Lunedì 23 Settembre 2019
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Un vuoto grandissimo

A cinque giorni dalla scomparsa di Avicii, è tempo di fare le prime riflessioni

La musica ha una capacità immensa: nasce, ma non muore. Niente come una serie di accordi ben riusciti è capace di mantenere lucido e potente il legame con un istante, un luogo, una persona. È martedì 24 aprile, quattro giorni fa ci ha lasciati una leggenda della musica contemporanea, e la verità è che io non riesco ancora a capacitarmene. Forse perchè è successo così, dal nulla, come la vita ci ha spesso abituati, ma la mia mente rifiuta di assumere questa consapevolezza, gettandomi in una confusione di sensazioni.

Ci sono tanti aspetti emotivamente atroci intorno allo spegnersi di una stella della musica. Il più doloroso è quel legame indiretto che tu e l’artista avevate assunto, a sua ovvia insaputa. Un aspetto innocente, quasi infantile, che tutti noi amanti di quest’arte inevitabilmente sviluppiamo. I nostri artisti preferiti non sono solo esseri umani che ci regalano composizioni che conquistano i nostri gusti: sono amici, fratelli, compagni di vita. Per certe forme di magia non esistono legami personali, è qualcosa di metafisico, a spiritual thing, come avrebbe detto Eddie Amador. Non c’è nulla di male, anzi, è la sola peculiarità che basterebbe a sottolineare la potenza di quest’arte. Da delizia passa a croce, in quel tragico momento: il tuo legame diventa in qualche modo una piccola condanna. Ho guardato il telefono, era tardo pomeriggio, ho letto un messaggio che mi annunciava l’orrenda notizia. Ho fissato lo schermo per qualche minuto cercando di capire se fosse uno scherzo, se avessi letto male, se fosse riconducibile ad una bufala. Era tutto vero. Nel giro di un’ora era notizia mondiale e non si è parlato più d’altro.  Come un treno che non ferma alla stazione in cui sei seduto, mi sono sfrecciate davanti le note sparse di ‘Seek Bromance’, ‘My Feelings For You’, ‘Levels’, ‘Fade Into Darkness’, ‘Silhouettes’, ‘I Could Be The One‘ e tutte le altre. Mai così dolorose, prima mai ricondotte ad una qualsiasi forma di sofferenza. Solo a notti di gioia, viaggi, baci, luci da discoteca, estati, prime macchinate. Non la voglio quella consapevolezza, ascoltando il ritornello di ‘Ten More Days’ e non voglio sapere quello che so, quando sento quella strofa di ‘The Nights’. Ma in fondo ha ragione quella frase, non bisogna piangere perchè è finita, ma sorridere perchè è successo. 

Al rammarico segue la frustrazione, per quel terribile silenzio della vita che, fredda come il ghiaccio, prosegue inesorabile nella sua routine, quindi il morboso desiderio di sapere cosa sia successo, come sia potuto accadere, quali siano le cause. Quel che ad ora sappiamo, e difficilmente avremo altri dettagli, è che il decesso non è sospetto e che la salma è in rientro in Svezia (aggiornamento: si tratta probabilmente di suicidio). Avicii è la prima dance superstar di nuova generazione a lasciarci. E lo ha fatto da rockstar. Da quando l’EDM, nel senso più colloquiale del termine, ha raggiunto la sua massima popolarità – più o meno da quando il globo ha conosciuto Tim Bergling, per intenderci – non era mai accaduto qualcosa di così tragico. E il mondo adesso ci sta facendo i conti, in un commosso cordoglio che ha coinvolto davvero chiunque e che ci fa riflettere tanto. Tim aveva solo ventotto anni. Il suo documentario ‘Avicii: True Stories’, disponibile su Netflix, ha chiarito a tutti quali fossero stati i motivi per cui la giovane star aveva scelto di abbandonare i palchi internazionali, ovvero la mancanza della predisposizione fisica e psicologica a sostenere i ritmi incalzanti dei tour. Non è un segreto che soffrisse di pancreatite acuta, per la quale era stata necessaria l’asportazione della cistifellea, un male che lo ha tormentato fin dal raggiungimento dei vent’anni e, a quanto risulta da una serie di testimonianze e dalle stesse immagini del documentario, evidentemente non controllato a dovere dal punto di vista farmaceutico. Una degenerazione fisica causata dall’abuso dell’alcool fin da giovanissimo, a lui necessario per poter rendere sempre al massimo nelle varie occasioni di stress che una vita in giro per il mondo ti costringe a dover gestire senza sbavature. Aerei con manciate di ore di sonno, interviste, corse sul palco, performance musicali davanti a decine di migliaia di persone a settimana, fotografie, scadenze varie. E in tutto questo, produrre dischi su dischi che restino all’altezza del tuo curriculum, ovvero l’eccellenza mondiale e assoluta. Lontano da casa (non tornava da otto anni!), dagli amici, nel silenzio di una stanza d’albergo o in uno studio dall’altra parte del pianeta. Il ritiro dai live e il tempo trascorso lontano dalle telecamere avevano dato a tutti l’idea che Tim adesso stesse bene, che tutto filasse liscio e che finalmente si stesse godendo la tanto ambita pace mentale, ma la verità è che noi non ne sappiamo proprio nulla. 

Non conosciamo a fondo i danni fisici e psicologici che una vita del genere, se non gestita a dovere, possono lasciare marchiati sulla pelle di un essere umano. In un’intervista di pochissimi mesi fa, alla domanda se ogni tanto frequentasse concerti di altri musicisti adesso che aveva chiuso con i live, Tim rispondeva “no, sono traumatizzato. Spero di poter superare la cosa e tornare a farlo, ogni tanto”. Una risposta che sintetizza a pieno il concetto. Presto sarà il momento di interrogarsi sulla direzione in cui stia andando lo show business. Bisognerà conversare più approfonditamente dei rischi a cui giovanissimi talenti vengono esposti ogni giorno, in nome dell’ubiquità e della rendita massima. Ne abbiamo parlato, di quel turbine di mali subdoli che affliggono la vita dei grandi dj: ansia da prestazione, depressione, solitudine, stress. Non sono i soldi a rendere questi fattori tollerabili, ma spesso e volentieri l’abuso di sostanze che fanno da scudo alla stanchezza e al carico di responsabilità ma che allo stesso tempo portano ad una degenerazione biologica che non vale il peso della fama e del successo. In un’intervista datata 2017, proprio Avicii diceva “amo quel che faccio, produrre musica, ma non mi ha mai fatto impazzire essere riconosciuto per strada o stare sotto i riflettori” e aggiungeva: “ciò che non voglio è quel lato oscuro della musica, fatto di tutte quelle piccole cose di contorno che, per il tipo di persona che sono, non ho mai saputo gestire. Ma ci ho comunque provato, e il risultato è stato solo immagazzinare energie negative”. 

Quella del 20 aprile 2018 è una data che rimarrà nella storia della dance, quindi. La fine della vita di una superstar, ma anche l’inizio di una serie di importanti considerazioni. Oltre a quelle già citate, si vedrà quali saranno gli effetti di una tale assenza nell’offerta dance globale. Ma non è questo il momento. Tutto quel che possiamo fare adesso è andare avanti, grati e fieri dell’enorme eredità di capolavori che una stella immensa ci ha lasciato a far da tesoro. Grande musica che appartiene e apparterrà sempre ai cuori di tutti noi. 

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando le playlist di Spotify.

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