Lunedì 01 Giugno 2020
Tech

Tech in the studio with: Yuksek e l’approccio disinibito alla nu disco

‘Nosso Ritmo’ è il nuovo, moderno e illuminante album del produttore e dj francese. Che ha riscoperto il piacere di fare musica dance grazie agli amici

Frutto di tre anni di sperimentazione e di collaborazioni, ‘Nosso Ritmo’, su Sweat It Out / Partyfine, segna una svolta nella storia di Pierre-Alexandre Busson, per tutti Yuksek: è la sua tanto attesa indipendenza, sonora e discografica, e forse il suo lavoro più sincero, che attinge a una miriade di influenze. Dalle collaborazioni con Fatnotronic (Philippi & Rodrigo) e Processman all’omaggio a Hélio Matheus (per ‘Mais Kriola’), confermando un gusto non solo per i suoni latini ma per la sconfinata ricchezza della scena Disco degli anni Settanta e Ottanta, è tutto un richiamo al passato con l’energia di oggi.

Yuksek non ha mai nascosto l’amore per il groove di Sylvester (‘Into The Light’, cantato da Isaac Delusion, sembra un tributo) e la dirty house degli anni Novanta (‘GFY’ cantato da Regina Rose sembra provenire dal passato). Il segno tangibile della sua sperimentazione e i pezzi elettronici destrutturati che lo contraddistinguono da inizio carriera, ora lo mettono a nudo davanti al pubblico. Il suono è maturo, definito, finito e… maggiorenne.

 

Dopo l’uscita del tuo ultimo album cosa hai pensato?
Che non avrei mai più fatto album. Però ho riscoperto il piacere di fare musica dance, un modo per condividere lo studio con artisti davvero ricchi di talento come Bertrand Burgalat, Fatnotronic, Polo & Pan. Il desiderio è stato quello di creare delle tracce per il semplice gusto di pubblicarle sulla mia etichetta. Dopo altre sessioni in studio con Breakbot, Zombie Zombie e altri amici ho capito che sarebbe scoccata l’ora di un nuovo lavoro. Niente è stato fatto a tavolino, nessuna strategia è stata messa sul piano di lavoro: ho pensato a stare bene e a fare solo musica.

Da dove inizi, per produrre una canzone? Cosa e quanto ti ispira?
Non c’è una regola. A volte faccio semplicemente esperimenti su un sintetizzatore, registro varie cose e mantengo alcune parti per costruire una traccia, a volte è una linea di basso o una batteria, alcune idee vocali. Le situazioni sono sempre diverse.

Come sei arrivato a lavorare su ‘Nosso Ritmo’?
Per prima cosa non volevo metterci la mia voce: cantare in un proprio disco non è come ritoccarlo o arrangiarlo con frammenti vocali. Volevo solo… appoggiare, integrare qualcosa di mio. La mia intenzione era quella di avere invece degli ospiti, perché volevo condividere un po’ di tempo in studio con loro, insieme, evitando lo spiacevole e freddo invio di file via Internet. Ed è quello che ho fatto, con la maggior parte di loro. Volevo che l’album fosse costruito come un dj set, iniziando lentamente, costruendo elementi, mettendo break come fossero pause, in un continuo iniziare e ricominciare per creare un flusso speciale.

 

Qual è la singola canzone più particolare dell’album considerando il suono?
Penso che ‘Hashram Temple’ sia il più strano, è come un viaggio tropicale in una profonda foresta digitale e su un versante acido.

Hai un suono speciale, tutto tuo. Come sei arrivato a una simile personalizzazione?
Non ne ho idea, cerco solo di rendere riconoscibili e organici i suoni elettronici che amo, così che gli strumenti tradizionali sembrino più elettronici e marcati. Trascorro molto tempo sul mix, adoro il modo in cui ogni traccia sia diversa, da mixare, e in questo caso non puoi applicare molte regole. Ogni traccia ha il suo colore e farla risaltare in modo sensato è come un gioco, per me.

Il suono analogico è il più adatto per produrre le tue tracce?
Non è necessario. Ma io lavoro principalmente con strumentazione analogica, a eccezione di alcuni effetti digitali.

 

Sei molto meticoloso e innamorato dei dettagli. È difficile per te collaborare con terzi? Sarebbero alla tua altezza e con la tua visione?
Quando lavoro con gli altri ho meno pressione addosso, quindi posso rilassarmi e divertirti prendendomi i miei tempi. Alla fine tuttavia finalizzo sempre la produzione e mixo da solo.

Dove è ubicato il tuo studio? Come organizzi in esso il tuo lavoro?
In un teatro a Reims, in Francia. Di solito sono lì presto. Mi piace stare anche a casa. Ma in fondo lo studio è il luogo dove nasce tutto il progetto Yuksek, come le colonne sonore per dei film, e dove svolgo maggiormente il lavoro per la mia etichetta.

Come hai organizzato la configurazione hardware e software?
Uso cose come il Memorymoog, Korg Trident per i fiati, l’ARP 2600 per i bassi e gli effetti più strani, un Roland System 100 per gli arpeggi. La gestione analogica è una vera gatta da pelare e la affido a un mio amico tecnico del suono, Thomas, che fa delle vere magie. Io invece registro tutti i synth, la batteria, la voce e gli effetti, sempre analogici, attraverso il banco di missaggio analogico della Trident, poi curo gli arrangiamenti, aggiungo gli effetti e mixo tutto col computer. Lavoro con Logic Pro. Non penso che oggigiorno abbia molto senso fare un mix finale in analogico. Mi piace, poi, ascoltare il risultato su diversi sistemi audio, quindi a volte cambio reference, passo dall’hi-fi del mio salotto all’autoradio che ho in macchina, sino alle casse del mio laptop.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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