Lunedì 23 Settembre 2019
Tech

Tech In The Studio with: Jean Claude Ades e lo spirito di Ibiza

A Ibiza si concentra. Sull'isola bianca il produttore e dj dice di non aver troppe distrazioni. E presenta l'EP su Monaberry. Da cui è tratto ‘Illusion’, la traccia che più rappresenta il suo attuale suono.

A dirigere la festa di apertura del B!crazy hanno chiamato lui, Jean Claude Ades, noto per un gusto musicale speciale. Un nome molto richiesto, quello del dj e produttore francotedesco cresciuto in Italia. Che è subito piaciuto allo staff dell’Heart di Ibiza. Dallo scorso fine maggio al 4 ottobre, JCA uscirà dallo studio per diffondere nell’aria balearica tutto il suo amore per l’electro e la house. Caustico, tagliente, Jean Claude Ades spiega di lavorare con una tecnica particolare, rara in fatto di diffusione negli ultimi anni: “Sì, il mio cervello”.

Come è nata ‘Illusion’, la tua ultima traccia?
Mentre trascorrevo un bel po’ di tempo lo scorso inverno a Ibiza, nel mio studio, mi girava in testa un giro di accordi. Ibiza ispira. Qui posso concentrarmi molto meglio perché è un luogo silenzioso, quando si è lontani dall’estate, e non ho troppe distrazioni. Tecnicamente, adoro il mio EP su Monaberry. ‘Illusion’ è la mia traccia preferita e sintetizza maggiormente il mio suono attuale.

 

Jean Claude Ades – Illusion (Monaberry)

Been playing 'Illusion' for a while with great response – Happy to see it coming out 31.05. in my debut EP on Monaberry .. 🙌 🎶pre-order: bit.ly/Illusion-jca

Pubblicato da Jean Claude Ades su Venerdì 17 maggio 2019

 

Come e quando hai iniziato a lavorare in studio? Ti ricordi la tua prima esperienza?
Ho iniziato nel 1992 in Germania, quando sono stato chiamato da una band elettronica per comporre alcune tracce. È stato allora che tutto iniziò. Mi appassionai della produzione e vedere e sentire come tutto funziona in fase di creazione mi ha portato a trascorrere in studio ogni minuto che avevo libero.

Quando hai pubblicato il tuo primo disco?
Nel 1994, per Virgin Records, e fu un successo immediato e insperato. Prima avevo solo studiato ingegneria del suono a scuola ma essendo anche un musicista compresi che più ruoli erano nel mio range di conoscenza, quindi ho lavorato principalmente da solo su tutti i miei progetti, tranne quando ho avuto cantanti e autori in studio. Ho tenuto alcune sessioni con altri produttori qua e là, ma non c’è davvero qualcuno in particolare che possa essere il proprio partner di produzione ideale se non me stesso.

Come è organizzato il tuo studio?
Anni fa avevo un sacco di hardware, come i campionatori Akai, poi Arturia, Arp 2600, Modular V, Waldorf Microwave XT, Pulse, Oberheim OB-1 e tanto altro, come synth a rack e macchine per effetti come il riverbero Lexicon 480l. Nel 2004, tuttavia sono passato totalmente al digitale; mi piace perché ho la maggior parte dello stesso equipaggiamento in software e, mentre viaggio, voglio essere in grado di produrre… sulla strada. Mi piace avere tutto con me per essere in grado di finalizzare una traccia quando non sono nel mio studio.

 

 

C’è qualche strumento vintage che hai in studio ma non usi?
Sì, alcuni AX7 della Roland, che usavo a volte quando suonavo dal vivo, e il preamplificatore Focusrite ISA 430 MKII.

Come inizia una tua produzione?
A volte vado in studio e guardo i miei vecchi dischi rigidi ottici, Syquest o datapack, e lì trovo grandi idee, voci fresche che ho registrato molto tempo fa. Così comincio a produrre qualcosa intorno a quelle parti, iniziando magari da un beat. Il passo principale è sempre quello: trovare un tema principale. Può essere un ritornello, un vocal orecchiabile, un riff di chitarra o di synth. Oppure, faccio una sessione con un cantante professionista e proviamo a buttare giù qualcosa di interessante. Dopodiché, si tratta solo di trovare il giusto equilibrio, la giusta disposizione e concentrarsi sui suoni principali, per farli risaltare. Credo nel less is more, tuttavia quel poco deve essere eccezionale.

Quale software preferisci usare? E quale hardware?
Ho iniziato con Cubase dopo aver usato Pro Tools e poi sono finito per usare Logic, che adoro. Uso invece un Neve per il mixdown e un Focusrite per la registrazione delle parti vocali.

 

 

Come organizzi i vari set-up?
In studio, lavoro internamente in digitale e quando ho finito con la mia traccia creo i vari stem, che mixo principalmente a Londra in studi come il Red Bus, che ha un mixer Neve analogico davvero da favola. Prima faccio solo un po’ di panning, curo l’equalizzazione e la compressione. Alla fine la traccia diventa più dinamica, potente. Invece, per i miei set uso un Allen & Heath Xone: 92 e un Pioneer DMJ 900NXS2.

 

 

Quale attrezzo è fondamentale per te in studio?
Un synth Moog Modular, ma devo risintonizzarlo da capo ogni volta, anche se ora ho un software che mi permette un parziale recall. A volte rimpiango il mio Notator che girava su Atari. Ma solo a volte.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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