anche da noi. Eravamo più avanti ma ci siamo fregati con un certo integralismo: i dj house che ti dicono “io faccio house”, quelli techno idem. Ognuno guarda il suo orticello.

I dj oggi fanno tour nelle arene, tu sei stato in mezzo a situazioni del genere fin dall’inizio della tua carriera: eri il dj di Jovanotti a Radio Deejay, poi hai fatto i palazzetti con il Deejay Time negli anni ’90, le hit mondiali come Gala e The Soundlovers, i tuoi remix per Vasco. Come ti sentivi quando eri in mezzo a questi momenti storici?
Sei lì, succede, non te ne rendi conto… con Lorenzo erano i primi anni a Radio Deejay, Cecchetto ci mise insieme perché io ero quello che mixava, proponeva i dischi strani, e lui era un po’ ingestibile al microfono. Quindi funzionava. Poi non serve che ti dica io del suo talento, è sotto gli occhi di tutti ancora adesso. Con il Deejay Time eravamo un po’ perplessi quando ci proposero i palazzetti, pensavamo “siamo dei dj, chi verrà a sentirci?”. Poi le prevendite andavano bene e ci rassicuravamo, ma era davvero una scommessa incredibile. E lo stiamo rifacendo anche oggi, non ci avremmo mai pensato. Siamo in tour da due anni e stiamo preparando un documentario. Non lo avrei mai immaginato. Invece sui miei pezzi cosa devo dirti, ho azzeccato tanti successi, è vero. Quando sei in studio ti rendi conto che una canzone può essere forte ma non sai mai quanto effettivamente verrà amata dalla gente. Quindi vedere il successo di Gala ’Freed From Desire’, di ‘Confusion’, ‘Love Last Forever’ o dei Soundlovers mi ha sempre colto impreparato.

Com’è cambiato il sistema dei club, il tuo ambiente di lavoro, nel corso del tempo?
È cambiato parecchio. Un tempo era più ingenuo e da un lato meno professionale, intendo dire più umano. Oggi c’è grande cura per il booking, il rider tecnico, l’allestimento, fin troppo. Spesso è quasi maniacale. Certo è bello suonare con ledwall e con i visual e i laser, ma questo crea anche un gap tra un club da 5mila persone, che si può permettere il palco, e uno piccolo che non può competere. Forse era più bello prima, arrivavi, suonavi, la gente era lì solo per te, non per i ledwall. Però oggi i miglioramenti in tutto il sistema sono evidenti, e questo non è di sicuro un male.

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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