Lunedì 21 Ottobre 2019
Interviste

Volare sempre alto: intervista a Claude Vonstroke

Quando penso a Claude Vonstroke mi vengono in mente più cose: uno dei personaggi più influenti della scena house e bass internazionale, senza dubbio; una mente creativa, tecnica ed intelligente; un label boss con due palle così, che con la sua dirtybird (da scrivere rigorossamente con la “d” minuscola) continua a restare sulla cresta dell’onda dopo oltre un decennio; produttore di popstar e 50% di Get Real, a fianco di Green Velvet. Questo e tanto altro è Barclay Crenshaw, originario di Cleveland (USA) ma forgiato nelle sonorità di Detroit, San Francisco e Los Angeles. Dagli albori hip hop alle sonorità house, passando per la techno e le lodi di Richie Hawtin, che appena dieci anni definiva la sua ‘Who’s Afraid Of Detroit’ come “il pezzo dell’anno”. Innovativo, ironico, sempre sul pezzo.
dirtybird, la sua label fondata nel 2005, oggi è il “punto di connessione tra l’house e l’EDM” – come ha detto Stacey Gamble, manager dell’etichetta – e ha contribuito prepotentemente all’innesto di nuove definizioni musicali, come ‘booty house’ o ‘funk bass’. Un sound che sa di festa e che non va preso troppo sul serio, ma i cui numeri non scherzano affatto. Claude ha creato un vero e proprio movimento, che si riunisce tra BBQ party e festival (vedi il dirtybird Campout) nel nome di dischi che non sbagliano un colpo. Per non parlare del roster: DJ Sneak, Riva Starr, Justin Martin, Kevin Saunderson, Will Clarke, Coyu e Timo Maas sono solo alcuni dei nomi passati di qui.
La notizia è che Claude Vonstroke approderà a Roma stasera, presso il Qube di Via di Portonaccio, in occasione del celebre continuativo Any Given Monday. Questa è l’unica tappa italiana del tour europeo dello statunitense, che da qui si sposterà ad Amsterdam in occasione dell’ADE. Ecco cosa ci siamo detti a poche ore dal suo show.
(Intervista in collaborazione con Alberto Scotti)
Il sound dirtybird si è evoluto molto nell’ultimo decennio, riuscendo però a rimanere attuale e coerente allo stesso tempo. Quando le sonorità bass hanno invaso il mondo dell’house music tu eri lì, a prenderti i tuoi meriti. Come hai vissuto gli ultimi anni da questo punto di vista? 
Quel che faccio io si riassume nel far musica e accettare release per la mia label. Il resto vien da sè. Il mio contributo si limita ai miei gusti personali, al continuare a far ciò che più mi piace senza dar troppo peso a quel che il pubblico vorrà sentire domani. Finché amerò questa strada continuerò a tirar dritto.
Ricordo che – circa un anno fa – mi hai parlato delle tue origini drum’n’bass a San Francisco, con una serie di feste al Golden Gate Park. Cosa è rimasto nel tuo portfolio musicale della città di San Francisco?
In realtà le feste si concentravano su sonorità più house, ma tutti i ragazzi di dirtybird si sono forgiati nella drum’n’bass, che in un modo o nell’altro ci ha influenzati. L’esperienza a San Francisco mi ha insegnato quanto dura è la scalata al successo.
Frequenti ancora la nightlife di San Francisco?
No, è difficile che vada a sentire qualcuno in città quando ho tempo libero, solitamente suono per conto mio. Mettici anche che mi sono trasferito a Los Angeles…
Hai visto da vicino gli anni d’oro della figura del dj: da eroe underground a superstar mondiale. Come vivi questo fenomeno? 
Senza pensare alla popolarità, o a quello che pensano gli altri. Credo l’importante sia concentrarsi sul proprio lavoro e ciò che ci piace, il resto – come ho già detto – viene completamente da sè.
Hai vinto il premio come “miglior dj americano del 2016”, davanti a nomi come Skrillex, Diplo, Kaskade e tanti altri. Quanto è importante per te questo award?
Significa tantissimo, semplicemente perchè è stato votato dal pubblico. Però non mi darò troppe arie: la musica non è un contest, i premi non è detto rispecchino realmente chi sia il più bravo.
dirtrybird ha celebrato i dieci anni della ‘San Francisco Bass’ . Un decennio di BBQ party, hit importanti e notti di fuoco, ai quali si unisce un roster da favola. Qual è il segreto di tanta longevità in un settore caratterizzato da meteore? 
Lavoro duro, divertimento e passione. Chiunque sia al mio fianco ha cura piena di tutto, dalla musica agli altri aspetti. È questa attenzione al dettaglio che ci rende forti. E siamo vicini al dodicesimo anno!
Ma come è nato questo concept del barbecue? 
In piccolo. Mettevamo su un po’ di carne e buona musica nel Golden Gate Park e con l’ingrandirsi della festa non abbiamo cambiato la tradizione. È un’idea semplice e allo stesso tempo divertentissima!
dirtybird pubblica tra le dieci e le dodici tracce all’anno. Sembri un perfezionista, e ho saputo non ti sfugge una demo di quelle che arrivano alla label. 
È così, ascolto ogni singolo disco. Un lavoro duro ma importante.
Descrivimi l’artista ideale a cui apriresti subito le porte di dirtybird. 
Un artista dal suono originale e libero ma allo stesso tempo abile dal punto di vista tecnico.
Possiamo aspettarci tue release prima della fine del 2016?
Certo.
E cosa dobbiamo aspettarci dal tuo dj set a Roma?
Non ti so dire, di solito decido sul momento, a seconda della folla. Mi piace parlare con le persone prima di cominciare.
Anticipaci un paio di dischi che sicuramente non mancheranno stasera.
‘Black Twitter’ di Jesse Rose e ‘House Girl’ di Will Clarke.
Hai ancora  i pulcini dirtybird in cucina? 
No! (ride) Se li sono mangiati i coyote! Non scherzo, è una storia triste.

 

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando le playlist di Spotify.

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