Giovedì 29 Ottobre 2020
Storie

Ma voi ve la ricordate l’EDM?

La rivoluzione dei grandi palchi, dei festival, degli effetti speciali e dei dj superstar. Ma cosa è rimasto, nel 2020, di un genere che ha dominato parte dell'ultimo decennio?

Foto: Rukes

Ottobre 2013: Hardwell viene incoronato al numero 1 della DJ Mag Top 100 Djs. Nella top 10 figurano Avicii, David Guetta, Dimitri Vegas & Like Mike, Nicky Romero, Steve Aoki, Afrojack. Allargando fino ai primi venti, troviamo anche Alesso, W&W, Calvin Harris, Nervo, Sebastian Ingrosso e Axwell. Al 40esimo posto, fa la sua comparsa come nuova entrata un teenager autore di una hit, ‘Animals’, che ha sconvolto il mondo e che sarà destinato a un successo senza precedenti. Il suo nome è Martin Garrix. Una fotografia incredibilmente significativa di un periodo storico unico e irripetibile per un certo tipo di dance: il 2013 è l’anno in cui l’EDM ha conquistato il mondo. Un dominio che era iniziato qualche anno prima, quando la frangia più muscolosa e vibrante dell’electro-house di moda a quei tempi aveva intuito il potenziale pop della propria evoluzione. E, a differenza di molti altri generi, non se n’era vergognata. Così, passando dalle strumentali killer come ‘Levels’ di Avicii e ‘One’ della Swedish House Mafia, alle canzoni da cantare in coro come ‘Titanium’ di Guetta, ‘Years’ di Alesso o le tantissime hit di Calvin Harris, fino alla deriva più estrema dei suoni di Skrillex o Krewella, tutto il macro-mondo sonoro che viene etichettato come EDM diventa un importante e ingombrante parametro con cui la dance affronta gli anni ’10. Un’idea così vincente e dalla forza d’urto così potente che il mainstream se ne accorge e ci salta su con gioia e scaltrezza: Madonna si fa vedere sul mainstage di Ultra a Miami con Avicii (presentandolo), si fa produrre i pezzi da Benny Benassi e Diplo; i Coldplay lavorano con Avicii e pure Robbie Williams; Rihanna e Calvin Harris flirtano in studio in più di un’occasione con risultati stellari.

L’EDM ha portato con sé un inevitabile cambio di marcia, un approccio ricco, opulento, spettacolare che mette al centro dello show gli elementi visivi: visual, effetti speciali, scenografie. Tutti fattori che erano rimasti ai margini dell’equazione fino a quel momento, e che invece trasformano il dj in un performer che deve badare al look come alle mosse da fare in consolle e a cosa dire al microfono. Di pari passo con l’evoluzione dei mezzi di comunicazione: Facebook, Instagram, le stories, gli aftermovie che raccontano le meraviglie di esperienze imperdibili. Una rivoluzione che fa scintille: c’è chi non accetta che il dj non sia più quel personaggio schivo e di basso profilo che fa ballare tutti standosene per i fatti suoi e chi sposa questa nuova versione del disc jockey con entusiasmo. Sono anni di polemiche molto accese e di filosofie diversissime di pensare alla musica.

 

E poi? Dopo il 2015, lo tsunami EDM frange il fronte della propria onda. Un po’ perché la formula è diventata quasi scientifica: build up-break-ritornello da cantare in coro-drop violento, roba ormai sdognata in radio e fatta cliché; un po’ perché è fisiologico che le cose cambino: i più forti hanno capito di poter puntare al pop vero e proprio e tentano il salto, gli altri provano a tornare sui propri passi virando verso produzioni che riprendono prepotentemente in mano il dancefloor a discapito della melodia; molte voci lanciate dai producer EDM trovano la strada del successo personale e spiccano il volo. E poi, c’è una certa saturazione nell’aria. Il giocattolo inizia a stufare anche il pubblico. Le spallate le danno pezzi come ‘Lean On’ di Major Lazer o le hit downtempo di Calvin Harris, che per primi si buttano verso territori nuovi. Nel giro di due stagioni, quello che era il suono imperante, che tutti cercavano di cavalcare (qualcuno ha detto Tiësto?), è diventato maledettamente fuori moda. Tra chi si è buttato su house e tech house (Harris, Guetta con Jack Back, Diplo in una certa misura), chi ha tentato la via del pop, chi ha virato verso un suono più electro/techno, la bolla EDM si è dissolta.

 

Vi immaginate come poteva essere suonare le hit di metà anni ’90, quelle commerciali del ’93/’94, nel 1998? Un disastro. Perché erano cambiati repentinamente i suoni e le dinamiche della musica, e quel filone era stato spremuto oltre il limite consentito. Idem per l’EDM. Certo, i grandi successi storici rimangono meravigliosi, ma tutto il resto viene sgrassato dal tempo e rivela la sua durata sulla lunga distanza. Così come tanti protagonisti di un’epoca che sembrava destinata a durare per sempre, una vena aurifera inesauribile, e che invece si è spenta. Chi se li ricorda Dyro, Dannic, Blasterjaxx, Bobina, Mat Zo, Ummet Ozcan, Mosimann, e anche più in su, Nicky Romero o addirittura Hardwell? Indiscussa star a metà degli anni ’10, ha annunciato il ritiro dalle scene solo pochissimi anni dopo. L’EDM ha ceduto il passo alla nuova wave techno, più credibile per la scena e abbastanza furba da saper cogliere il modello di business EDM in quanto a marketing e comunicazione. Non a caso i mainstage dei festival sono tutti diventati techno-oriented nel giro di due anni. 

A ripensare a quei giorni, con le polemiche social (anche qui: quanto è cambiato il mondo?) feroci tra fans, artisti e addetti ai lavori che dividevano nettamente chi odiava il mondo EDM e ciò che portava con sé, e chi lo amava senza riserve, fa sorridere. La verità è che, come tutti i grandi fenomeni popolari, l’EDM ha portato una rivoluzione destinata a durare più di quanto non sia durata essa stessa. Ha cambiato inequivocabilmente l’universo della club culture. Eppure, come tutti i fenomeni popolari divampati in tempi brevi, la sua fiamma è bruciata facendo degli spettacolari fuochi d’artificio, ma è bruciata abbastanza in fretta. A ripensarci oggi, che i club sono chiusi, i festival cancellati, e le serate non hanno più l’energia della musica, ci viene una certa nostalgia.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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