Sabato 19 Ottobre 2019
Interviste

Valentino Khan si racconta tra Diplo, Bob Rifo e i suoi mustache

Gli esordi insieme a The Bloody Beetroots, la collaborazione con Diplo, il radioshow su Sirius XM. Abbiamo incontrato il simpatico e versatile producer al Balaton Sound

Foto: BBC

Valentino Khan è sempre attuale. Salito alla ribalta del successo nel 2015 con ‘Deep Down Low’ – ancora largamente suonata in molti dj set – è riuscito a rimanere rilevante sulla scena musicale internazionale grazie a una costante presenza nei festival più blasonati del circuito, a release dalla forte impronta personale e a una buona dose di umorismo. Abbiamo incontrato il dj americano a Balaton Sound, in Ungheria, e abbiamo fatto il punto sulla sua carriera partendo dalla sua ultima traccia insieme a Diplo.


 

Hai recentemente pubblicato ‘Just Your Soul’ con Diplo. Deve essere stata un’impresa riuscire a chiudere una traccia con lui vista la sua iperattività su moltissimi fronti. 
Abbiamo iniziato a lavorare alla traccia nel più classico dei modi: rilassandoci e smanettando con la nostra DAW senza uno scopo preciso. Piano piano il progetto ha preso forma ed è diventato qualcosa di diverso dal suono elettronico tech house che va per la maggiore in questo periodo. È crossover, facile da ascoltare. Dalla macchina alla spiaggia, può essere fruita in contesti diversi e non apparire mai forzata.

Con ‘Pony’ hai fornito ai dj un’arma di ballo di massa. ‘Just Your Soul’ vuole essere complementare e punta quindi a un ascolto più da playlist Spotify? 
Non proprio. Quando l’abbiamo scritta non abbiamo pensato a questo genere di cose. Nella mia testa è una canzone da Ibiza.

In passato hai collaborato con Diplo alla scrittura di tracce per Major Lazer. Sei stato coinvolto anche per il loro prossimo album?
No, assolutamente.

L’anno scorso hai debuttato con il tuo programma Hot Sauce Radio sull’emittente americana Sirius XM. Nel contesto attuale, in cui la soglia di attenzione è sempre più bassa anche a causa dei social network, per un dj è un grande rischio mettersi in gioco in prima persona raccontandosi senza filtri. Quali sono gli elementi chiave per fidelizzare l’ascoltatore e mantenerne alta l’attenzione?
Episodio dopo episodio sto continuando a imparare cose nuove. La chiave è presentarsi – e trattare gli ospiti – come persone. Quindi mettersi a proprio agio, rilassarsi e divertirsi senza pensare troppo a quello che stai facendo. Così catturi l’ascoltatore. Per non farlo scappare è fondamentale trovare poi un equilibrio naturale tra parlato e musica. È tutta una questione di flusso. Più è naturale e più lo spettatore è risucchiato al suo interno. Il prossimo episodio sarà con Kayzo. Ci siamo accomodati e ci siamo lasciati andare sul viale dei ricordi – è stato parecchio divertente!

Sei un ricercato dj e uno stimato produttore; hai pubblicato su Spinnin’, Dim Mak, OWSLA, Mad Decent; hai creato un tuo live show e il tuo radio show. Non è arrivato il momento di aprire una tua etichetta? 
Se mai decidessi di farlo lo farei per la musica e gli artisti coinvolti. Creare e gestire un’etichetta è un lavoro che richiede molto tempo e parecchie energie e, adesso come adesso, sarei obbligato a delegare per mancanza di tempo. Non la vedo come un’evenienza del prossimo futuro ma come una cosa che, chissà, un giorno potrebbe accadere.

Si sta consolidando un trend che vede molti dj affermare di voler tornare a suonare nei club dove trovano una maggiore intimità e un rapporto più umano con il pubblico. Hai percepito anche tu questo “ritorno a casa”?
Personalmente non segue questo genere di mode. Io sono solito suonare dovunque ci sia un pubblico che abbia voglia di fare festa – che sia un festival con 15.000 persone o un sudatissimo afterparty con 150 persone. Sta tutto all’energia che il pubblico riesce a trasmetterti. Questo è ciò che conta, per me, alla fine di ogni giorno.

 

Un paio di anni fa hai remixato tracce di artisti italiani come The Bloody Beetroots, Pink Is Punk, Benny Benassi. Coltivi qualche amicizia particolare con i dj italiani?
Bob Rifo è stato il primo artista grosso che mi ha portato in giro per il mondo in tour. Era il periodo in cui girava con la sua band: vederlo calcare i palchi con una band metal che faceva EDM era piuttosto divertente. The Bloody Beetroots è stato il primo artista con cui sono entrato in contatto quando sono entrato nel mondo della musica elettronica. Al tempo era uno dei fari della scena.

Sul tuo canale YouTube hai caricato una serie di video chiamata ‘Mad Decent Intern’ in cui, scherzosamente, mostri tutto ciò che uno stagista fa all’interno dell’etichetta. Il concept è davvero spassoso. Chi ha avuto l’idea? Chi ha detto, “ok facciamolo”?
Io. Sono stato io. Il mio sense of humor ha un grande ruolo nella mia vita, nel mio essere artista, e amo metterlo in mostra quando posso. Non sono un attore ma mi diverto molto a fare questo tipo di cose.

A proposito di humor: hai postato una foto con Salvatore Ganacci, sarebbe sensata una collaborazione tra voi due. Tra ‘Horse’ e ‘Pony’ ci si intende!
Ci siamo incontrati per la prima volta a Stoccolma un paio di settimane fa dopo esserci cercati ed scritti su Instagram. Lui è simpaticissimo. Una collaborazione è certamente possibile. Vedremo…

L’ultima domanda è un classico e riguarda il tuo look. Un consiglio per chi, come te, è un amante dei mustache, i mitici “baffoni”?
Dovete curare attentamente il vostro livello di testosterone.

 

 

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Michele Anesi
Amo la musica elettronica, il music marketing e scoprire nuovi talenti. Preferisco la sostanza all'apparenza.

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