Lunedì 17 Giugno 2019
Interviste

Vladimir Ivkovic, il dj che fa quello che vuole. E vi fa divertire

Da molti anni al fianco di Loco Dice per Desolat, protagonista di una tortuosa storia personale tra Belgrado, la guerra nella ex-Jugoslavia, e la sua vita in Germania, negli ultimi anni Ivkovic sta diventando un cult mondiale

Strana storia quella di Vladimir Ivkovic. Sulla scena da anni, il suo nome è sempre rimasto perlopiù dietro le quinte, tanto che pochi sanno del suo ruolo – decisivo – in una realtà importante come Desolat, al fianco di Loco Dice, e in molte altre avventure significative della musica da club di questi anni (ce ne parlava Marco Passarani, per citare un nome, qualche tempo fa). Strana storia anche quella personale di Vladimir Ivkovic, nato in una terra che si chiamava Jugoslavia e poi emigrato in Germania per studiare, per evitare di andare a fare la guerra, per realizzare i suoi sogni, per vivere. La sua parabola artistica lo sta vedendo però, finalmente, sbocciare anche nel cuore del grande pubblico, e sempre più spesso lo vediamo nelle line up importanti di club e festival. Proprio in occasione di una sua serata milanese, al Buka, peraltro molto divertente e assolutamente interessante per location, orario (18-mezanotte), tipo di pubblico e feeling generale, abbiamo incontrato Vladimir, che ci ha raccontato moltissime cose di lui, della sua musica, della sua concezione di djing, e ci ha dato una lezione di vita e di passione.


Gli ultimi due anni sono stati davvero incredibili per te, il tuo nome sembra essere sbocciato dopo molto tempo tra le pieghe dell’underground più carbonara. Eri una sorta di best kept secret e all’improvviso ti troviamo in circuiti diversi. Come te lo spieghi?

Non ho spiegazioni o risposte per questo. Suono da molto tempo, addirittura la mia prima volta in Italia è stata nel 2001, al Link di Bologna. Ero con Marco Passarani, lo dico perché è una specie di eroe per me, con quei dischi folli che solo lui riesce a far suonare così. Adesso sembra invece che il mio nome sia sulla bocca di tutti. Non so perché. Suono da molto tempo e ho avuto anche dei momenti di grande dubbio rispetto al mio lavoro, forse per questo sono sempre rimasto “nascosto” tra le pieghe del circuito più underground.

Cioè?
Ho un ricordo molto vivo di un momento preciso: 2004, ero in aeroporto a Barcellona dopo una serata, e ho pensato “ma che ci faccio qui? Giro il mondo suonando questi dischi di cui non frega a nessuno, forse annoio il pubblico, non sento il feeling giusto”. Quasi contemporaneamente però avevo iniziato a suonare in un club di Düsseldorf, la mia città. Il Salon des Amateurs. E lì mi sono subito sentito a casa, a mio agio, c’era una libertà espressiva unica, e ogni settimana invitavamo amici a suonare: ho pensato di non aver bisogno di spostarmi per suonare ogni settimana in posti differenti dove non avrei avuto grandi stimoli. Al contrario, tutti i dj che venivano al Salon portavano una sorta di scambio emotivo, spirituale, con noi e con il pubblico, ed era questa magia a rendere speciale il club e le serate, senza bisogno di grandi guest o nomi altisonanti.

E oggi il Salon è un club noto agli appassionati di tutto il mondo, dj come te e Lena Willikens sono esplosi a livello internazionale e questa è una sorta di rivincita. Hai fugato i dubbi di quel giorno in aeroporto a Barcellona?
Non la vivo come una rivincita, la vivo come una serena soddisfazione personale, proprio con serenità. Con amore e con la consapevolezza di essere fortunato a fare della mia passione il mio lavoro, nel modo che prediligo, senza pressioni esagerate o senza scendere a compromessi che non mi farebbero felice. È un percorso durato anni. Oggi vengo chiamato anche in un circuito più ampio e sono contento che sia un circuito dove comunque sento grande sintonia con i miei valori e il mio modo di intendere la musia e il clubbing. Se pensi alle mie date italiane, per esempio, come Buka o Terraforma, è molto chiaro.



Parli di un percorso iniziato in un’epoca in cui addirittura non si usava così tanto internet per lanciare una carriera. Questo mi fa riflettere su una considerazione a cui penso spesso, e cioè che anche oggi, per fare bene qualcosa, serve spesso molto tempo, mentre il web tende a bruciare tutto molto in fretta. Sei d’accordo?

Certo. Io credo che ci voglia molto tempo per costruirsi un percorso personale. Ma questo vale per un dj come per il pubblico. Se pensi a quando non esisteva internet, chiaramente tutto era molto più lento, si procedeva passo dopo passo, imparavi a capire cosa ti piaceva suonare, come e dove scegliere i dischi, si creava una comunità perché anche chi veniva a sentire la musica che suonavi in un club poteva sentire quei dischi soltanto lì. Ma oggi come ieri la cosa più importante è il focus che hai su te stesso. Chi sei? Chi vuoi essere? Che tu voglia essere un dj o un investitore per una banca d’affari, vale lo stesso principio. Quello di essere focalizzato sull’obiettivo ed essere sereno e contento con il percorso scelto. Per me suonare musica è la cosa più appagante e naturale del mondo, è come respirare.

Però immagino che senza un humus adeguato, un terreno fertile, sia difficile far attecchire le proprire radici e farle fiorire.
Sì, certo, infatti sono appagato dal fatto che nei club in cui ho potuto propormi nel modo per me più adatto ci sia stata una risposta positiva nel tempo, e che ci siano persone che apprezzano ciò che faccio. Non solo: dj come Lena Willikens o Jan Schulte sono un piacere da ascoltare perché con dj come loro c’è sempre uno scambio, c’è da imparare. E poi c’è la storia, tutta la musica che un dj può suonare dev’essere prima conosciuta e assimilata. Dai maestri come Beppe Loda, di cui ascoltavo le cassette già moltissimi anni fa, a tutto ciò che ho iniziato a considerare, che so, dagli Smiths ai Clash ai Bauhaus, Adonis, i Phuture. Quando ero un ragazzino ero onnivoro, e sono convinto che il vero patrimonio sia condividere tutta la musica che amo con chi viene ad ascoltare.

Ed è anche ciò che stai cercando di fare attraverso Offen Music?
Offen Music è la mia label, quindi posso fare ciò che mi pare. E voglio dare valore a un’idea, quella di preservare una concezione di musica che sia in linea con tutto quello che rapparesenta per me la musica, il mio mondo, il mio modo di vederla, ed è quello che ti ho raccontato finora.


Senti, la tua storia personale è qualcosa che vale la pena di essere raccontato. Ti va di farlo? Da dove vuoi iniziare?

Uh… è difficile anche solo iniziare, devo andare indietro di molti anni… la prima volta che ho suonato un disco in una discoteca dev’essere stato il 1984, ’85. Ero un ragazzino ed ero affascinato da come funzionavano i giradischi, le casse, i monitor, il mixer. Era abbastanza facile da capire. A quel punto c’era da farsi una cultura. Non ero cresciuto con quel tipo di musica che era il background tipico dei dj, Stevie Wonder, James Brown, De La Soul… a dirla tutta, ho provato ad essere un b-boy ma la cosa è durata una settimana. Non era la mia storia. Ho realizzato presto che l’unica cosa sensata che potessi fare era suonare la musica che amavo, che mi dava emozioni.

Che di solito è il momento in cui si comincia ad avere una propria personalità artistica.
Certamente. Vale per tutti, è così anche per me: ho scoperto nella musica tutto quello che mi appassionava e fortunatamente è ancora così molti anni dopo.

Quani anni hai oggi?
45. Pensa che i primi dischi che ascoltavo da bambino erano quelli dei Pink Floyd, dei Gentle Giant, quelle cose psichedeliche di moda all’epoca… i miei genitori erano molto giovani quando mi hanno concepito, perciò ero bambino quando loro erano ancora abbondantemente “under 30”. E poi mio padre ha iniziato a portare a casa gli album di gruppi come Throbbing Gristle e New Order, e crescere con quel sound per me era assolutamente normale. A metà anni ’80 ho cominciato a prendere il bus per cercare i negozi di dischi e comprare ciò che mi piaceva.

Dove vivevi in quegli anni?
A Belgrado. Sono nato e cresciuto lì, in quella che ai tempi si chiamava Jugoslavia.

E poi ti sei spostato in Germania, come e quando?
Nel 1992. Alla fine del ’91 ero a Londra, ero lì da circa un anno. Avevo fatto una domanda di ammissione per l’università a Belgrado ma poi scoppiò la guerra civile e così mi imbarcai per Londra, perché era l’unico biglietto aereo che mi veniva concesso. Avrei potuto studiare lì ma conoscevo il tedesco meglio dell’inglese, perché molti libri venivano stampati in tedesco a Belgrado. Così arrivai a Bochum, in Germania, e c’era un ottimo clima universitario, molti ragazzi, docenti giovani e dinamici. Stavo bene.

E in Germania sei rimasto.
Sì, mi sono trovato senza patria perché nel frattempo la Jugoslavia non esisteva più, dal 1995 non avevo una cittadinanza né un’ambasciata. Ero serbo? Bosniaco? Croato? Non mi interessava nemmeno, non mi riconoscevo in questa divisione. Alla mia generazione era stata data la possibilità di scegliere , sui documenti, se essere registrati come jugoslavi o come serbi, croati, sloveni, etc… io avevo scelto di essere jugoslavo. Pensa come ho vissuto quella guerra. Un anno prima prendevo il treno da Belgrado per andare, che so, a Zagabria, a Lubiana, a vedere un concerto, incontravo ragazzi di lì, stringevo amicizia, e poi mi sarei trovato a combatterli come stranieri dodici mesi dopo. Che assurdità! Così me ne andai, non volevo combattere. Dopo l’università mi sono spostato a Düsseldorf, poi sai come va la vita. Ho avuto figli, mi sono fatto una famiglia, ho una professione grazie alla musica. E sono un dj.



Hai dovuto abbandonare una casa che probabilmente non hai più rivisto, perlomeno non con quel nome…

È il prezzo da pagare. Ed è alto. Ma la tragedia del mio Paese è la stessa che vediamo ogni giorno in TV, dal Venezuela alla Libia, le dinamiche sono diverse ma il disastro è lo stesso. Negli anni ’90 in Europa accadevano fatti drammatici e anche oggi è così in molte parti del mondo. Quello che più mi disturba è pensare che ci abbiamo fatto il callo, consideriamo normale che avvengano queste cose. È la stessa sensazione che provo quando vedo tutto un casino come quello del Fyre Festival, l’altro lato della medaglia di questa mentalità, se vuoi, anche se sembra un frase fuori luogo e magari eccessiva.

Lo hai visto?
Sì, cazzo. Sì. O meglio, ci ho provato. Pensavo fosse finto. Mi sono fatto molte domande. È ridicolo pensare che si sia data tanta importanza a un “disastro” del genere quando in Yemen, per dire, ci sono bambini che muoiono di fame ogni giorno. Scusa la retorica. E poi mi disgusta questa cultura dell’influencer, è qualcosa di strano, davvero, di inquietante.

È anche un po’ triste pensare a come ci sia un sistema che porta moltissime persone a farsi “influenzare” in modo così invasivo. Una fiducia spropositata verso qualcuno o qualcosa che è semplicemente pagato per fare pubblicità. Ma qui entriamo in un discorso enorme.
È triste vedere che esiste questa parte di club culture, fatta di tette, ville di lusso, champagne… ma semplicemente, non è il mio sport. Non è il mio concetto di clubbing. Se mi consenti, sottolineo solo come questi valori siano perlomeno noiosi. Non mi permetto di giudicarli ma di dire che mi annoiano, sì. Penso ai miei figli e a come mi sforzo di educarli a rispettare i costumi e le abitudini di chiunque, anche quando rappresentano un’estetica lontanissima dai miei valori, appunto. E in questo caso non riesco davvero a capire come si possa sprecare il tempo limitato che abbiamo su questa terra in attività così fini a se stesse. Ma evidentemente se a queste persone sta bene, se sono felici, ok.



Torniamo a noi, allora. Come trovi i dischi che ti interessano?

Guarda, sono appena tornato a casa da uno dei miei negozi di dischi di fiducia. In questi anni i modi in cui un dj o anche un semplice appassionato si procura i dischi sono diventati inumerevoli. Ho cominciato a collezionare dischi quando si ordinavano per posta, dai cataloghi, senza possibilità di ascoltarli se vivevi lontano da un negozio di dischi. Ora arrivo da questo negozio che è a 60 km da Düsseldorf, dove vivo, e dove vado due o tre volte l’anno. Il proprietario è un mio amico e il negozio non è il suo primo lavoro, quindi apre per poche ore al giorno e ci si deve mettere d’accordo prima. Non è semplicissimo. Ma ha dischi pazzeschi, sono qui con quasi trenta vinili appena comprati che vanno dal krautrock all’elettronica sperimentale degli anni ’80. Amo questa dimensione, la ricerca, il piacere di poter avere tra le mani i dischi e di sapere che magari alcuni di questi li suonerò per la prima volta davanti a un pubblico tra due anni o addirittura mai… li terrò solo per sentirmeli a casa. La musica è anche questo, condivisione nel momento e nel modo più opportuni.

Eppure sei un dj che non lesina certo le stranezze in consolle, sia riguardo il sound sia riguardo il tuo stile eccentrico: non è raro sentirti suonare a 33 giri un pezzo che andrebbe a 45. No?
Non sono il tipo che porterà un mucchio di 45 giri a 7 pollici in consolle per stupire tutti e far dire al pubblico “wow! senti che dischi rari e strani suona questo!”. No. Sono un ricercatore, amo andare a tovare dischi lontani dai soiti circuiti ma il mio obiettivo è quello di vedere le persone divertirsi, è lo scopo di un dj. Detto questo, ammetto che non sono il canonico dj da mani al cielo e inno da classifica, ma il bello della musica non è proprio la condivisione e la scoperta?

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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