Lunedì 17 Dicembre 2018
Tech

La storia del synth

Tutto ciò che dovete sapere sui sintetizzatori

Come ogni mese Alex Tripi e Nello Greco aka the ReLOUD, direttamente da Mat-Academy rispondono a tutte le vostre domande e curiosità, Tips & Tricks. Questo mese ci soffermeremo sulla storia dei synth dalla loro nascita fino all’arrivo di quelli più moderni e digitali.
Tracciare un’esatta datazione nell’inizio storico della nascita del sintetizzatore è davvero complicato, la differenza tra questi e i primi strumenti elettronici, capaci di emissione sonora generata quindi da circuiti elettronici, è davvero complessa da definire. Storicamente quello che si può indicare come un primissimo e rudimentale strumento musicale elettronico nasce dall’invenzione quasi fortuita di Elisha Gray che lavorando sul progetto del primo telefono (sembra che per solo una questione di ore non sia stato il primo a depositare il brevetto) ha per caso scoperto che avrebbe potuto controllare il suono da un circuito elettromagnetico auto vibrante inventando così un primo rudimentale oscillatore che venne chiamato telegrafo musicale. Successivamente, a partire dal 1870, si susseguono esperimenti pioneristici e rivoluzionari che vedono protagonisti strumenti elettronici come il telharmonium (1897), il theremin (1917), il pianorad (1923). Tutte macchine in grado di produrre un suono sfruttando l’interazione con il segnale elettrico tramite componenti valvolari ed oscillatori. Macchine di difficile accesso al pubblico, che spesso si presentavano come delle costose e ingombranti installazioni, difficili da trasportare, al punto che necessitavano più addetti per il controllo. Ne è un esempio il telharmonium brevettato da Thaddeus Cahill, USA nel 1897: un’immensa struttura di circa 200 tonnellate e un costo di 200.000 dollari dell’epoca. Tale enorme struttura venne comunque, in quegli anni, definita “portatile” sebbene necessitasse di 30 vagoni ferroviari per il trasporto. Venne fatta un’istallazione fissa che occupò per 20 anni un intero piano della “Telharmonium Hall” a New York e fu utilizzato da diversi musicisti fino ai primi anni ’50.


raffigurazione di due componenti del Telharmonium: a sinistra l’area dedicata ai controlli per suonarlo, a destra la parte dei circuiti composta da un totale di 2000 interruttori e 150 alternatori a dinamo.

Ovviamente uno strumento di tale portata e tale costo rendeva l’utilizzo per nulla accessibile, pertanto nasce l’esigenza di studiare ed elaborare progetti di dimensione più piccole a costi migliori. Del telharmonium si arriva a progettare e produrre fino alla terza versione ma nessuna di queste riuscì a essere vincente in termini di accessibilità. Molti però definiscono comunque il telharmonium come il primo vero synth per le sue componentistiche e la sua struttura, inoltre è curioso sapere che Cahill già all’epoca depositò il primo brevetto con il nome di synthesizing. Altra particolarità è che Cahill pensò di collegare al telharmonium la linea telefonica così da poter far arrivare nelle case delle persone dotate dei primi apparecchi telefonici la musica che lui stesso suonava. Questo può sicuramente assomigliare a un primissimo approccio della musica on-demand di oggi. L’idea però fu subito bloccata in quanto la compagnia telefonica dell’epoca sospese la loro linea in quanto sostenevano che le trasmissioni musicali potessero danneggiare le linee. Dopo molti anni di sperimentazione nel 1935 la “Hammond Organ Company”, studiando e basandosi sui primi tentativi di realizzazione di strumenti a emissione sonora generata da circuiti elettronici degli anni precedenti e approfondendo molto quello che Cahill aveva fatto con il suo Telharmonium, progetta e costruisce l’Organo Hammond, una macchina ibrida che utilizza sia sistemi elettrici che elettromeccanici.

Questo nuovo prodotto è il primo che presenta un peso, dimensioni e prezzo sicuramente ridotti rispetto a ciò che era stato prodotto prima, ma non ancora idonei per un’accessibilità estremamente ampia. Allo stesso tempo però erano notevolmente migliorate le prestazioni sonore grazie ad un più approfondito studio delle circuiterie e di tutta la struttura che si avvicinava notevolmente a quelli che sono i synth moderni. Proprio per questi motivi viene spesso indicato e ricordato come il primo vero synth. Ma ci vogliono ancora circa 30 anni per arrivare alla realizzazione dei primi synth interamente elettronici che riducevano ancora di più peso e costo. L’ingegnere statunitense Robert Moog seguendo l’onda della recente invenzione delle componenti transistor, scoprì e brevettò nei primissimi anni ’60 un modo nuovo per usare il segnale elettrico. Moog divenne la prima industria a produrre e commercializzare a più ampia portata (visti costi realmente accessibili) sintetizzatori modulari controllati via (CV) Control Voltage, un protocollo di controllo analogico (antenato del MIDI), dando vita a una macchina che si affermò presto come un’evoluzione per l’epoca.

Robert Moog

I primi Moog (Moog Modular) erano caratterizzati da una modularità dei vari blocchi ciascuno dedicato ad una particolare funzione,  che potevano però essere liberamente collegati fra loro col fine di creare percorsi differenziati del segnale, il tutto pilotato da una tastiera, come quella di un pianoforte, a cui si aggiungono una serie di knobs, interruttori e cursori che permettono di controllare tutti i parametri del suono attraverso il voltaggio. Arriva però un’intuizione vincente: il “MINI MOOG MODEL D” (1970) era davvero un synth portatile per peso e dimensioni, facilitando così il proprio utilizzo anche nei live. In poco tempo, in quegli anni, divenne rapidamente uno standard per le band. Questo passaggio permise una grande flessibilità ed espressività nell’industria musicale al punto che molte industrie private iniziano a interessarsi a questa tecnologia intuendo le prospettive commerciali, tanto che in breve tempo nascono molte aziende produttrici di synth. Intuite le grandi possibilità di mercato, le società produttrici hanno così iniziato una corsa sulle tecnologie il che ha portato man mano ad una stabilizzazione dei prezzi sempre più accessibili. L’impatto di questi nuovi strumenti è forte al punto che la musica elettronica diventa in poco tempo visibile al di fuori dalla ristretta cerchia d’avanguardia e il sintetizzatore, con le sue vaste possibilità timbriche, si rivela estremamente utile per i gruppi di musica rock sempre alla ricerca di nuove sonorità ed un numero crescente di artisti inizia a farne uso nei propri dischi talvolta come semplice comprimario talvolta come protagonista spaziando tra i vari modelli e varie case produttrici che man mano arrivavano con nuovi prodotti in questo mercato.

MINI MOOG sintetizzatore monofonico primo ad essere accessibile per prezzo dimensione e peso che da vita al commercializzazione dei synth a larga scala

La musica elettronica esplode nelle mani di Wendy Carlos con il suo incredibile successo ‘Switched on Bach’ interamente registrato con un sintetizzatore modulare Moog (il System 55) e poi ancora ne fanno uso Herbie Hancock, i Pink Floyd, i Tangerine Dream, fino ai Kraftwerk e Vangelis, che alla fine degli anni ’60 consegnano il sintetizzatore al grande pubblico cambiando radicalmente il panorama musicale nei decenni a venire. Si inizia a costruire la propria estetica sonora intorno al dispositivo tecnologico non più trattato come semplice accessorio ma come parte integrante o addirittura principale fonte d’ispirazione. I primi sintetizzatori erano piuttosto scarsi nell’emulare strumenti acustici tradizionali, ossia fare quello per cui erano stati inizialmente progettati, poiché il suono emesso da strumenti organici era decisamente più complesso e ricco armonicamente rispetto a onde generate dall’elettricità. Nonostante ciò, si facevano notare grazie alla generazione di suoni particolarmente inusuali, alieni, che non esistevano certo in natura, trovando così impiego nelle colonne sonore dei primi film sci-fi e in un certo tipo di rock psichedelico anni ’70.

La sperimentazione sonora porta a un vero boom economico e nascono un’infinità di synth. Tra gli più famosi ed utilizzati ricordiamo Yamaha DX7, il primo disponibile per le masse, e praticamente “onnipresente” nei più famosi brani pop anni ’80. Poco più tardi la Korg presenta il suo M1 che divenne un successo planetario. I suoi suoni sono riconoscibili, per esempio, nella super hit di Madonna ‘Vogue’ e il preset “organ bass”  divenne un cardine di centinaia di pezzi house come il celeberrimo ‘Show Me Love’ di Robin S. Parlando sempre di musica dance, la genesi della acid house, è un esempio lampante di quale impatto ebbe un sintetizzatore sull’evoluzione di un vero e proprio genere musicale.

A seguire, tra i modelli più utilizzati ricordiamo Arp Odyssey, Prophet Five, Roland Jupiter8, le famosissime groove box della Roland (TR 606, 808, 909) e Roland TB-303 che all’epoca venne inizialmente concepito più per accompagnare con delle linee di basso le band dell’epoca prive di un vero e proprio bassista, ma che poi diede vita ad utilizzi più ampi dando vita a brani caratterizzati proprio da questo synth.


a sinistra le drum roland tr-909 / tr-808 / tr-606 e a destra il synth Prophet Five

Tra la fine degli anni ‘80 e inizio ’90 l’evoluzione e le continue sperimentazioni danno vita ad hardware con memorie di banchi di suoni che emulavano, attraverso campionamenti, il suono dei synth analogici. Questo processo veniva gestito da primi software interni a delle macchine, basati su programmazione e non su pura circuiteria elettrica. Questi prodotti e lo studio della programmazione dei software lasceranno presto spazio, a fine anni ’90, al sintetizzatore virtuale ovvero ai più moderni plug-in utilizzati attraverso le DAW. Analizzando la crescita esponenziale delle tecnologie digitali, l’implementazione della loro versatilità e considerando il sensibile risparmio economico, ci si aspetterebbe di assistere alla definitiva scomparsa dei sistemi analogici come conseguenza di una normale evoluzione, ma ciò non corrisponde alla situazione attuale. Anzi, in questi ultimi anni, assistiamo nuovamente a un revival dell’analogico, e per molte case è ripartita la commercializzazione sia di riproduzioni dei modelli dell’epoca interamente analogici, sia di nuovi modelli ibridi con le stesse caratteristiche storiche della parte di circuiteria elettronica ma con implementazioni digitali che permettono il controllo tramite software o anche quella di memorizzare di preset cosa impossibile per le macchine dell’epoca. Tale sviluppo dell’analogico sta portando, da qualche anno, alla crescita di nuove aziende che si prodigano a realizzare nuovi strumenti analogici per la maggior parte comunque di altissima qualità. Addirittura inoltre alcune case stanno sviluppando l’opportunità di dare al cliente la possibilità di realizzare a piacimento il proprio synth ordinando parti separate da assemblare, customizzando produzioni a seconda delle proprie esigenze.

 

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l’articolo completo è in edicola su DJ MAG ITALIA, n.82 – Luglio 2018

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA 
02.07.2018

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The ReLOUD
Uno dei principali act italiani elettronici con release sulle maggiori etichette nazionali e internazionali. Diverse TOP 10 su Buzz Chart, Cool Cuts, iTunes, Beatport, Traxsource e i vari portali. Fondatori e Master Teachers della MAT-ACADEMY (www.mat-academy.com), accademia on-line leader nella formazione dei nuovi talenti emergenti.

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