Lunedì 01 Giugno 2020
Interviste

La nuova canzone di Venerus, una riflessione sul presente e uno sguardo al futuro

Il nuovo brano del cantante milanese è un'ottima ragione per scambiare quattro chiacchiere sul presente, sul futuro, sulla musica e sulle sue ispirazioni

Il momento particolarissimo che stiamo vivendo ha effetti imprevisti e imprevedibili anche sulla creatività degli artisti. Tra dischi rimandati, incompleti, e la difficile gestione delle tempistiche di uscita e promozione, la discografia naviga a vista in questi ultimi mesi. Poi, c’è chi invece affronta tutto questo con coraggio. È il caso di Venerus, uno dei talenti più interessanti sullo scenario italiano negli ultimi anni, cantante di ultima generazione in cui una vena compositiva ricca di sfumature r’n’b e jazz trova la via della canzone pop evoluta e, spesso, forti tinte elettroniche.

In modo del tutto estemporaneo, dopo la release di ‘Love Anthem’ l’anno scorso e i remix di pochi mesi fa, Venerus tira fuori dal cilindro ‘Canzone Per Un Amico’, brano nato da un ipotetico dialogo con un amico (per l’appunto) e che sembra riflettere perfettamente le preoccupazioni di questo momento. Ottima occasione per scambiare qualche battuta con il cantante milanese.

 

Il titolo e la situazione in cui nascono ‘Canzone Per Un Amico’ possono sembrare estremamente situazionisti, ma ascoltando il pezzo ci ho trovato una sincerità spiazzante che quasi commuove, proprio perché la storia che c’è dietro è molto lontana da un furba instant song, anzi è quasi un dialogo immaginario in zona ‘L’Anno Che Verrà’ di Dalla. Da dove nasce la tua ‘Canzone Per Un Amico’?
Nasce un bel po’ di tempo fa, da una mia personale riflessione, per cui stavo proprio pensando a un amico quando l’ho scritta, e non avevo in mente come e quando finirla e pubblicarla. Quindi il dialogo interiore è di tutt’altro tipo rispetto a quello “consolatorio” che può ispirare il contesto attuale, ma è anche curioso interpretarla immersi nel mondo che stiamo vivendo oggi, diversissimo da quello di pochi mesi fa. L’idea che la canzone diventi anche una sorta di conforto per qualcuno in un momento come questo è un fattore assolutamente imprevisto ma mi dà ancora più forza e voglia di farla sentire al mondo.

Durante i primi giorni di questa vita forzata in casa, si diceva che i musicisti e gli artisti avrebbero avuto molto tempo a disposizione e nulla a cui pensare, qiundi saremmo stati inondati di nuova musica, di nuova arte, di molta creatività. Mi sembra che invece ci sia una specie di freno psicologico a tutto questo. Come stanno le cose, perlomeno per te?
Sai, è vero che abbiamo meno distrazioni perché siamo costretti nelle nostre case, ma è altrettanto vero ciò che dici, almeno parlando per me vengono meno tutte quelle fonti di possibile ispirazioni che sono, banalmente, le cose che accadono nelle nostre vite quotidiane, i momenti e le istantanee che un artista coglie per elborare l’esperienza e farne musica. Forse se fossi un autore di musica prettamente strumentale subirei meno questo blocco, ma visto che scrivo canzoni con delle parole, dei testi, è inevitabile che il confronto con quello che mi accade ispiri o comunque sia lo stimolo per mettere in musica la vita. E in questo momento la vita è poca, è quella che viviamo in un limbo stretto e angusto, in casa.

Il tuo sodalizio artistico con Mace è ormai consolidato, e anzi ho letto da qualche parte che dicevi una cosa molto interessante, che siete come la versione conemporanea di una band. Che significa?
Significa che siamo un team che lavora sempre insieme: sui miei pezzi, sui suoi, su quelli che ci affidano altri artisti. Ed è una situazione che amo molto, primo perché mi trovo benissimo con lui, e poi perché c’è una grandissima sintonia, ci capiamo al volo, e non è scontato che sia così. Da un lato poi ci compensiamo anche, tra chi scrive, chi suona, chu produce, chi mixa, chi arrangia… si è creato un equilibrio fatto di fiducia e feeling ed è per questo che ci paragono a una band, perché si tratta di provare, di fare tentativi, finché non si arriva da qualche parte.

La tua definizione mette il concetto di “band” in un luogo astratto: la band è prima di tutto un laboratorio, per come l’ho sempre vista io, in sala prove come su due computer e sui file mandati via WeTransfer…
Esatto, è proprio così. Nell’immaginario collettivo la band è un gruppo che si trova insieme in saletta, ma oggi la band sono anche due musicisti che si scambiano dei file e lavorano a distanza a un progetto, a un brano. A distanza o meglio ancora, insieme in studio, chiaramente. Ma visto il periodo, l’esempio del lavoro a distanza è più calzante.

La tua musica ha anche una componente elettronica, e spesso flirti con quel mondo. Parlando a livello personale, ci siamo incrociati molto spesso nei club. Come vivi questa scena?
La vivo con passione, mi ci ritrovo. A dirla tutta, e anzi l’hai anticipato, sono uno che ama vivere i club e le serate. Posso dire che frequento più serate che concerti, perché mi piace la situazione, l’ambiente, l’elettricità che c’è spesso nei club. E la curiosità verso la musica, che con un dj in consolle è molto meno prevedible di quando invece vado a sentire un concerto, perché di un cantante o di una band conosco già i brani che eseguiranno. Tutto questo si riflette nella mia musica, c’è l’elettronica perché mi appartiene tanto quanto altre strade e altre forme che sono nei miei pezzi. 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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