Domenica 28 Novembre 2021
Costume e Società

I video che fai ai concerti non li riguarderai mai

Il problema è capire perchè

Ieri pomeriggio, ero sul divano a scorrere il mio rullino foto dello smartphone, passeggiando tra le testimonianze foto e video dei miei ultimi mesi. Scorrendo nella linea temporale del 2017, mi sono reso conto che i video che continuavo a saltare e a non vedere erano quelli dei live. Manciate di minuti di canzoni giuste al momento giusto messe dal dj che non ti aspetti, il tuo idolo musicale che canta quella canzone e tu che in preda all’emozione hai pensato anche di rendere immortale quell’attimo, e così via. In realtà di immortale non ha nulla.

Aprendo uno qualsiasi di quei video, i performer sembrano sagome prive di vita, mentre l’audio è un misto di suoni gracchianti, fischi e voci, con il brano centrale che effettivamente fa da struttura sonora ma lontana anni luce dal senso di potenza del live. Per carità, l’alta definizione c’è, ma il sapore di quell’emozione, attraverso quei fotogrammi, ha un sapore di muffa. Sembra un’esperienza vissuta da qualcun altro, riproposta in plastica. A volte credo di non rivederli per l’ondata di nostalgia che mi assale. Quindi perchè facciamo i video agli artisti sul palco? Ci ho voluto pensare un attimo. In generale, ci teniamo così tanto a fare quei due o tre filmati per salvare i nostri momenti di magia notturna, eppure li riviviamo – quelle rare volte in cui andiamo a rivederli – in formato made in China.
Una percentuale del moto che spinge a filmare è dovuto alla voglia di avere un ricordo: facciamo un 50%. La seconda metà è probabilmente riconducibile alla voglia di condividere emozioni forti con i nostri amici nei social; d’altronde ciò che quel gran film di ‘Into The Wild’ ci ha insegnato è che “la felicità è reale solo se condivisa”. Eppure il concetto applicato alla condivisione video sui social mi sembra così grottesco, a tratti orwelliano. Ci interessa davvero che i nostri migliaia di seguaci vedano ciò che stiamo vedendo noi? Stiamo davvero pensando al loro bene e alla loro cultura musicale? O la verità è semplicemente che sia il “modo più figo per farsi il figo”? Quello dei telefoni ai live è sempre più un problema. Molti artisti ne parlano spesso con tono di critica ma anche rassegnazione, altri addirittura li bandiscono dai propri live.

Questo articolo non vuole essere un approfondimento riguardo se sia giusto o meno fare i video in determinate situazioni. Quello è un discorso a parte, trito e ritrito. Per carità, ci sono i nazisti del live the moment. Una filosofia assolutamente giusta e inattaccabile, ma che spesso sfocia in estremismi, anche se personalmente posso dire di condividerla. Però, se qualcuno vuole fare il video alla sua canzone preferita e “rovinarsi” il momento, beh lasciaglielo fare. L’importante è che non rovini il tuo, di momento, o quello dell’artista, magari con un patetico flash. O forse hanno ragione Kendrick e Björk: niente foto, rovinate lo spettacolo. La vista effettivamente non è un granchè, quando stai indietro nella folla e non riesci a vedere il performer perchè hai una foresta di schermetti digitali e braccia in cancrena che ti ostacola la visuale. Ecco, una cosa che proprio detesto sono i “pali della luce” in mezzo alla pista. Quelli che non solo fanno il video col flash, ma hanno anche la brillante idea di tenere il faro alzato per due o tre minuti, solitamente fino a quando il buttafuori di turno gli fa un chiaro cenno che sia il caso di abbassare quel riflettore. Gente così mi fa venire in mente i sette peccati capitali del clubber. È pur vero che esistono emozioni talmente intense da sopravvivere anche in formato digitale. Ricordo un paio di anni fa gli ultimi dischi di Carl Cox allo Space di Ibiza, alle luci dell’alba. Attimi rivissuti in lo-fi ma con una componente emotiva in 4K, ben distinta, palpabile tra quelle luci disordinate.

Torniamo all’assunto principale: i video dei concerti non li riguardiamo mai. Quei pochissimi, speciali, che faccio, restano lì senza profondità alcuna. Tanto che ormai li faccio molto raramente, avendo preso consapevolezza di ciò. Ma non so dirmi il perchè, questo mi disorienta. Immortalare è viscerale, un istinto alla salvaguardia degli attimi e della loro magia al costo di un sacrificio, un po’ come i collezionisti di farfalle. Tuttavia questa salvaguardia non viene poi così sfruttata, anzi finisce “parcheggiata” in qualche album sul computer, con il resto che lo fa la memoria fotografica e quella emotiva. Forse le uniche che contano davvero. 

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Penna di DJ Mag dal 2013, redattore e social media strategist di m2o dal 2019.

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