Giovedì 09 Aprile 2020
Interviste, Tech

Tech In The Studio with under:tones, Alex Neri in una nuova veste

Nel nuovo progetto con Matteo Zarcone l’aspetto analogico è assolutamente prioritario. La coppia è pronta a un album e a nuove divagazioni sonore, lontante da etichettature e clichè

Gli under:tones sono un’idea nuova, ma con un’esperienza intensa alle spalle. Alex Neri e Matteo Zarcone sono i motori di questo nuovo progetto di musica elettronica, prodotta in pieno stile analogico. Un pensiero nato dall’unione creativa che porta alla conservazione e alla preservazione di “sfumature di umanità insite nella musica”. Anche il nome, under:tones, dai confini indistinti e impercettibili, nasce dall’esigenza di salvaguardare l’anima di gradazioni musicali e cromatiche.

Mentre la clip del singolo di esordio, ‘3’, curata da Piero Fragola e Matteo Giampaglia, punta alla fusione di tecniche artistiche analogiche e digitali, che nascono dal disegno, la pittura e finiscono alla post produzione digitale, Neri e Zarcone si raccontano.

 

Com’è nato il singolo ‘3’?
Alex Neri: Il brano ‘3’ non è di certo nato per essere un singolo. Tutto il progetto under:tones è nato per la voglia di uscire dagli schemi. Chi fa musica da molto tempo, e fortunatamente anche di successo, come nel mio caso, corre il rischio di diventare schiavo del proprio sistema, smettendo di mettersi in discussione, di stupirsi e di stupire. Avevo davvero l’esigenza di entrare in studio, cercando di usare tutti i miei sensi per appagarli. E così nasce ‘3’. È solo l’inizio di un percorso, che spero sarà lungo e soddisfacente.

Matteo Zarcone: ‘3’ è nato, come gran parte della nostra musica, in maniera totalmente spontanea. In una mezza giornata di fine estate è nata la traccia che abbiamo inizialmente chiamato Pleiadi, appunto, come il nostro studio, quasi a voler celebrare l’iniziazione creativa della nostra ‘tana’, che dopo mesi di lavoro era pronta per farci registrare in full effect. Abbiamo poi cambiato il nome della traccia in ‘Hanami’, la fioritura dei ciliegi in Giappone, per poi cambiare nuovamente idea durante la prima proiezione del videoclip realizzato da Matteo Giampaglia e Piero Fragola, ispirato ad un balletto dell’arte Bauhaus, e che ci ha sussurrato ‘3’ come un mantra, come il titolo perfetto per questa traccia, lasciando libera interpretazione soggettiva anche della pronuncia: ‘tre’, ‘three’, ‘drei, ‘mittsu’, a seconda di chi la ascolta e proprio a voler sottolineare questo aspetto mutevole che caratterizza la nostra musica.

Siete ormai pronti per l’uscita dell’album: potete anticipare qualcosa?
A: Come dicevo all’inizio, l’album è una storia che stiamo raccontando. Basti dire che stiamo ancora scrivendo, quindi al momento non è ancora chiuso. Una cosa però ci tengo a sottolinearla. C’è una traccia nell’album con una frase in italiano campionata di Tiziano Terzani, che è davvero il riassunto di quello che è stato questo disco e che racchiude in maniera quasi perfetta il mio stato d’animo e il mio modo di vivere la musica oggi. Quando sentirete, capirete il significato.

 

È vero che la perfezione in natura, come in musica, non esiste?
A: È proprio dalle imperfezioni e dagli errori che nascono le cose più belle. Per un artista, e penso di poter parlare a nome di tutti, un’opera non sarebbe mai finita e di conseguenza non perfetta ed è per questo che serve a volte essere insieme ad altri come in questo caso ho fatto con Matteo: per potersi aiutare a vicenda e, perché no, magari autoconvincersi di aver fatto un’opera quasi perfetta.

M: Nella musica, così come nell’arte, nella letteratura e nel cinema, sono sempre stato attratto dall’imperfezione, dall’errore. Credo che alcune tra le forme d’arte più alte siano nate dagli errori e dalla sperimentazione di tecniche concettualmente sbagliate. Quando registriamo qualcosa nel nostro studio, cerchiamo di andare in fondo all’emozione del momento senza imporci nessun tipo di limite tecnico, ma ovviamente cercando di sfruttare le nostre conoscenze e la nostra attrezzatura al meglio delle possibilità. Utilizzare strumentazione prettamente analogica fa sì che i suoni abbiano sporcature, glitch ed imperfezioni, ma a mio avviso la profondità e l’anima che restituiscono sono assolutamente mistici ed unici.

Dei remix renderebbero tutto il vostro concept più ballabile, più club. Ci state pensando?
M: Quando abbiamo iniziato il progetto under:tones, lo abbiamo fatto nascere senza nessuna pretesa in termini di risposta nel dancefloor. Ovviamente il percorso di Alex, e in parte anche il mio, avrebbe inevitabilmente portato in quella direzione, ma abbiamo prodotto e composto l’album in maniera organica, senza sentire la necessità di far ballare le piste di grandi club. Abbiamo diverse tracce nel disco che possono essere recepite più tipicamente come tracce da club e, se potessimo far remixare alcune delle nostre tracce, lo faremmo fare da artisti che stimiamo profondamente e che reinterpreterebbero la nostra musica senza limitazione o preconcetto. Se poi venisse fuori una bomba da dancefloor, saremmo i primi a suonarla durante i nostri set.

 

 

Quale hardware o software è stato decisivo nella produzione?
A: Devo dire di aver riscoperto il mio buon vecchio Logic e mi ha dato molta soddisfazione per la dinamica e la qualità di plug in. Di certo Ableton Live rimane sempre la via più comoda per chi cerca di scrivere musica in modo istintivo e veloce come nel mio caso. Quindi, direi che per la parte di scrittura dove mi sono avvalso di parecchie tastiere analogiche (Juno 60 in modo particolare), Ableton è stato fondamentale; ma per la parte di stesura dei brani e mix, Logic ha fatto la differenza.

Come siete intervenuti in fase di mix e mastering?
A: La fase di mix ormai si fa durante la stesura della traccia. Per me ormai è abitudine una volta scritta una linea melodica cercare il giusto suono e collocarlo come frequenza nel posto giusto. Per il mastering ci siamo avvalsi di un super ingegnere inglese, che si chiama Matt Colton, il quale ha masterizzato lavori per artisti importanti come James Blake, Peter Gabriel, Muse, Four Tet, Floating Points, Radiohead e tanti altri.

M: Ascoltavamo i rough mix a casa, in macchina, in cuffia per poi tornare in studio e cambiare piccole sfumature o, a volte, drastiche pennellate di suono. Lo studio si trova in un vecchio lavatoio, poggiato sulla riva sinistra dell’Arno, e forse proprio per questo continuo scorrere dell’acqua sotto di noi, la musica prodotta all’interno sembra essere in continuo divenire, sembra fluire costantemente ed essere ben disposta a continui cambi. Forse pure troppo, tanto che spesso dobbiamo imporci di chiudere un mix e fare il bounce della versione definitiva. Non nego però che a ogni ascolto, percepisco questo mutamento continuo, scoprendo sempre qualcosa di nuovo anche dopo centinaia di ascolti e la cosa mi rapisce ogni volta e mi porta in un batter d’occhio tra le rapide.

 

 

Durante la produzione a volte emergono problemi, come bilanciamenti, scelte di suoni. Vi è mai capitato?
M: I problemi in uno studio sono all’ordine del giorno, ma tutto sta a come si affrontano e a quale rilevanza si dà al problema. Bilanciare le frequenze e scegliere i suoni, soprattutto in un progetto come il nostro, determina la percezione e la collocazione del progetto stesso, ma se questa cosa viene vissuta come un continuo sforzo al miglioramento ed uno stimolo costante per cercare il giusto elemento, la problematica stessa smette di esistere nella dimensione di problema e diventa soluzione. Abbiamo ascoltato centinaia di dischi, di molteplici generi ed epoche in questo ultimo anno e alla fine posso dire che quello che arriva sempre al cuore è l’onestà dell’intenzione e la verità nella ricerca. Per quello che mi riguarda, è il suono che dobbiamo ancora trovare quello che ci spinge e ci motiva ogni giorno, scegliere pochi elementi che bilanciati tra loro creano un emozionante vortice che dà importanza soprattutto a quello che ancora non c’è.

Chi è il proprietario dello studio in cui viene lavorato il progetto under:tones?
A: Abbiamo registrato nel mio vecchio studio a Firenze. Dico vecchio, perché per un lungo periodo è stato lo studio mio e di Marco Baroni, quindi lo studio dove abbiamo scritto dieci anni di musica insieme. La scelta di Marco di tornare a vivere nel suo paese di origine mi ha costretto a lasciarlo per un lungo periodo per poi riprenderlo insieme a Matteo Zarcone e Mennie. Con loro abbiamo dato inizio a una nuova era, dando anche un nome ad una etichetta che si chiama Pleiadi proprio come lo studio. Ed è proprio Pleiadi che dà il via al progetto under:tones con l’aiuto di Sergio Cerruti che si occuperà di tutta la parte discografica e mediatica.

M: Pleiadi Studio è stato per anni lo studio di Alex e Marco nel quale tanti progetti di successo hanno visto la luce. Ad oggi io ed Alex abbiamo deciso di portare avanti lo studio, rinnovandolo e attrezzandolo per poterci produrre la nostra musica ed accogliere nuovi artisti. Da qui l’esigenza di aprire un’ulteriore etichetta, Pleiadi Records, che ha visto la pubblicazione del nostro singolo e di quello che sarà il nostro album e che vuole essere una label di musica sperimentale senza limiti di genere.

 

Chi si aspettava un Alex Neri dal versante pop dance alla Planet Funk, rimarrà oggi spiazzato?
A: Credo che il mio pubblico sia sempre stato spiazzato e sorpreso dalle mie scelte. Anche quando ho iniziato con i Planet Funk il pubblico, soprattutto quello dei club, non credo che abbia capito a pieno quello che stessi facendo. Ma chi mi conosce sa che ho sempre cercato di sperimentare e allo stesso tempo anche rischiare, ma questo sono io, non posso farne a meno e a volte le mie scelte pagano, come a volte no, ma solo il tempo mi darà risposte a proposito. Ad oggi mi arrivano migliaia di messaggi da tutto il mondo, perché giovani dj e artisti contemporanei stanno scoprendo dischi miei fatti a fine anni ’80 e primi anni ’90, che per l’epoca erano molto sperimentali, e oggi ancora molto apprezzati e risuonati.

M: Chi conosce bene Alex, sia artisticamente che personalmente, sa quanto sia vulcanico nel suo eclettico modo di vivere la musica. Negli anni ‘90 è stato uno dei maggiori esponenti della musica house nel mondo e lo ha fatto utilizzando decine di pseudonimi che i più non riconducono a lui. Poi è arrivata la consacrazione come dj nei più importanti club di tutto il pianeta e ancora il grande successo pop con i Planet Funk negli anni 2000, che ho avuto modo di vivere sulla mia pelle in maniera travolgente avendoli accompagnati come batterista nel tour promozionale del primo disco ‘Non Zero Sumness’. Ma Alex rimane un eterno innovatore e adesso più di prima entra in studio con una fame e una energia che farebbe invidia a tantissimi giovani. Mi reputo fortunato e orgoglioso di condividere questo percorso artistico e di vita con una persona come lui, che ha tantissimo da insegnare eppure non smette mai di voler imparare dagli altri.

Fate parecchio sound design? E ricerca sonora? Sperimentate ancora?
A: Siamo nati proprio dalla voglia di sperimentare e di stupirci. Per quanto mi riguarda, ho passato quasi due mesi a riascoltare tutti i miei vinili o meglio quelli che sono riuscito a sentire, vantando di una collezione piuttosto ampia (40 mila vinili circa), proprio per cercare di ritrovare un suono originale analogico, suono che oggi per differenze tecnologiche è andato un po’ perso. Parlo soprattutto del calore sonoro e in questo credo di aver fatto centro. Detto questo, però, ringrazio la tecnologia che mi dà la possibilità di scovare nuovi talenti che fanno musica incredibile, artisti che ringrazio profondamente per l’ispirazione.

M: Non abbiamo mai fatto tanta ricerca sonora come adesso. Proprio qualche giorno fa stavamo registrando delle ritmiche, picchiando mani e piedi su una scatola di cavi in studio, per poi filtrare il tutto in una cascata di pedali e multi effetti e registrarne il risultato. Ascoltiamo tantissima musica, soprattutto cose inaspettate, apparentemente incoerenti tra di loro, ma che scopriamo sempre avere un fil rouge che in qualche modo le unisce. Lavorare in studio ogni giorno anche a progetti paralleli ci permette di sperimentare e ascoltare. Sperimentazione e ascolto sono due elementi fondamentali per chi vuole fare musica. Tramite una ricerca più approfondita oggi possiamo trovare artisti e talenti straordinari in diversi campi del mondo dell’arte ed il mio augurio per tutti è che questa cosa sia solo l’inizio di una prolifica e dirompente… renaissance.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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