Giovedì 22 Agosto 2019
Interviste

Yann Pissenem: l’uomo che comanda Ushuaïa e Hï Ibiza

In soli dieci anni il francese Yann Pissenem è diventata una delle figure più potenti del dance music business

Fondatore e direttore artistico di Ushuaïa Ibiza, proprietario e amministratore delegato di Hï Ibiza e di altri brand tra cui Ants e l’agenzia The Night League. Tutto questo per Yann Pissenem fino a dieci anni non esisteva, sia nel suo curricula, sia nella nostra vita mondana. Come l’iPhone. Poi la rivoluzione tecnologica e musicale ha premiato i visionari come lui che, prima di tutti, ha capito che il mondo della notte si stava trasformando. Le sue idee hanno cambiato, probabilmente per sempre, non solo le dinamiche dell’isola ma hanno riscritto le caratteristiche del clubbing moderno. Lo abbiamo incontrato a Ibiza nel mezzo ad una stagione frenetica. Non solo Ushuaïa. Quest’anno l’attenzione è stata tutta sulla sua nuova creatura: Hï Ibiza.

Hï Yann! L’estate 2017 è stata molto impegnativa. Hï Ibiza ha preso il posto dello Space. Una grande responsabilità.

Sì, una grande responsabilità! Lo Space è stato una parte importante della storia di Ibiza. È un onore ma anche una grande scommessa riprendere questo nuovo superclub e provare a fare qualcosa di nuovo, adatto all’attuale pubblico ibizenco.

Scommessa vinta o è ancora presto per dirlo?

Credo che alla gente il club piaccia. Abbiamo ricevuto dei feedback positivi anche dagli artisti e dagli addetti ai lavori. Non voglio che la gente dimentichi lo Space ma che trovi a Ibiza un prodotto di grande qualità e un nuovo tipo di club. Posso dire comunque che la quasi totalità degli haters di inizio stagione è scomparsa.

Com’è cambiata l’isola negli ultimi dieci anni?

Dieci anni fa era Ibiza era molto più clubbing-oriented e il pubblico era differente. Quando abbiamo cominciato a proporre con il primo Ushuaïa le feste pomeridiane, abbiamo aperto il mercato ad un nuovo tipo di pubblico, più adulto, che non necessariamente desidera aspettare le 5 del mattino per ascoltare il suo dj preferito ma preferisce fare festa fino di giorno per poi dopo andare al mare o a Formentera con i figli e nei ristoranti. Questo ha portato grandi cambiamenti sull’isola che infatti adesso ospita un pubblico più adulto e VIP. Per VIP non intendo solo una classificazione in base al denaro ma mi riferisco ad una persona che vent’anni fa è stata un clubber ma che oggi non ha voglia di fare festa nello stesso modo. Vedi, quando io ero un ragazzino i miei genitori non sapevano niente di musica elettronica. Adesso ho 43 anni e anche i miei figli sanno tutto di musica elettronica. A Ibiza stiamo osservando una nuova generazione di clubbers che per la prima volta incontra la precedente. Per questo dobbiamo offrire prodotti differenti adatti a tutte le esigenze. Un cinquantenne si presuppone che abbia più potere d’acquisto rispetto ad un ventenne che arriva sull’isola per fare casino, dormire nelle tende e via dicendo. Crescendo la vivi in maniera diversa. Ibiza è piena di famiglie e di persone che magari stanno scoprendo adesso il divertimento dell’isola e i suoi spettacoli musicali. Tipo quelli che facciamo all’Ushuaïa, che considero un parco di divertimento per adulti, e quello che facciamo all’Hi: adattiamo il clubbing alle nuove esigenze dei pubblico ibizenco.

Ti mancano i vecchi tempi?

Ovviamente adoravo le mie feste sulla spiaggia quando dieci anni fa l’Ushuaïa era un’altra cosa. Non saprei dire se mi manca, sicuramente era più underground. È un’evoluzione, ogni cosa cambia e non puoi fermarla. Ibiza era diversa, la amavo. Ma amo anche la nuova. Credo che sia importante mantenere un equilibrio.

Mi piacerebbe conoscere un po’ della tua storia personale. 

Sono francese. Ho studiato legge. Poi a 20 anni mi sono trasferito a Barcellona dove mi sono specializzato in turismo. Allo stesso tempo ho iniziato a lavorare lavando i pavimenti, raccogliendo i bicchieri nei bar. Poi ne ho aperto uno, poi un altro, fino ad avere vari locali nel corso dei miei 13 anni a Barcellona. Organizzavo anche afterhours quindi avevo parecchio a che fare con l’underground. Ma il mio sogno fin da bambino era quello di aprire un piccolo club sulla spiaggia, su un’isola. Sono stato a Minorca, Maiorca, alle Canarie, un po’ ovunque finché nel 2008 un mio amico, che aveva lavorato con me come dj, mi dice di andare a trovarlo a Ibiza perché c’è un vecchio ristorante di fronte allo Space che voleva farmi vedere. Così arrivo a Ibiza, vedo il posto e uso tutti i miei soldi per affittarlo. Avevamo due altri soci che erano già li ma il posto non funzionava.

Che idea ti sei fatto dell’isola quando sei arrivato?

Quando sono arrivato a Ibiza nel 2008 avevo un’idea diversa dell’isola. Mi aspettavo feste in spiaggia, con bella gente che ballava all’aria aperta, invece ho trovato 4 grandi club, un po’ scuri e non molto aggiornati perché bastava che aprissero per fare il pienone, senza sforzi. Ho pensato che ci fosse un gap da colmare che riguardava il pomeriggio. Pensavo ad una festa che potesse iniziare intorno all’ora di pranzo adatta sia ai clubber sia ad pubblico più adulto che, come ti dicevo prima, non ha voglia di aspettare le 5 del mattino per sentire il suo dj preferito. Così è nata l’idea di aprire il mercato a questo tipo di intrattenimento diurno, del quale potesse goderne anche questa meravigliosa isola. Andando a dormire prima, la gente avrebbe avuto la possibilità di spendere i suoi soldi nei ristoranti, nell’affitto delle barche o in spiaggia. Questa è stata l’idea da cui tutto è partito.

Raccontami la storia dell’Ushuaïa.

Intanto il nom, Ushuaïa, come l’ultima città del mondo nella Terra del Fuoco. Questo perché quando sono arrivato a Playa d’en Bossa non c’era nulla, solo il Bora Bora. La spiaggia era vuota con intorno pochi hotel a due stelle. La fine del mondo. È qui che ho cominciato a organizzare le feste dopo pranzo. Nessuno ci credeva. Invece la gente ha iniziato ad arrivare da subito. Ho puntato molto anche sulle decorazioni del locale che mi facevo arrivare da Bali e sullo stile della location. Funzionava. Poi d’inverno i due soci hanno venduto il locale e mi sono trovato nella condizione di trovare velocemente qualcos’altro per il mio brand. Il locale era loro ma il brand Ushuaïa era mio. Ho atteso un po’, poi ho affittato il locale che si trovava tra le dune tra gli attuali l’Hard Rock Hotel e Ushuaïa dove ho cominciato a fare le cose in grande ingaggiando artisti come Luciano e Sven Väth che suonavano anche 12 ore back to back. Ecco, queste sono le cose pazzesche che mi mancano ad esempio. Considera che l’inverno precedente non avevo niente e dormivo con il mio cane nel vecchio locale mentre preparavamo quello nuovo. Abbiamo iniziato con un Luciano, Tania Vulcano, Sasha. Andava tutto molto bene, sia il party che il ristorante. È successo tutto molto in fretta. Facevamo tre feste gratis alla settimana e avevamo grande successo. La gente arrivava in massa. Un po’ disturbavamo ma ancora nessuno era venuto a dirci niente. Chiudevo la domenica perché c’era lo Space. Alla mia chiusura del 2009 Richie Hawtin, Luciano, Loco Dice e Marco Carola hanno suonato di fronte a 14 mila persone sulla spiaggia. Questo ha dato fastidio e dall’anno seguente ho cominciato a ricevere pressioni da ogni parte, dalla polizia al direttore dell’associazione del clubbing delle Baleari e anche dal proprietario dell’hotel che si trovava proprio a due passi dall’Ushuaïa e che oggi è il mio socio: Abel Matutes. Non era felice delle mie feste settimanali perché disturbavano le famiglie ospiti dei suoi hotel che andavano in spiaggia. Dopo qualche settimana di trattative e litigi, dove mi veniva staccata anche la luce, sono venuti direttamente da me e mi sono dovuto fermare. A questo punto mi sono seduto al tavolino con Matutes e gli ho detto che se non potevo farlo lì avrei potuto farlo in uno dei suoi hotel. Gli ho proposto di trasformare uno di quelli in un parco giochi per adulti. Porto il mio brand, il mio staff e trasformiamo uno dei tuoi hotel in un anfiteatro, gli ho detto. Dopo qualche incontro ha capito che era una grande idea e che era pronto ad investire sul progetto. Ricordo il momento in cui con mio fratello abbiamo iniziato a lavorare direttamente sulle mappe dell’albergo. Abbiamo cominciato a pensare a dove costruire lo stage e come creare la nostra idea in una location all’aperto. Poi sono partito per Bali dove ho comprato gran parte delle decorazioni con le quali abbiamo addobbato l’hotel. Abbiamo pensato subito di usare l’albergo come un anfiteatro che avvolgesse il palco che avrebbe dovuto ospitare spettacoli elettronici su larga scala. Con uno stage e una location del genere era arrivato il momento di fare un salto di qualità e di cominciare a lavorare sulla produzione. L’idea era quella di creare sette show elettronici alla settimana con i più grandi dj del mondo. Ed è proprio quello che accade oggi. Abbiamo cominciato con Luciano e altre poche cose. Tra l’altro avevamo difficoltà ad ingaggiare gli artisti perché non capivano le nostre intenzioni e il nostro progetto.

Qual è stato il momento che ha cambiato tutto?

Quando abbiamo ospitato per la prima volta la Swedish House Mafia che a quel tempo era fortissima soprattutto in Inghilterra. Grazie a quel party del 14 luglio 2011 siamo riusciti a mostrare la location ad un pubblico molto ampio. Qualche settimana dopo è arrivato David Guetta che ha messo l’Ushuaïa al centro dell’attenzione. L’anno successivo abbiamo organizzato più feste e ancora di più il terzo anno. Guetta è tornato, è arrivata BBC Radio e le cose hanno cominciato a girare…

Il dibattito che divide EDM e Underground è sempre acceso. Come gestisci questo aspetto della tua offerta?

Non è stato facile ma credo che siamo riusciti a raggiungere un buon livello di bilanciamento tra il mondo underground e i grandi party mainstream. Non dimenticare che stiamo parlando di business. C’è Ants che rappresenta il nostro lato underground, che non dipende dagli headliners ma da una grande campagna di marketing e comunicazione. All’Ushuaïa lavoriamo in maniera differente rispetto agli altri club. Facciamo tutto noi. Ingaggiamo i dj, creiamo i brand, creiamo lo show e tutta la produzione, dalle pubbliche relazioni ai costumi. 

Gli haters sono comunque sempre molti…

Dopo 7 anni di Ushuaïa e 5 di Ants c’è ancora gente che critica il nostro lavoro. Soprattutto c’è gente che ci attacca perché odia la musica EDM. Ma alla fine si tratta solo di intrattenere le persone, fargli dimenticare i loro problemi, farle stare bene. Vogliamo dare al pubblico quello che vuole. La critica maggiore che ci fanno è quella di essere troppo commerciali ma intanto Ants non lo è e poi penso che il giusto equilibrio in una location come Ushuaïa sia 6 a 1, e cioè 6 party mainstream e 1 underground per semplificare il ragionamento. Se vuoi farlo funzionare deve essere così. Io devo riempire il locale ogni sera. Se hai successo nessuno ti critica. Se il locale è pieno nessuno ti critica. Il successo è la chiave.

Applicando la proporzione precedente al nuovo Hï invece che risultati si ottengono?

All’Hï la proporzione è differente. L’obiettivo alla fine resta sempre lo stesso: avere il club pieno tutte le sere e questo funziona meglio con un’offerta maggiormente mainstream. Quando ho offerto troppa underground non ha funzionato. Ne parlai tre anni fa all’Ibiza Music Summit. Io amo l’underground ma devi essere bravo a trovare il perfetto equilibrio tra quello che ami e quello che il tuo business ti richiede di fare.

È nata prima l’EDM o l’Ushuaïa?

L’EDM era già qui. Quello che abbiamo fatto è stato trasformare quello che già esisteva in un grande show elettronico dove la gente potesse guardare lo spettacolo di un dj sul palco.

Quanta gente lavora per Ushuaïa?

Tra hotel ed eventi 800 persone. All’Hï 350.

Scendendo nel dettaglio, come hai scelto il rooster per la prima stagione di Hï?

Martin Garrix perché è Martin Garrix. Volevamo lavorare con lui, sapevo che avrebbe funzionato. È il numero uno della TOP100, mette il club sulla mappa ed è ottimo ovviamente per tutta la campagna di marketing. È un ragazzo eccezionale e ho un bellissimo rapporto con lui. Eric Prydz è stata una scommessa perché anche musicalmente è una cosa molto diversa dal resto della settimana. Ho un grande rispetto per la su carriera e il suo sound è speciale. Armin è il re della trance. Ha un pubblico ben preciso e non delude mai. Giovedì abbiamo la nostra serata underground In The Dark con Steve Lawler, Luciano, Nick Fancuilli, Joris Voorn and Kölsch. Abbiamo dovuto fare una scelta mirata ed equilibrata per non rischiare troppo il primo anno. Il sabato abbiamo Black Coffee che è stata la rivelazione. Sono tre anni che gli sto dietro. È il primo a cui abbiamo pensato per Hï. Ha un sound molto speciale, tribale, afro, che arriva da Cape Town. Sta funzionando molto bene. A dire il vero non abbiamo avuto mai una serata flop dall’inizio dell’estate. Completano il quadro Glitterbox che è una serata speciale dedicata alla migliore musica house dagli anni ’80 e ’90 organizzata da Simon Dunmore con il quale ho un ottimo rapporto. La domenica Hï Sundays è dedicata alle sonorità più mainstream con Afrojack, Hardewell, Steve Angello, Oliver Heldens, Robin Schulz e altri big. Anche questa sta andando molto bene.

Ci sono altri aspetti che valuti in fase di programmazione?

Programmo le serate non solo in base all’offerta musicale ma anche in base alla nazionalità delle persone che sono sull’isola. Questo vale soprattutto per i guest dj. Se agosto è pieno di francesi e tedeschi la scelta delle guest viene fatta tenendo conto anche di questo. Se gli inglesi arrivano in maggioranza in luglio allora magari a David Guetta affianchiamo artisti amati in Inghilterra. In linea di massima ad agosto pensiamo in un senso più globale visto che a Ibiza arrivano anche molti americani. Ferragosto è Ferragosto quindi devo pensare a voi italiani (ride).

Non posso non chiederti del “fattaccio” che ha coinvolto Armin Van Buuren quando ha annunciato che la sua residenza all’Hï si sarebbe chiamata UR.

È stato un errore. Voglio raccontarti tutta la storia. Dovevamo già rilevare lo Space tre o quattro anni fa e per questo stavo già lavorando sul nome del nuovo club da sei anni. Il nome che avevo scelto era Ü. Avevo preparato tutta la campagna di marketing, tutti i video promozionali, gli slogan, tutto. Poi ecco che sbucano i Jack Ü. Fanculo! (ride). Ho dovuto buttare tutto nella spazzatura e ripensare tutto da capo. Cercavo qualcosa che fosse di facile presa e che potesse creare movimento dal punto di vista del social media marketing e della globalizzazione del brand, facile, corto, di grade impatto, che avesse continuità con Ushuaïa e fosse perfetto sia per la campagna di marketing sia per un franchising. Hï è nato così. Posso dire Hï London, Hï Paris, Hï ovunque. Quando ho raccontato ad Armin la storia di Ü, immediatamente gli è venuto in mente il suo brand “UR, Universal Religion”. Tutti qui. È stato un errore usare quel logo anche se appartiene ad Armin da molti anni. I puristi non ci hanno perdonato. Ho un grande rispetto per Underground Resistance, ci mancherebbe.

Hï Ibiza mi sembra più piccolo dello Space.

Abbiamo ridotto gli spazi. Ci sono solo due sale. La main room è più stretta e compatta ed è pensata come un teatro italiano. Questo perché credo che, a parte le aperture e le chiusure, i super club con tante sale facciano fatica a riempire le serate mettendo a repentaglio l’anima della festa. Preferisco non perdere l’energia per tutta la stagione. Mi piace che il club sia strutturato in modo che il flusso della gente sia organico. Mi piacciono i club dove a inizio serata con 200 persone c’è già un buon feeling e una buona energia. Siamo il primo club del mondo a non avere la console ma uno stage vero e proprio dove ogni sera si alternano le diverse produzioni. Perfino il setup delle luci cambia ogni sera. Ci sono 75 persone che ogni giorno lavorano all’allestimento di tutto questo. Lo stesso vale per l’Ushuaïa.  

E per quanto riguarda la zona VIP invece?

La VIP è una grande balconata che circonda lo stage come una U. Questo per permettere ad ogni tavolo di guardare verso lo stage, discorso che vale anche per la pista da dove è possibile avere una visione diretta del palco da ogni angolo del locale. I tavoli sono dotati di cassette di sicurezza dove riporre i propri affetti e ricaricare il cellulare. Tutto è pensato per controllare il caos e per garantire un’esperienza confortevole al cliente.

La console in bagno ha fatto molto rumore.

Abbiamo molti bagni puliti e illuminati. La console nel bagno fa parte dell’esperienza. Il party nel bagno ovviamente è una cosa che rimane al clubber e che racconta quando torna a casa i suoi amici. Fa parte della follia di Ibiza.

C’è un artista che non hai ancora ingaggiato?

Fammi pensare. Quest’anno abbiamo stipulato 1.700 contratti. Negli anni gli abbiamo fatti tutti. Da Sven Vath a Solomun, Calvin Harris, tutti!

In una recente intervista David Guetta ha dichiarato che i prezzi dei biglietti per entrare nel club sono troppo alti. Cosa ne pensi?

Il biglietto per lo show di David Guetta all’Ushuaïa, con quella grandissima produzione all’aperto, costa intorno ai 50 euro. In agosto la sua serata al Pacha arriva anche a 80/90 euro. Usiamo i soldi per pagare la produzione in modo che tutti possano godere di un bellissimo spettacolo di qualità. Cerco di non alzare troppo i prezzi, di non superare quella cifra. A Ibiza la cosa sta un può sfuggendo di mano e credo che l’economia dell’isola potrebbe risentirne se soprattutto gli hotel non abbassano un po’ i prezzi. Guardando all’evoluzione dei prezzi dei club, vedo che negli ultimi cinque anni i prezzi sono più o meno gli stessi, anzi a volte sono più bassi, a parte qualche eccezione. Gli affitti e gli hotel sono troppo cari. I miei lavoratori faticano a trovare un posto letto. Adesso Ibiza non è l’unico posto dove vedere i grandi dj. Ci sono festival in tutto il mondo quindi l’isola non è più così esclusiva in questo senso. È incredibile per tutte le sue caratteristiche, ma se i prezzi aumentano ancora potrebbe diventare un problema. Bisogna garantire qualità per i soldi che si chiede. Bisogna garantire qualità e equilibrio per permettere anche ai veri clubber di potersi permettere di venire a Ibiza. Altrimenti perderemo una parte del nostro dancefloor.

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Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.

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