• MARTEDì 18 GIUGNO 2024
Festival

La Biennale Musica 2023 è una rivoluzione tra Brian Eno, Autechre, Sonic Acts

Una rivoluzione per la manifestazione veneziana, tra suoni da club e nomi di enorme peso nella storia della musica

Tutte le foto: Andrea Avezzù per gentile concessione LaBiennale di Venezia

Non è semplice raccontare l’esperienza della Biennale Musica. Per svariate ragioni. Ma ogni anno ci avventuriamo con piacere e con gusto della sfida in questo territorio attiguo a quello strettamente “nostro” ma certamente non proprio comfort zone per chi è abituato a leggere di club, dj e festival, per quanto undergorund o ricercati. Un piacere per cui ci prendiamo il nostro tempo, facendo decantare esperienze ed emozioni scrivendone poi a freddo. E stavolta la Biennale l’ha fatta grossa. Il calendario di appuntamenti preparato dalla direttrice artistica Lucia Ronchetti insieme alla sua squadra è di quelli troppo ghiotti per un pubblico di appassionati di musica e di quella musica che flirta pesantemente con il mondo dell’arte e arty della Biennale; allo stesso tempo alcuni dei nomi portati in scena hanno suscitato, pare, ampie discussioni perché “troppo pop” (ehm…) per chi è avvezz a frequentare l’ambiente veneziano.

Ora, si tratta di una manifestazioni artistiche tra le più importanti al mondo, ed è normale che nomi conosciuti e trasversali possano apparire poco conciliabili con un’istituzione la cui missione è quella di mettere in luce il nuovo e il diverso, il laterale, il percorso mai visto. Però è anche vero che personaggi come Autechre e ancora più Brian Eno, se oggi non sono certo newcomer, sono vessilli di un nuovo che è condizione permanente, mentalità, attitudine; e poi, viviamo un tempo in cui la novità fine a se stessa nei vari ambiti artistici è un fattore importante ma, forse, non proprio imprescindibile rispetto a quache decennio fa, e rispetto al valore effettivo di artisti e opere. E per fortuna. Tutto questo per addentrarci serenamente nel racconto di ciò che abbiamo visto e vissuto nel primo weekend della Biennale Musica 2023, colpevoli putroppo di non poter essere presenti anche nella seconda settimana di eventi (quella della performance di Autechre, per esempio).

 

Venerdì 20 ottobre l’Arsenale è nelle mani del collettivo Sonic Acts, di base ad Amsterdam, che include diverse personalità e che porta negli spazi del Teatro Alle Tese performance molto differenti tra loro, capaci però di unire in un fil rouge di forza evocativa – sonora e visiva – i vari act in scena: Snufkin, S280F, aya, MFO, emme, Yen Tech, Soft Break; fil rouge rafforzato dal lavoro della visual e light artist Theresa Baumgartner. Citiamo – proprio per sottolineare le diverse temperature portate in scena – S280F, nella cui esibizione la musica era centrale tanto quanto una performance che flirtava con il teatro e con l’happening, con il pubblico tutto intorno all’artista, allo stesso tempo provocato (proprio fisicamente), disturbato ma anche in senso giocoso, e coinvolto in larga misura; e Snufkin, che invece ci ha regalato qualcosa di molto vicino a un “normale” dj set, a tratti anche molto danzereccio e “facile”, godibile, sicuramente la cosa più vicina a una serata da club che abbiamo visto, però con intermezzi vocali al microfono e uno stile molto frammentato in continuo spostamento, a rendere meno decifrabile la direzione del suo show. Molto, molto intrigante. Una serata certamente ben riuscita, proprio perché costantemente spiazzante oltre che, naturalmente, per l’alta qualità della proposta e della ricerca.

 

Sabato 21 e domenica 22 sono però tutt’altra storia, perché il protagonista assoluto è ovviamente Brian Eno, in tutte le sue molteplici forme: nel concerto Ships, in prima mondiale al Teatro La Fenice; nell’installazione a lui dedicata all’Arsenale; e nella cerimonia per la consegna del Leone d’Oro alla carriera. E a ritroso, partiamo proprio da qui. Una cerimonia emozionante, elegante, discreta eppure solenne, anche grazie alla conversazione tra Eno e il critico Tom Service che è stato intelligentemente capace di stuzzicare l’artista su tanti punti d’attualità, dando modo a Eno di prodursi in quella che è stata una magnifica chiacchierata filosofica, di un livello altissimo, specie se paragonata al costante rumore di fondo di troppe interviste e discorsi auto-referenziali (molto spesso declamati da personaggi che non hanno un decimo della statura artistica e dello spessore di uno come Brian Eno). Un momento curioso è stato quando l’artista ha ricordato di essere stato esposto alla Biennale d’Arte, a quella di Architettura, e di aver quest’anno partecipato alla Biennale Musica. Un bel primato. Ma nonostante stiamo parlando fondamentaalmente di un concerto di classica e con canzoni “pop”, non possiamo prescindere dal definire magico e quasi mistico il concerto Ships alla Fenice. Brian Eno insieme alla Baltic Sea Philharmonic diretta da Kristjan Järvi e con Melanie Pappenheim, Peter Serafinowicz, Leo Abrahams e Peter Chilvers. Uno spettacolo di un’intensità rara, in cui momenti ambient si sono alternati ad alcune canzoni cardine della carriera di Eno e a brani interpretati da cantanti e musicisti dell’orchestra. Orchestra diretta da Järni con una vivacità e una presenza scenica in grado di trasmettere pura gioia, così come la Baltic Sea Philharmonic, orchsetra giovane e fuori dagli schemi, con musiciste e musicisti che si scambiavano postazioni in una distruzione della liturgia della performance classica che ci ha trasportati in una bolla sospesa sulla realtà. Un’esperienza cha ha lasciato un segno forte.

 

Non possiamo dire lo stesso della performance a cui abbiamo assistito la domenica all’Arsenale: Orbit – A War Series, altra prima assoluta mondiale, di Brigitta Muntendorf, con la drammaturgia di Mehdi Moradpour, purtroppo non arriva al cuore, nonostante un tema attuale e importantissimo, quello della connessione tra sessualità e potere oppressivo. Ottima la messa in scena, il suono avvolgente e penetrante firmato d&b Audiotechnik, ma alla lunga poco succede e l’idea forte iniziale si perde sfilacciandosi nei minuti (lo spettacolo dura circa un’ora).

Un peccato non poter commentare le tante altre interessanti proposte della Biennale Musica: Autechre, già citati, e poi tra le altre Jace Claytone/Dj/Rupture, Robert Henke, Kode9 e Nero Soundsystem, Kali Malone, Wolfgang Mitterer. Quello che però possiamo dire è che l’edizione 2023, denominata Micro-Music dalla direttrice Lucia Ronchetti, è una di quelle che faranno parlare a lungo di sé, e che in qualche modo segneranno un benchmark nella storia della Biennale Musica, proprio per il coraggio di mettere insieme proposte capaci di far discutere e di attrarre anche un pubblico più vario, aprendo a chi non sta nella cerchia degli appassionatissimi e dei soli colti in materia. I numeri parlano di 19mila presenze, quasi il doppio rispetto al 2022, e una volontà crossover che si è espressa nella line up come in medium nuovi e intelligenti nel raccontare ciò che accadeva (un profilo Instagram sempre curato, ad esempio, e un podcast in cui Ronchetti spiega e prepara il potenziale pubblico alla proposta).

Chiudendo con un rapido bilancio, questa Biennale fa venire voglia di tornarci domani mattina, con la voglia di essere sfidati dalle performance più ardite così come di farci divertire da quelle più schiettamente da club, o da ascolto godibile, fresco, sereno, senza doverci appuntare sul petto arie intellettualoidi che fanno solo il gioco di una mentalità passata. Che essere intellettuali, oggi, può essere pure figo, e divertirci può essere un atto di cultura e di intelligenza.

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Albi Scotti
Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.