Martedì 19 Novembre 2019
Tech

Tech In The Studio with: Takagi & Ketra, gli sparahit

Sono la coppia italaina di hitmaker per eccellenza degli ultimi anni, dal rap al reggaeton passando dal pop. Ma hanno anche prodotto molti altri generi. Siamo stati in studio con loro per farci raccontare ogni segreto

Solo nel 2019 hanno messo a segno missili come ‘Record’, ‘Segni’ di Fedez, ‘Tequila e San Miguel’ di Loredana Bertè, ‘Ostia Lido’ di J-Ax trovando il tempo di fare un’escursione a ‘Tijuana’ per Emis Killa e a Bologna al Coro dell’Antoniano per ‘Come i pesci, gli elefanti e le tigri’. Non solo, hanno messo insieme coppie come Elodie e Marracash per ‘Margarita’ e visto consolidarsi tandem come Fred De Palma e Ana Mena per ‘Una volta ancora’, con battesimo finale a suon di ‘Turbococco’ a opera di Ghali, sino a metterci la faccia in ‘Jambo’ in un quartetto con Giusy Ferreri e OMI. Il 27 luglio hanno suonato al Tomorrowland. Chi li ferma più?

Sono Alessandro Merli e Fabio Clemente, cioè Takagi & Ketra, non un gruppo di produzione musicale come tanti altri, ma molto di più: i responsabili di hit e tormentoni che vanno ben oltre l’estate. “Di bei brani in giro siamo pieni, meno di hit e ancora meno di evergreen”, dicono i due. “Allora diciamo: cercate di essere originali, divertitevi e fate quello che vi piace”. Si sono conosciuti cinque anni fa, Takagi & Ketra, grazie a ‘Nu juorno buono’, singolo di Rocco Hunt con il quale lo stesso rapper s’impose nella sezione Giovani del Festival di Sanremo 2014. Sono poi arrivati i trita-playlist ‘L’amore Eternit’ di Fedez e Noemi e ‘Roma-Bangkok’ di Baby K e Giusy Ferreri e da quell’istante tutto è ancora cambiato. Ketra ama Pharrell William, Takagi adora Dr Dre.

‘Oroscopo’ di Calcutta, ‘L’esercito del Selfie’ con Arisa e Lorenzo Fragola, ‘Amore e Capoeira’ (“che è il nostro brano che suona meglio”, ammettono) e, passando dall’album ‘Comunisti col Rolex’ delle vecchie conoscenze J-Ax e Fedez, uno stuolo di artisti fuori dalla porta pronti a tutto pur di farsi produrre da questi re Mida della produzione. E Mentre ‘La luna e la gatta’ con Jovanotti, Tommaso Paradiso e Calcutta decolla, loro stanno in studio ad ascoltare i brani che durante la canicola scalano le classifiche e a pensare quanto ci sia ancora da fare per i prossimi mesi, perché le radio e non solo, sono ingorde di successi e motivetti che fanno fatica a uscire dalla testa. Quindi, la fatica di rincorrerli tra una sessione e l’altra, era data per scontata. Ma ce l’abbiamo fatta. Siamo nel loro studio, il PLTNM, in piena Chinatown a Milano.

 

Domanda da un milione di dollari: come si fa una hit?
La trovi quando smetti di cercarla.

Chi si occupa delle melodie e chi dei dettagli? In generale, chi fa cosa?
Facciamo tutto noi, qui. Poi c’è una grande collaborazione con Federica Abbate. Ma facciamo prevalentemente tutto da soli, con qualche collaboratore. Ad esempio per un giro di chitarra chiamiamo l’amico Alessandro De Crescenzo, e altre figure professionali ci danno una mano su alcuni aspetti particolari.

Su quante tracce lavorate ogni mese?
Dagli ottanta ai cento pezzi. Ma non si usa tutto.

Nel 2019 si parla ancora di ghost producer, anche se l’argomento sta assumendo sfumature sempre diverse: voi lo siete?
Lo siamo? Non lo siamo? Chi può dirlo?

 

Quale tecnica non avete mai cambiato, da quando avete iniziato a produrre?
Quella del sampling. È sempre stata fondamentale nella costruzione delle nostre produzioni, ancora prima che ci incontrassimo e iniziassimo a lavorare insieme. Siamo nati con i campionatori. Poi, ovvio che nella maggior parte delle occasioni, il campionamento, per questione di diritti, viene ricostruito o sostituito con altro. Ma spesso, sì, noi partiamo da un sample.

Cosa pensate di tutti questi personaggi, per lo più appartenenti alla fascia pop, che da ormai anni vogliono farsi produrre dai dj?
Che fanno bene. Oggi il sound è tutto e i dj hanno gusto e impostazione internazionale nel produrre tracce pop, quindi tutto è nella norma. Per noi tutto è nato con Rocco Hunt e comunque in questo momento tutto è pop. Il reggeaton è musica urban che nasce dal ghetto, come J Balvin, ma poi diventa mainstream. Lo stesso percorso è quello di Drake, che ha portato il rap a una dimesione pop assoluta senza perdere il suo stile.

Vi potrebbe servire un software per accelerare il processo di creazione?
No, però ci servirebbe una specie di Autocad del rap, una cosa che apri un menu a tendina, scegli il genere di rap che ti serve generato da un file di testo e hai già una traccia di quella che sarebbe la tua produzione.

Chi sono i vostri collaboratori esterni?
Da un anno in PLTNM squad è entrato Zef, Stefano Tognini, un producer di 28 anni di Sondrio molto bravo e promettente.

 

Come si chiamano precisamente i vostri studi?
Si chiamano PLTNM Squad Studios e consistono in due sale di produzione e una main room. Qui produciamo, ci troviamo e mettiamo concretamente giù le idee. In questo stabile c’è la Best Sound dal 1992, uno studio che ha fatto la storia di Milano e da cui sono passati moltissimi artisti e produttori, tra cui noi: io (Takagi) ci lavoro prorio  dal’92, quando fece un pezzo house. Qui, al piano superiore, dove ci sono i nuovi studi, c’erano gli archivi della Best Sound. Oggi è tutto lottizzato.

Come vi suddividete i compiti? È Ketra che prende la palla al balzo:
Siamo come degli operai. Siamo qui dal mattino e comunque l’idea viene lavorando. Takagi è più nerd. Siamo complementari. Lui sta più su Mac e Logic X e io su FL per fare i drop. Ho iniziato con Acid Pro, poi sono passato a Reason. Per entrambi Hackintosh è un punto di non ritorno. Takagi è nato con giradischi e mixer e Cubase con Atari ST. Usiamo diversi pack perché molti sono una figata, sono cose che fanno gli altri con un’altissima attenzione al dettaglio.

Utilizzate inoltre una pratica non molto diffusa, ce la spiegate?
Sembra quasi buffo dirlo, ma… campioniamo noi stessi. Questo serve per mantenere una certa coerenza e continuità nel nostro suono. Spire è il plug-in che usiamo di più ma ci stiamo spostando sugli analogici: usiamo diversi analogici, dal Model D al Prophet, perché con i plug-in è sempre difficile riempire certi spazi armonici. Dobbiamo mantenere un certo livello.

Com’è esattamente la vostra “catena di montaggio”?
Le registrazioni le facciamo da noi, e usiamo al meglio le Barefoot piccole; invece per il mix e il mastering ci appoggiamo al Fonjica Studio di Biella; da anni collaboriamo con Andrea (db) Debernardi. Farlo da lui è un po’ diverso: è meglio. Abbiamo sempre guardato e ascoltato molto le cose degli altri. Oggi siamo sempre a fare un lavoro di lunga ricerca.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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