• SABATO 08 AGOSTO 2026
Interviste

Giacomo Maiolini: l’altra faccia della medaglia

Un'intervista fuori dagli schemi. Nata alla fine di una conversazione e da una semplice domanda: "E se scrivessimo quello che ci siamo detti?"

Foto: Cosimo Buccolieri

Questa non è un’intervista al Giacomo Maiolini della Time Records, uno dei discografici che più hanno influenzato la musica dance italiana e internazionale. Questa non è nemmeno un’intervista sul suo libro ‘Mai Avuto Tempo’, in cui racconta la sua vita di produttore discografico, tra classifiche mondiali, intuizioni geniali e incontri decisivi. Questa è un’intervista che guarda poco al suo passato e moltissimo al suo presente. Se intervisti il discografico Giacomo Maiolini, otterrai le stesse risposte che ha dato altre volte. Se intervisti l’uomo prima del discografico, allora hai un’intervista nuova. Questa, in fondo, è un’intervista che ruota attorno a una sola domanda: perché uno che non aveva più niente da dimostrare ha deciso di ricominciare?

E così, un bel giorno ti sei svegliato e hai detto: “faccio il DJ”. Come a dire: “questo mondo ha bisogno di me”. Perché?
Non ho mai pensato che questo mondo avesse bisogno di me, piuttosto il contrario. Ero io che avevo bisogno di guardare questo mondo da un’altra prospettiva. È un passaggio che mi mancava.

Ti consideri un buon DJ? Non parlo dal punto di vista tecnico, parlo di selezione musicale, lettura della pista ed empatia con il pubblico.
Con le consolle di oggi mettere due dischi a tempo è il minore dei problemi. Per quanto riguarda la selezione musicale, scegliere la musica da produrre e scegliere quella per far ballare sono due lavori completamente diversi, e nell’ultimo anno ho lavorato molto su questo aspetto. È stato difficile prenderne coscienza, imparare una logica completamente diversa e metterla in pratica. Mettere un disco e vedere che la gente scende in pista per ballarlo è un’emozione forte, e questa esperienza mi sta aiutando anche nel mio lavoro di discografico.

Perché ti dovremmo prendere sul serio come DJ?
Non chiedo di essere preso sul serio, chiedo di non essere giudicato a priori. Non cerco successo come DJ, non disturbo, non altero equilibri e non voglio rubare il lavoro a nessuno. Fare il DJ mi piace, mi diverte e mi è di grande aiuto.

In che senso ti è di grande aiuto? Qual è la cosa più importante che questo anno da DJ ti ha insegnato e che quarant’anni da discografico non ti avevano insegnato?
Fare il discografico e fare il DJ sono due mestieri completamente diversi. Pensavo fosse una semplice declinazione della mia professione. Non è così. Certo, conoscere la musica aiuta sul piano tecnico, ma ho subito capito che un successo discografico non è detto che sia un successo anche in pista. Prendere coscienza di questa differenza e cambiare mentalità è stato il più grande insegnamento di quest’anno.

 

Se qualcuno dice: “fa il DJ perché è Giacomo Maiolini”, come riesci a convincerli del contrario?
Ci sta e non voglio convincere nessuno. Non cerco la vanagloria. Sono estroverso, so relazionarmi a ogni livello senza distinzione e mi piace stare tra la gente. È vero, ho amicizie influenti e importanti, ma non le ho mai sfruttate come scorciatoie e non ho mai chiesto a nessuno di farmi lavorare come DJ. Vivo di musica da oltre quarant’anni e non sono il primo discografico che fa anche il DJ.

Come DJ, qual è la critica che trovi più ingiusta? E qual è quella che invece è vera?
In generale trovo ingiusto il pregiudizio. In questo caso direi il pre-giudizio, essere giudicato per una cosa diversa da quella che sto facendo. Sembra quasi che il successo come discografico mi debba precludere qualunque altra strada, come a dire: “con te abbiamo già dato”. La critica che è invece vera è quella relativa al mio standing in consolle. Su quello ci sto lavorando.

Qual è il complimento che aspetti e che non è ancora arrivato?
“Bravo. Non pensavo”. Tre parole che per me valgono molto più di tanti complimenti.

C’è qualcuno davanti al quale hai ancora voglia di dimostrare qualcosa?
Penso che il bisogno di dimostrare qualcosa agli altri nasca quasi sempre da una mancanza. Io sono
cresciuto in una famiglia che mi ha lasciato libero di essere quello che ero. Non ho mai sentito di dover conquistare l’approvazione di qualcuno e, probabilmente, è per questo che non ho mai vissuto con l’ossessione di dimostrare qualcosa. Semmai, oggi, sento la responsabilità di essere all’altezza di quello che sono diventato, ma è una cosa molto diversa dal voler o dover dimostrare qualcosa agli altri.

C’è stato un momento in cui hai pensato: “forse questa volta ho sbagliato”?
Certo. Spesso. Anche mentre ti sto rispondendo mi chiedo se sia giusto quello che dico. Se sto dicendo troppo o troppo poco. Il dubbio muove le coscienze e aiuta a crescere. Vivo tensioni e conflitti interiori continui. A volte dissimulo, a volte manifesto. E quando li manifesto, il più delle volte lo faccio in modo sbagliato. Perché bisogna essere capaci anche di fare quello.

Qual è la domanda a cui avresti sempre voluto rispondere e che nessuno ti ha mai posto?
Più che una domanda che nessuno mi ha mai fatto, è una domanda che mi sento fare poco: “ciao, come stai?”. Sembra banale, ma non lo è. Dopo un po’ le persone finiscono per interessarsi più a quello che rappresenti che a quello che sei. Raramente si fermano a chiederti come stai davvero.

Perché uno che aveva già scritto la propria storia ha deciso di ricominciare da zero?
Non ho mai fatto qualcosa per dimostrare, ma per esprimermi. Avevo bisogno di trovare un altro modo di vivere la musica. Stavolta non era un mestiere: era un modo per rimettermi in gioco.

 

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