• MERCOLEDì 25 FEBBRAIO 2026
Interviste

La rinascita di Luciano: l’eterno vagabundo è più in forma che mai

Un artista vero, capace di guardarsi dentro e rinnovarsi. Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con una delle personalità più illuminate della consolle

Foto: Instagram @magikluciano @fabrikmadrid

Luciano. Un nome che da solo è sufficiente per aprire un vaso di Pandora. L’innovatore, l’artista estroverso, la rockstar della consolle, il rivoluzionario. Ma anche l’eroe che è caduto rovinosamente, come prevede la parabola. E che ha saputo rialzarsi e rinascere a nuova vita. Avevamo parlato a lungo di tutto questo con Luciano qualche anno fa . “Ho attraversato l’Inferno di Dante” ci aveva confessato, una frase e un’intervista entrate nella storia.

Oggi Luciano parla ancora: abbiamo incrociato nuovamente uno dei più grandi dj e – mi permetto di dire – filosofi del mondo del clubbing, alla viglia del suo compleanno (il 24 febbraio ha spento 48 candeline, le festeggerà venerdì 27 al Fabrique di Milano con Vision, serata imperdibile). Abbiamo ripreso la nostra chiacchiera da dove l’avevamo lasciata. Ma quello che davanti a me è un uomo diverso da allora: il percorso che lo stava portando a rinascere si è compiuto e Lucien Nicolet è oggi una persona radiosa e serena. Confesso che mi ha emozionato parlare con lui, proprio perché ho testimoniato alla trasformazione di un uomo e di un artista attraverso momenti complessi e verso una seconda giovinezza che lo sta vedendo di nuovo grande protagonista della scena.

Ma bando alle ciance: godetevi Luciano, che non capita tutti i giorni di poter leggere un artista così.

Foto: Instagram @after_caposile

Come stai oggi? Che persona sei rispetto all’ultima volta che ci siamo visti davanti a un microfono e un registratore?
Sto molto bene, sono un uomo sereno. Sono un padre di sette figli, sono passato attraverso tante esperienze, sono stato in studio molto durante il periodo – ormai lontano, per fortuna – del Covid. Ho rivoluzionato il mio sound e ho ricostruito tutto il mio mondo. Il mio studio ora è nella mia casa, abbiamo ricostruito la nostra casa in Svizzera. Ci abbiamo messo tre mesi per ristrutturare tutto, mia moglie è stata molto abile nel seguire i lavori, è stata preziosa. Ha un grande gusto e ha capito di cosa avevamo bisogno. Il nuovo studio è in Dolby Atmos, 14 speaker, è come una rinascita. Ecco, questo sono io oggi e così sto.

“Rinascita” è una parola che torna spesso nei tuoi discorsi, in tante fasi della tua vita e in tante accezioni diverse. Cosa vuol dire per te rinascere?
C’è una cosa che ho imparato nella vita: tutti incontriamo dei muri. È inevitabile scontrarsi con errori, problemi, ostacoli, momenti in cui ci si ferma o si cade. Serve cambiare per rinascere, per diventare persone nuove. Cambiare città, cambiare Paese, vedere i figli che cambiano scuola… dobbiamo magari imparare nuove abitudini, una nuova lingua, e più impariamo ad affrontare questi muri, più rinasciamo, rifioriamo, più la vita ci arricchisce. Ed è importante cambiare, accettare le sfide della vita. Certo, alla mia età e con una famiglia numerosa voglio stabilità, ma credo che quando si è giovani non si debba aver paura dei cambiamenti. Fanno paura ma sono necessari. La mia prima figlia ha 18 anni, un giorno mi ha detto “mamma, papà, vi voglio ringraziare, perché in 18 anni mi avete fatto fare 19 traslochi”. Sembrava che ci prendesse in giro, ma in realtà è stata davvero saggia e illuminante, perché ci ha reso esattamente la prospettiva in cui volevamo crescerla: curiosa verso il mondo, aperta a ogni possibilità, capace di confrontarsi con situazioni e stimoli molto diversi tra loro. “Crescere così mi ha dato la possibilità di diventare ciò che voglio”, ci ha detto.

Ti conosco professionalmente da molti anni. Di persona, ci siamo ormai incontrati abbastanza da poter tracciare un ritratto – ovviamente, personale, quindi forse mi sbaglio, perdonami – dell’uomo Lucien Nicolet e dell’artista Luciano. La mia impressione è quella di aver visto un artista in grande hype in passato, e forse un uomo un po’ confuso nel mezzo del cammin della sua vita. Negli ultimi tempi – ci siamo visti qualche mese fa a Caposile Festival – vedo un artista e un uomo sereno, pacificato, desideroso di star sul palco e divertirsi ma in pieno controllo della propria vita. È così?
Non ho il controllo di niente, voglio solo apprezzare ciò che la vita mi dà: una vita e una famiglia guidate dalla musica, una passione ancora forte dopo 30 anni di lavoro, la connessione con il mio pubblico. Ci tengo a sottolineare che non ho il controllo di niente, perché nel corso delle nostre vite e carriere ci illudiamo di poter pilotare ogni cosa, e non è così. Anzi, prima lo accettiamo e prima raggiungiamo la serenità. Però capisco e condivido il sentimento che intendi: effettivamente sono in uno stato di grazia in cui forse non mi sono mai trovato prima. Ma è una grazia che va praticata ogni giorno, va coltivata, in ogni aspetto dell’esistenza.

Quando arrivasti sulla scena – intendo tu, Ricardo Villalobos, Cadenza, quel suono che era minimal ma in maniera particolarissima e unica, con le suggestioni quasi mistiche – fu una rivoluzione. Hai conquistato tutto e tutti cambiando le carte in tavola. Oggi ti vedo più in forma che mai, ma come ti sembra reagisca il pubblico più giovane, le nuove generazioni, al tuo sound?
Quando ho iniziato, e sono arrivato a Ibiza come pioniere, eravamo dei sudamericani che hanno colto un’occasione colmando un vuoto. Una cosa era il mio motore: stavo creando unità, unione, comunità. Il nostro dancefloor era cool, i dj che amavo e andavo a sentire come idoli venivano a ballare alle nostre serate spontaneamente: Sven Väth, Jamie Jones… insomma stava succedendo qualcosa ed eravamo noi a farlo succedere. Questo senso di comunità ha cambiato Ibiza e anche il modo di concepire le serate: Cocoon, Vagabundos etc. sono tutte state esperienze nate e cresciute non intorno al marchio, al brand, ma intorno alle persone che erano il centro di questi simboli e serate. Il nome era un marchio di qualità, ma in senso di riconoscibilità: sapevi che lì trovavi quella vibe. Più che buon marketing, era una visione che veniva vissuta e percepita nello stesso modo da chi era i consolle a chi ballava a chi organizzava. Era un momento speciale perché eravamo “la” novità.

Poi le cose sono in qualche modo cambiate?
Dopo tanti anni di successi oltre ogni previsione, eravamo diventati una macchina, l’economia era andata oltre i valori, e io ho voluto fare un passo indietro. Una regola che ho sempre seguito è “don’t trade your passion”. Mai scambiare i propri valori per i soldi. Quando qualcosa non va, quando sono in un contesto dove non mi sento a mio agio, il mio corpo me lo dice, prima della testa.

E questo è successo dopo quegli anni magici?
Tutti ci hanno copiato, io non volevo più fare le residenze. Ricevevo richieste da tutti, e tutti con la stessa musica, la stessa idea, copie delle copie con meno anima. E mi sono reso conto che questo creava divisioni, non unità. Era diventato un mondo di concorrenti, io non ho mai inteso la musica e le serate come “concorrenza”. Non fa per me. A quel punto reagisco, mi chiamo fuori, e suono con tutti, cambio direzione. Avevo raggiunto la fama, potevo utilizzarla per essere libero, no?

Questa è una riflessione nobile. Guarda, nella mia vita cerco di seguire proprio questa filosofia, al netto del fatto che non ho certo la tua fama; ma ho scelto di lavorare nella musica (e ho la fortuna, non scontata, di farlo) per vivere e campare di cose che amo. Non è poco. Ma dobbiamo avere la forza di scegliere, anche quando viviamo di musica, arte, creatività. Anzi, soprattutto, io credo.
Siamo artisti, abbiamo delle responsabilità. Qualcuno può dire che non è così, ma è così. E non parlo solo di statement, o messaggi espliciti. Certo, anche quelli secondo me sono quasi un dovere: molti amici e colleghi mi hanno rimproverato o sconsigliato di parlare in pubblico di Palestina o di raccontare le cose che trovo ingiuste o drammatiche nel mondo. Ma se non lo facciamo noi, chi deve farlo? Siamo artisti, dobbiamo rompere certe barriere. Soprattutto, come dici, possiamo e dobbiamo scegliere cosa fare e come farlo, dev’esserci un’etica nelle nostre decisioni e in come facciamo il nostro lavoro.

Foto: Instagram @magikluciano

Tutto questo mi porta a domandarti com’è essere un DJ oggi. Un DJ famoso, un DJ che ha un peso specifico importante, ma anche semplicemente com’è oggi il mestiere del DJ, ogni giorno?
È un lavoro completamente differente da quando ho iniziato, questo è chiaro. Ho una collezione di dischi che ho cominciato a comporre negli anni ’90: a quei tempi, ogni settimana si andava in un negozio di dischi per scovare perle che nessuno conosceva e suonarle. Quello era. Comprare dischi e suonarli. Non sapevi nemmeno che faccia avesse il produttore del pezzo. Era molto attraente questo aspetto, perché creava una mitologia, era misterioso. Oggi ruota tutto intorno ai promoter, che devono vendere i biglietti, tutto è molto più grande di allora. Ma oggi per DJ e promoter è più importante vendere qualcuno che abbia visibilità: presenza, immagine, numeri. La musica è l’ultimo dei fattori. Un tempo non sapevi nemmeno come fosse fatto l’artista che aveva fatto quel disco incredibile che non vedevi l’ora di suonare, di far sentire a tutti. Oggi, l’industria non ascolta nemmeno la musica. I Booking si orientano sugli artisti che vanno forte sui social. È un’onda di cose generata da utenti che pagano per essere rilevanti sui social o sulle copertine.

Non può essere solo un segno dei tempi?
Sicuramente. Però è molto triste, perché si chiama “dance” music, non “fashion” music. E ha radici profonde e incredibili. Non voglio sembrare quello che a un certo punto perde il focus e il termometro di ciò che accade, so benissimo che i tempi cambiano. Però certe cose sono sempre l’essenza di tutto. La musica, la scoperta, le emozioni. Ti faccio un esempio: ho prodotto musica per 30 anni e sto imparando di nuovo tutto perché il mio studio ora è costruito in audio spaziale e questo cambia tutto. Il bello è questo, la passione e la curiosità. L’estasi dei fronte a tutto questo, non il posing.

Faccio l’avvocato del diavolo: tu ai tempi non eri visto allo stesso modo? Tu e la tua banda non eravate i nuovi arrivati modaioli, tutti cool, i più desiderati, quelli a cui l’establishment guardava con ammirazione ma anche con sospetto?
Sembrerò quello che dà la classica risposta un po’ vaga e sulla difensiva, ma… sì e no. Vagabundos è stato il primo momento di successo collettivo, come team. Prima eravamo noti in una nicchia che era cult ma non così ampia. Con Vagabundos le cose stavano diventando grosse, 50 persone coinvolte, era strano perché tutto quel make up, i costumi e le scenografie non erano proprio quello che immaginavo quando avevo iniziato, e confesso che sulle prime non ero molto a mio agio, ma alla fine è stato qualcosa di divertente e ha cambiato le carte in tavola. A un certo punto ho iniziato ad ascoltare le opinioni dei miei ragazzi, e abbiamo inventato un concept nuovo. Ma il mio obiettivo era la musica: comporre le line up e suonare. Così in Cadenza e tutto il resto. La scintilla per me è sempre stata quella.

Dov’è la scintilla della passione per i ragazzi di oggi?
Bella domanda. Sarebbe facile rispondere tirando in mezzo i social e tutti gli aspetti che citavo poco fa. La verità è che la musica è sempre, resta sempre, sarà sempre, il centro di tutto. Però è diventato più complicato individuare quella scintilla, sia perché le dinamiche e i requisiti sono cambiati, sia perché la mentalità del mondo, non solo del sistema musica, è cambiata, sia perché per chi inizia oggi le distrazioni sono innumerevoli, e focalizzarsi su una disciplina facendo accendere quella scintilla è più difficile.

Fammi chiudere con una domanda scontata ma doverosa: qual è il tuo sound oggi e quale sarà nel futuro?
Il mio sound oggi è sperimentare, che poi è quello che ho sempre fatto. Sperimentare in ogni forma possibile, provando cose nuove e divertendomi mentre lo faccio. Ho composto un intero album con l’intelligenza artificiale. E poi l’ho modificato tutto, perché penso sempre alle mie macchine come se avessi dei musicisti a disposizione. L’AI mi ha dato dei risultati molto interessanti, sono sincero, è una novità che va compresa e messa a frutto. Ma la verità è che non ha l’esperienza e le manca il feeling. Era un test, mi sono reso conto di molte cose grazie a questo esperimento. Perché non puoi chiedere alla AI “fammi questo”, non va, non funziona, è comunque posticcio. La musica del futuro è probabilmente un mix di AI e di intervento umano, cioè dobbiamo capire come può aiutarci senza esserne soggiogati. La musica “easily designed”, programmata su richiesta e senza errori, è quella destinata a scomparire. La mia musica è fatta di sentimento ed errori. Spesso gli errori sono diventati le ragioni per cui certi dischi sono dei capolavori. Si sono allontanati dallo standard. Mentre l’AI è lo standard. È il sentimento che rende l’arte unica.

 

 

 

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Albi Scotti
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