Giovedì 03 Dicembre 2020
Interviste

Tech in the studio with: Wankelmut, autodidatta col vizietto delle hit

Ha imparato tutto da solo tenendosi aggiornato con diversi metodi. Nato come dj e passato alla produzione musicale, Jacob Dilßner ha girato il mondo. Ma ha capito che il suo luogo ideale è lo studio

Noto soprattutto per il suo remix di ‘Reckoning Song’ per Asaf Avidan, divenuto disco di platino, e per ‘My Head Is A Jungle’, interpretato della cantautrice australiana Emma Louise, Wankelmut, all’anagrafe Jacob Dilßner, è tornato con un nuovo singolo, ‘Can’t Force Love’, attraverso l’accoppiata composta da Virgin Positiva e Universal Music Germany. Il brano, come dice lo stesso dj berlinese, è nato con la solita prassi: seduto davanti al computer dello studio di registrazione a immaginare qualcosa di speciale.

Dopo aver creato una bozza della canzone, Wankelmut pensa già al suo suono, alla sua particolarità e soprattutto alla sua riconoscibilità. Incontra il suo ingegnere del suono di fiducia e incanala le idee più grezze ma già efficaci in un mood definito e finito. “A volte ci vuole molto tempo e a volte ci metto un paio d’ore”, rivela. Dopodiché, testa la demo tra gli amici, in auto, per valutare le reazioni e in una fase successiva, lockdown permettendo, la prova in un club o in un festival. “Il resto sono solo dettagli”.

 

La legge sul copyright sul campionamento è diventata più rigorosa. Che fare?
Tutto è nella norma e con gli algoritmi su YouTube o SoundCloud che cancellano istantaneamente le tue tracce se contengono campioni, è diventato più difficile inserire dei sample nei brani. Con l’ascesa di Splice e Loopcloud, tutti hanno miliardi di suoni e campioni a portata di mano; quindi, forse, non vale più la pena seguire la vecchia pratica del campionamento old skool dai dischi in vinile.

Come selezioni le voci per le tue produzioni?
Con attente ricerche, come per arrivare a Shannon Rani. Le voci per le mie canzoni possono provenire da luoghi totalmente diversi. A volte qualcuno mi invia una registrazione vocale su SoundCloud o via Instagram; se mi sembra davvero buona, lo contatto. Così sono arrivato a Paper Idol per ‘Only You’. A volte trovo una vecchia acappella che amo o un vecchio disco in un negozio di vinili che ha delle voci straordinarie e inizio a fare un’ulteriore ricerca ispirazionale. Ho molte sessioni di cantanti e cantautori realizzate nel mio studio, nell’hard disk del computer, e posso partire da quelle. A volte ricevo un’email da una grande etichetta che ha un interprete da propormi.

Cosa hai fatto per migliorare la qualità delle tue produzioni, negli ultimi anni?
Fondamentalmente, ho imparato tutto da solo come un autodidatta tenendomi aggiornato con diversi metodi. Sono nato dj e sono passato poi alla produzione musicale. Ho girato il mondo e ho lavorato con innumerevoli artisti e produttori internazionali. Negli ultimi due anni ho fatto un passo indietro sui live in modo da potermi concentrare maggiormente sul perfezionamento delle mie capacità nella produzione.

Dove finisce la musica nel suo stato dell’arte e inizia il business della produzione musicale?
Tutto parte dalla ricezione di un demo da parte di un’etichetta o di un management. A volte il business è già con te, lì, in studio, quando stai pensando a dove e come potrebbe funzionare una canzone o chi la firmerebbe. È difficile fare musica e non pensare a dove finirà, quando questa potrebbe diventare la tua principale fonte di reddito.

I social sono la migliore, rapida e indolore scorciatoia per rendere virale la propria produzione?
I social sono utili in questi momenti, come a ridosso del lockdown, per costruire e raggiungere il tuo pubblico e consolidare i rapporti. Anche se una produzione non è di altissimo livello, si potrebbe persino pensare di migliorarla dopo aver raccolto un po’ di feedback. Magari sulla strada si possono incontrare utili collaboratori.

 

Tra pandemie e recessioni intestine, sembra che il settore sia molto in affanno.
È un business difficile, questo, e il momento attraversato ora, con moltissimi artisti in competizione ma fermi, è tragico. Tuttavia, se continui a lavorare ad alti livelli e costruisci una rete forte, sopravviverai e avrai l’occasione per fare bene. L’importante è stare attenti ai compromessi, spesso pericolosi, e alle interferenze, alle reazioni. Prendiamo ad esempio di nuovo i feedback: chi sta valutando il tuo lavoro? Penso che sia molto importante circondarsi di persone fidate, di gente che conosce bene il tuo percorso.

Per avere consenso basta perseguire una routine, entrare in una comfort zone?
Bisogna essere onesti con la propria fanbase. Odio ripetermi. Voglio creare nuove identità sonore nella mia gestazione, altrimenti mi annoio. Nonostante molti fan siano lì ad attendere un tuo stile riconoscibile e spesso ripetuto. Ma il flusso di lavoro di molti produttori sta cambiando. Prendiamo ad esempio un plug-in come Atlas, che organizza i campioni per te e che oggi è realtà. Ci sono cose che ti semplificano anche la vita, oggi.

 

L’equazione beatmaker-musicista regge sempre?
È sempre bene avere delle ottime conoscenze di base sugli accordi, la composizione, la cura dell’arrangiamento. Se sei in grado di suonare la chitarra, il piano o la batteria hai un’idea migliore anche della musica elettronica, intendo quella generata o gestita da un computer. Ci sono molte persone inesperte che portano tuttavia innovazione, perché in origine, sin dai propri primi passi, non hanno avuto idea di cosa stessero realmente facendo. Oggi puoi facilmente avere successo senza essere un musicista ben formato.

Come muovere i primi passi?
Sii curioso. Fai ricerca. Ascolta cosa hanno fatto altri prima di te, in particolare le cose di minor successo. Inoltre, sii aperto alle collaborazioni. Ad esempio, a me piace perdermi nella storia della musica, leggere biografie di artisti famosi e che ammiro, o semplicemente indagare in quello che si faceva… un secolo fa. Più tempo investi in questa attività, più idee troverai. Se ti diverti il rischio è nullo e puoi fare centro. I dettagli nella produzione musicale sono importanti quando si ha realmente in testa quello che si vuole ottenere.

Tralasciando il punk o il rock, parliamo di dettagli nella dance mainstream.
Parliamo invece di house minimale, in questo caso ad esempio ogni singolo suono deve essere posizionato e progettato molto bene perché non c’è molto in progressione. Personalmente, cerco di non essere troppo ossessionato dai dettagli e dalla perfezione nella mia musica: l’energia e l’atmosfera di una canzone sono più importanti per me di alcuni minimi aspetti. Inoltre, la maggior parte delle persone ascolta la musica con cuffie o altoparlanti per laptop da 15 euro, quindi non vorrei pensarci troppo a certe sfumature.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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