• LUNEDì 22 LUGLIO 2024
Interviste

CanovA is on fire (…again!)

Il ritorno di uno dei pesi massimi tra i producer italiani parla la lingua della dance

Foto: ufficio stampa HELP

CanovA, scritto proprio così con la “a” finale in maiuscolo, è il nuovo progetto firmato Michele Canova, super produttore che a partire dal 2000 ha, in ordine più o meno cronologico: inventato il successo di Tiziano Ferro (sua la game changer ‘Xdono’ e tutti i primi dischi del cantante); dato fuoco nelle polemiche per aver allegramente scopiazzato R. Kelly proprio con la prima hit del Tiziano nazionale (“citazione” poi confermata dallo stesso Canova in più di un’intervista negli anni, un modus operandi molto post-modernista, tarantiniano); portato ai massimi livelli discografici carriere di popstar come Jovanotti e Ramazzotti, contribuito al successo di nomi come Marco Mengoni, Nina Zilli, Elisa, Giusy Ferreri, Alessandra Amoroso; scalato ogni tipo di hype e successo come produttore; destabilizzato e ricostruito il suono del pop italiano; tentato una scalata al music system americano; fatto ritorno in Italia con un reset del proprio progetto artistico e di producer. Insomma, venticinque anni noiosi… e ora?

Ora Canova è tornato in pista alla grande, sia sul lato di produttore/deus ex-machina per molti artisti, sia con il progetto personale CanovA, appunto, del quale ci occupiamo qui perché si tratta fondamentalmente di un ritorno alle origini dance del produttore, come ci svelerà in una gustosa intervista in cui si racconta senza troppe armature tra nuova musica, avventure americane, passioni di sempre (hardware e software), djing (che non pratica) e una sorprendente dose di autocritica che sarebbe sano vedere di più nel mondo della musica di oggi. Dopo l’album ‘Level Two’ uscito lo scorso maggio, ora ecco già una nuova traccia, ‘B2B’ insieme ad Asteria. CanovA è in fiamme, ancora una volta.

 

Due cose si notano del tuo EP: la prima è che ci sono diversi giovani artisti. Come ti è venuta l’idea?
Volendo fare un disco dance, elettronico, l’idea era di avere semplicemente delle “belle voci” che potessero dare valore a questo tipo di suoni, come SeeMaw, Chiara Vergati, MONET, Arya – che ha prestato la sua voce per l’intro di ‘Cenere’ di Lazza-, EDONiCO, già scoperto e “utilizzato” da Marracash con un suo brano, e che mi ricorda quelle voci senza tempo, alla Battisti; ecco, con lui ad esempio ho cercato subito un beat che fosse costruito non solo al computer ma anche con dei suoni organici, con degli strumenti. Zaccaria, un autore e musicista che lavora spesso qui nel mio studio, ha scritto ‘Terra Amara’ dove poi EDONiCO ha messo la voce, ed è la focus track del disco. La verità è che non volevo “scoprire” nuovi talenti, anche perché parliamo di nomi comunque già assolutamente nel radar della scena musicale; volevo trovare semplicemente delle voci che maturassero bene con queste basi e che fossero compatibili con questo tipo di beat.

La seconda è: come ti è venuto un EP con questi suoni, a te che da anni sei l’emblema del super pop da radio e da classifica?
Perché ho iniziato così, io a 18 anni partivo da Padova con la Panda rossa per andare a Brescia da Giacomo Maiolini alla Time, che poi mi riceveva ascoltando il DAT per 20 secondi prima di congedarmi dicendo che i pezzi non erano forti. Poi però nel tempo qualche disco con la Time l’ho fatto. Il progetto si chiamava Insidia, con Valerio Vecchia che poi ha prodotto tantissime hit. Io frequentavo violino al conservatorio, lui è la persona che mi ha fatto scoprire batterie e elettroniche e synth, lì ho capito che si poteva fare la musica da soli e ciao, ho capito cosa voleva fare nella vita.

E cosa volevi fare nella vita? Le hit? La dance? Il pop?
Ma tutto, il mio percorso come quello di tanti produttori pop è partito priprio dalla dance, è la dimensione che ti permette un approccio “do it yourself” dove con pochi mezzi e tante idee puoi farti le ossa e capire come funziona davvero il mercato. Poi evidentemente la mia attitudine era quella di guardare al pop, la mia carriera parla abbastanza chiaro in questo senso, ma questo non significa che non ci siano dei momenti in cui non abbia la voglia, o l’esigenza artistica, se vuoi, di tornare ad avere quell’approccio, come succede in questo ‘Level Two’ e nel nuovo singolo ‘B2B’ con Asteria, altra voce decisamente interessante e con cui si è creato un amalgama speciale nel pezzo.

 

Tu sei molto legato all’hardware, anche in anni più recenti. Sei molto digitale ma anche molto analogico. Oggi, 2024, da che parte stai?
Oggi mi diverto moltissimo a registrare in hardware, ma oltre che con gli strumenti analogici proprio con i musicisti, mi piace usare strumenti anche rari, proprio perché ogni elemento deve avere una sua collocazione e connotazione ben precise. E per strumenti intendo anche le macchine da studio, ad esempio per me un compressore non deve solo dare la dinamica ma anche un suo “suono” caratterizzante. Lo stesso vale naturalmente per i musicisti, che devono portare non solo bravura ma personalità in una session, in un take, in un brano. Poi nel mix preferisco stare in the box, nel digitale, perché è più comodo e perché suona bene. Tutto viene riversato lì da input e da recording session dove l’hardware e l’analogico sono molto presenti e molto importanti, la parte finale del lavoro per me può essere poi benissimo fatta tutta in digitale vista la qualità dei prodotti atualmente a disposizione.

Dalla tua esperienza americana cosa ti è rimasto, a livello di musica elettronica?
Mmm… poco. Anzi, io pensavo di essere quello che andava lì pensando di essere autorevole in quel campo. Parto dall’inizio: arrivo a Los Angeles nel 2012 e lì c’era l’ondata pre-EDM italiana, europea, quella di Benny Benassi, per dire. Non capendo e non sapendo certe dinamiche di mercato: scrivere canzoni in America è completamente diverso, è più spigoloso, è un’esigenza, c’è urgenza, è una condizione mentale molto più “dura”, più “make it or die trying“, mentre da noi è più una sorta di speranza, anche le canzoni hanno questo feeling, si sente la differenza di approccio. Poi anche banalmente lo slang da studio, certi termini e certe sfumature con i musicisti e i colleghi, sono cose che si imparano con il tempo.

E quindi cos’hai trovato di diverso rispetto alle aspettative e anche al flusso di lavoro a cui eri abituato? Come ti ha cambiato quell’esperienza?
Questa è una domanda interessante… non era tanto la competenza tecnica a mancarmi, anzi onestamente la mia preparazione a tutto tondo e la mia conoscenza dello studio come strumento ce l’hanno in pochi anche là. Però mi mancava tutto un modo di pormi, di comunicare, con gli artisti, con i discografici, che mi porto dietro oggi. Io ero abituato a essere molto diretto, schietto, anche arrogante, in studio con gli artisti. E sbagliavo. Ho imparato a fare un passo indietro nella comunicazione con una persona, dire le cose in modo meno duro, meno diretto, evitando di ferire chi sta mettendo in gioco tanto di sé. Perché un artista non sta solo facendo un lavoro ma in quel lavoro ci riversa tutto se stesso, la propria emotività, le proprie fragilità. L’arte è un lavoro connesso molto strettamente a un livello dove le cose sono per forza anche personali. E andare dritti contro l’emotività di una persona non è una cosa così giusta. Si può fare una critica senza per forza essere spietati, con più dolcezza. Questo l’ho imparato in America.

Questa è un’autocritica rara.
Beh, ci vuole un po’.

Parlami invece di quello che ti piace oggi nella dance.
I miei A&R di Columbia mi tengono molto gli occhi aperti sulle novità, quindi sono molto aggiornato non solo per ciò che trovo io ma per le proposte che mi segnalano loro. A livello generale ci sono artisti che mi piacciono come Fred again.. che è bravissimo e possiede anche l’intelligenza di capire quali sono le collaborazioni giuste. Non è che sia nuovissimo ciò che fa, ma fa tutto in modo nuovo, fresco, dal tiny desk concert al featuring con Delilah Montagu o Brian Eno, suo ispiratore e poi a sua volta artista che è riuscito a far tornare alla golden age dei migliori dischi ambient. 

E i suoi sodali, Skrillex e Four set, come li vedi?
Ah, madonna… li hai visti al Coachella? Che meraviglia. Ma poi loro tre insieme… Four Tet British, intellettuale, tutto preciso, ricercatore, e Skrillex invece americano, tutto caciarone, che arriva dal punk rock e salta tutto il tempo in consolle. E in mezzo Fred. E creano il super gruppo che spacca, i loro live sono incredibili, si vede proprio da come si divertono. Poi il bello della musica elettronica è che si reinventa sempre grazie a personalità come queste che buttano sul tavolo idee completamente non ortodosse, è questo a fare la differenza.

A Sanremo c’era molta cassa in quattro.
Ma c’è sempre ormai, o fai il pezzo lento o fai la cassa in quattro. A volete è una scusa, eh, perchè sai che funziona e anche se potresti fare un pezzo veloce evitandola, perché non buttarla lì… alla fine è una sensazione primitiva, è il battito, non si scappa. Piace sempre. Quindi, perchè no?

Foto: ufficio stampa HELP

Tu hai mai fatto il dj?
Mai.

Vorresti farlo?
Ma no… guarda, là in quell’angolo dello studio ho una bellissima consolle della Denon tutta settata, ci faccio i miei esperimenti qui in studio, mi diverto, ma è come la realtà virtuale. Quando ci entro, mi diverto così tanto che rischio di perdermi, e quando me ne rendo conto penso “no Michele, fai un passo indietro sennò qui ci finisci sotto”. Perciò, onestamente, non è la mia cosa fare il dj, lo lascio fare a chi sa farlo, che già di improvvisati ce ne sono troppi oggi. Invece ho un’idea per fare un live del mio disco.

Cioè?
Vieni, guarda qui, sto costruendo un live intorno a questo sintetizzatore che sto proprio costruendo e a Push 3 di Ableton, dove saranno caricati gli stems dei brani che poi andrò a far partire e a integrare e modificare con tutte queste macchine, con il modulare sincronizzato collegato a un mixer con distorsero, compressore. Questa è l’idea che mi piace ed è un territorio dove so di poter esprimere qualcosa di sensato e di mio. Il dj set non il mio mondo.

Dopo questa doppietta EP-singolo hai in mente nuovi lavori tuoi?
Sì, ho già in testa tracce nuove e mi piacerebbe continuare anche perché mi ha molto “centrato” questo periodo a lavorare sulla dance.

Sono previti dei remix di questi brani?
Perchè no? Uno di questi pezzi nasce da un contest e il produttore scelto, HENA, l’ho scelto tra quasi 200 proposte.

Il più grande rimpianto della tua carriera?
Rimpianti non ne ho, ci sono occasioni che ho perso ma non le rimpiango, ad esempio quando ho fatto ‘Safari’ con Jovanotti mi aveva chiesto anche Ligabue di lavorare al suo album, ma avevo già preso un impegno e ho dovuto dire di no. Tra l’altro ‘Safari’ è stato un grandissimo successo e anche Liga per quel suo disco aveva poi lavorato con Corrado Rustici, un produttore molto blasonato, perciò possi dire che mi è dispiaciuto ma è andata bene così a tutti. In America invece sono stato tante volte molto vicino a cose giganti che sono sfumate.

Ovviamente voglio quache nome!
Ma te ne potrei fare tanti, perché il mercato americano è gigantesco e lavora molto a comparti, per cui i dischi dei nomi medi, non solo di quelli già grossi, sono fatti in vari step e ti capita di lavorare a un vocal, a una topline, a una produzione, a un beat, a un mix di qualcosa che potrebbe finire qui o lì, oppure restare nel cassetto o ancora essere buttat nel cestino. Ma anche a contratti già chiusi, già registrati, già pagati, e poi sfumano. A me è successo di essere a tanto così da progetti Disney molto importanti poi non andati in porto. Oppure di avere le mani sulla produzione della nuova promessa del grande talent, CEO di Sony che mi chiama entusiasta perché vuole conoscermi e mi fa i complimenti, tutto fila liscio finché la manager dell’artista, sua madre, non litiga con la casa discograica e tutto finisce in niente. Va così, molto più spesso che in Italia, perché i progetti sono tantissimi.

 

 

 

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Albi Scotti
Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.