Martedì 07 Luglio 2020
Interviste

Tech in the studio with: Yellow Claw e quella notte a Bangkok

Andare oltre la propria gestione e la propria creatività ha portato gli olandesi Jim Aasgier e Nizzle a una scelta: tramutare la musica in esperienza. Tirandone fuori addirittura dei documentari

La Barong Family si allarga come tutte le vere famiglie. Gli Yellow Claw sono orgogliosi della crescita dei propri 14 figli, stravaganti artisti che danno vita ad ‘Hard In Bangkok’. Un progetto nato durante un campo studio della durata di 5 giorni svoltosi in Thailandia e che ha prodotto non solo una sequela di tracce ma anche dei mini documentari e molti scatti fotografici.

Mentre tormentoni come ‘DJ Turn It Up’ e ‘In My Room’ navigano ancora nell’etere, Jim Aasgier Taihuttu e Nils Rondhuis aka Nizzle, insieme a Ty Dolla $ign e Tyga, hanno portato nel mondo il verbo e il suono della crew, grazie a piattaforme che sparano 300 milioni di stream alla volta. Trovando anche il tempo di raccontare come sia nato il progetto ‘Hard in Bangkok’.

 

Jim e Nils, come fa una famiglia come la vostra, così allargata, a essere ligia nei compiti e nell’organizzazione e ricca di risultati?
Sapevamo di voler andare oltre, nella gestione e nella creatività, negli ultimi tempi, così abbiamo puntato all’inclusione e all’idea di prendere in considerazione quello che avevamo ritrovato nelle nostre radici musicali, un sacco di musica dance. Tutto questo, combinato allo stile non solo nostro ma personale, di tutti, ha portato al concept di ‘Hard In Bangkok’. Un esperienza tramutata in musica.

Quanto vi aprite in studio e durante i camp studio quando si tratta di sperimentare?
Direi totalmente. È l’animo dei dj producer. Copriamo questo ruolo da ormai parecchio tempo e quindi sappiamo quando è il momento di fare nostra un’idea, pure se fuori dagli schemi. Anche mash-up e remix possono celare del genio. Basta non farsi scappare davanti al naso la grande occasione.

 

Quale genere sarebbe appropriato per descrivere e collocare il progetto ‘Hard in Bangkok’?
Tutto è così ibrido che facciamo fatica a pensare l’intera iniziativa in un unico contenitore. Sarà la gente a decidere, se vorrà.

C’è stato un hardware fondamentale durante la produzione?
Sì, quella che tiene svegli e vivi per produrre: la macchina per il caffè espresso.

Quale gap potrebbe emergere quando state passando dal processo di mix alla fase di post produzione?
Nessuno. Noi andiamo avanti trascinati dal suono, almeno fino a quando pensiamo sia buono per i live e lo streaming. Bisogna invece stare attenti a monte, durante le infinite sessioni di riprese, di microfonaggio ed eventualmente, sì, alla fine, quelle di mastering.

 

Pensate che l’attuale emergenza mondiale influenzerà o cambierà i risultati a livello di produzione musicale?
No, non credo, nulla è cambiato almeno per noi in termini di creatività. Forse solo il desiderio di dover essere impegnati col tanto lavoro potrebbe risentirne.

Come sarà produrre tra 10-20 anni?
Le macchine non sostituiranno l’estro dei veri artisti, al massimo olieranno gli ingranaggi della macchina sveltendo il lavoro. In ogni campo artistico, a essere onesti, serve il contrario di quello che un algoritmo potrebbe offrirci.

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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