Sabato 04 Dicembre 2021
Interviste

Vintage Culture, il suono di una volta portato nel domani

Follemente innamorato della nostra Italo disco e di tutto il sound anni Ottanta, il brasiliano Lukas Ruiz dà dritte ai giovani produttori e immagina un futuro fatto di musica sempre più attenta al dettaglio

Il 2021 è stato un anno in sordina per Vintage Culture. Ma quello precedente è stato davvero speciale, unico e indimenticabile. Il blocco dei live non ha spezzato l’incantesimo che ha reso magico il lungo e prolifico periodo del produttore brasiliano. I brani con giganti come Tiësto (‘Coffee, Give Me Something)’ e col connazionale Alok (‘Party On My Own’) lo hanno fatto diventare uno degli artisti sudamericani più influenti del settore. Lukas Ruiz, questo il suo vero nome, ha totalizzato ben 1,2 miliardi di stream tra Spotify e YouTube.

Il remix con Slow Motion per ‘Slow Down’ di Maverick Saber e Jorja Smith, multi-platino in Brasile, ha fatto il resto e spazzato via ogni dubbio a riguardo della sua bravura. Con questa rielaborazione, Vintage Culture ha voluto semplicemente imbrigliare la bellezza della voce e la forza degli arrangiamenti dell’originale. E ci è riuscito. “L’intenzione era quella di far emozionare il pubblico senza perdere l’anima e la passione della canzone”, dice l’artista di Mundo Novo, comune nello Stato del Mato Grosso do Sul. Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con lui.

 

Sei fermamente innamorato della italo disco e del sound anni Ottanta. Perché?
È uno dei motivi per cui ho chiamato Vintage Culture il mio progetto, è esattamente quanto amo e quanto mi ispira quel suono da tempo. Ci sono artisti che hanno iniziato negli anni Ottanta e Novanta che considero dei miei fari, le mie più grandi influenze. ‘Blue Monday’ dei New Order e ‘Another Brick In The Wall’ dei Pink Floyd hanno sonorità che mi hanno fatto innamorare del mio lavoro. Anche i Depeche Mode hanno avuto un ruolo chiave in fatto di contaminazioni.

La tua fan base, attraverso i tuoi set, sta quindi scoprendo quelle che sono un po’ le origini della dance. È così?
I miei fan amano quello che faccio e le loro reazioni sono pazzesche. Non sono sicuro che comprendano la provenienza delle mie influenze, si divertono semplicemente ad ascoltare innumerevoli e bellissime melodie, scoprendo nuovi cantanti e ritmiche infinite.

Anche il clubbing brasiliano potrebbe imparare qualcosa dal passato?
Ho visto la scena del club del mio infinito Paese crescere e passare da 100 persone a spettacolo a stadi da 50mila partecipanti. I produttori brasiliani hanno spesso seguito quelli europei e quelli americani. Poi però hanno cambiato strada e trovato un’identità, sono cresciuti e hanno creato un proprio stile, tra l’altro anche molto originale. Il futuro della nostra scena dipende dalla capacità degli artisti di mantenere viva la musica stessa portandola a un livello qualitativo molto alto.

 

Gli artisti hanno bisogno di mettersi continuamente alla prova?
Il trucco è essere unici. È impegnativa, questa competizione, però ci porta a spingerci verso nuovi orizzonti. Dobbiamo esplorare ogni possibilità offerta dal mondo dell’intrattenimento. Quando ad esempio ho lavorato con un cantante dello Zimbabwe, Msiz’Kay, ho imparato fraseggi, melodie e percussioni che proprio non conoscevo.

Cosa ne pensi del trend del genere Brazilian bass?
Certamente non descriverei e catalogherei quello che faccio come Brazilian bass, il mio suono si è evoluto in un qualcosa di più internazionale e classico. Ho sempre avuto un solo obiettivo, fare delle belle canzoni. Spesso la melodia e le parti vocali dettano una direzione nella scrittura e nella ricerca degli arrangiamenti strumentali. Sono elementi che creano atmosfera e rendono un brano qualcosa di veramente speciale. Io voglio solo creare musica per gente che magari la ascolterà anche tra vent’anni, quindi non musica di moda.

Vuoi davvero sempre sorprendere i tuoi fan?
Voglio farli crescere con me, con la mia musica. Ci sono tracce su cui lavoro per settimane, altre le ho finite in poche ore e tutte sono accomunate dalla passione che ho per la produzione musicale. Mi faccio spesso mille domande. Questo pezzo farà commuovere i miei fan? Mi fa muovere il piede? Piacerà? Quando capisco di essere sulla strada giusta, allora lavoro di layering, aggiungo elementi, strumenti e, magari, anche quella che è considerata una ciliegina sulla torta, quella cosa che nessuno si aspetta. Ma al centro di tutto ci deve essere un groove capace di far muovere.

 

Gli artisti tendono a perdersi nelle mode, nello stile di vita. Come salvarsi da certi trabocchetti, da certi trend, da certe manie?
È facile essere tentati nel percorrere delle scorciatoie. Quello che in questo settore sembra facile e veloce può compromettere l’integrità artistica e il successo personale. Il mio consiglio? Se non ti senti di fare una cosa, non farla. Se ami quello che stai facendo, probabilmente sei sulla strada giusta. Ho la fortuna di avere amici intimi nella musica, che rispetto come produttori. Posso parlare e confidarmi con loro, ascoltare il loro feedback.

Da fuori può sembrare una strana mansione, quella del dj produttore. Oggi serve essere multi-tasking. Tu ci riesci?
È un lavoro costellato di situazioni spesso stravaganti e al limite. È fondamentale pensare ai fatti e circondarci di persone di cui ci possiamo fidare. Io ho la stessa squadra ormai da anni. Siamo cresciuti insieme, in questo business. So che mi starebbero accanto nel bene e nel male e farei lo stesso per loro. Il resto è tutto un contorno, la cornice di un settore molto esteso, interessante e sempre in evoluzione.

Per un artista sviluppare il proprio suono è un segnale forte di crescita?
Di solito molti non sono coscienti di quello che fanno, nel bene e nel male. Attraverso anni di lavoro gli artisti iniziano a gravitare verso suoni spesso funzionali e raramente personali. Lo sviluppo del suono di un artista dovrebbe essere figlio di un processo organico. È importante sfidare musicalmente se stessi e uscire dalla propria comfort zone. Magari viaggiando. Le influenze musicali, culturali, artistiche sono tutte stimolanti, e quando un produttore è innamorato di quello che fa, poi conoscere la storia del suo settore diventa d’obbligo.

 

Ogni canzone è una storia?
Sì, un racconto di qualche minuto. Con un brano accompagni i tuoi fan in un viaggio. Man mano che la storia cresce, i dettagli aumentano, si intrecciano, si sviluppano. L’atmosfera di una strofa è diversa da una del breakdown o del drop, e questo viene comunicato attraverso i dettagli. Tutte le trame musicali forniscono un preciso colore e della atmosfera intorno alla storia di un brano.

Le nuove tecnologie beneficeranno e ottimizzeranno il lavoro degli artisti del domani?
Magari di quelli che non hanno abbastanza soldi per la promozione o la pubblicità. Però ho trovato ottima musica proprio grazie agli algoritmi e non dimentichiamoci poi che il pubblico è fatto di esseri umani. Ci sono tecnologie che offrono ai fan un’esperienza audio a 360 gradi e consentono di regolare in modo automatico livelli, compressione ed equalizzazione delle tracce stesse intervenendo direttamente sul master. I gusti nel mondo stanno diventando sempre più globalizzati e una fusione organica di tutte le culture è dietro l’angolo.

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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